Leonardo Boff è un presbitero, teologo e scrittore brasiliano. È uno dei più importanti esponenti della teologia della liberazione. Gianni Alioti ha tradotto dal portoghese questo suo testo inedito per l’Italia. Boff scrive per la rivista LIBERTA della ICL (https://www.revistaliberta.com.br); ha anche scritto “Cuidar da Terra – Proteger a vida”, Record 2010 (https://www.leonardoboff.org)
Leonardo Boff
La frase nel titolo non è mia, è di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro manifesto del 9 luglio 1955 contro i pericoli della guerra nucleare e per la pace.
Questo è il grande anelito dell’umanità, sempre frustrato e sempre di nuovo rinnovato.
Questa utopia per la quale lottiamo affinché sia realizzabile, non potrà mai essere abbandonata, perché sarebbe cinismo nei confronti delle vittime delle guerre e abbandono di ogni senso etico.
Ogni guerra sacrifica migliaia e persino milioni di persone.
Come Caino che uccise suo fratello Abele.
Max Born, premio Nobel per la fisica (1954), denunciò la prevalenza delle uccisioni di civili nella guerra moderna.
Nella Prima Guerra Mondiale, solo il 5% dei civili morì, nella Seconda Guerra Mondiale il 50%, nelle guerre di Corea e del Vietnam l’85%.
E dati recenti hanno mostrato che, in Iraq e nell’ex Jugoslavia, il 98% delle vittime erano civili.
Lo stesso sta accadendo nella guerra di Netanyahu contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. Oltre 18 mila bambini che non avevano nulla a che fare con la guerra [contro Hamas] sono stati sacrificati.
Non basta essere a favore della pace. Dobbiamo essere contro la guerra.
Ogni guerra, di per sé, uccide la vita degli altri, dei nostri simili.
Caino non può trionfare.
Il fenomeno della guerra si presenta così complesso che nessuna risposta univoca lo spiega o è sufficiente. Questo non ci esime dal riflettere sulla realtà della guerra e sulle sue perverse conseguenze umane e materiali.
Ad esempio, se un paese viene aggredito da un altro, cosa fare?
Ha il diritto di difendersi con forze difensive?
C’è proporzionalità in questo?
Come dovrebbero comportarsi i governanti dei popoli che assistono a un genocidio a cielo aperto, come nella Striscia di Gaza?
O di fronte alla pulizia etnica delle minoranze attuata nell’ex Jugoslavia, in Kosovo e in Bosnia da soldati assetati di sangue che hanno sistematicamente violato i diritti umani fondamentali.
È lecito invocare il principio di non intervento negli affari interni di Stati sovrani e assistere, passivamente, a crimini contro l’umanità? Qual è il limite della sovranità?
È assoluta? È al di sopra dell’umano?
Come reagire al fenomeno diffuso del terrorismo che, eventualmente, potrebbe ottenere l’accesso a materiali atomici, minacciare un’intera città, mettendola in ginocchio.
E nel caso l’attacco nucleare fosse lanciato, renderebbe la vita impossibile all’intera città a causa della radioattività.
Contro a questo è legittima una guerra preventiva?
Sono domande etiche che, al giorno d’oggi, occupano menti e cuori.
Per evitare la disperazione, dobbiamo pensare.
In tutto il mondo, data la strategia dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump la pace, come ha affermato e sta attuando), si raggiungerà non attraverso il dialogo, ma con la forza. Non sarebbe mai pace, ma una pacificazione forzata.
È un discorso ricorrente tra tutti i presidenti, incluso Barack Obama, che ha affermato che gli Stati Uniti hanno interessi globali e possono intervenire quando questi sono minacciati, anche usando la forza.
Di fronte a questi problemi si presentano diverse opzioni.
Un ampio gruppo sostiene la tesi: data la capacità devastante della guerra moderna con armi chimiche, biologiche e nucleari, che possono compromettere il futuro della specie e dell’intera biosfera, non esiste più una guerra giusta (ius ad bellum).
La vita e l’essere umano nelle sue varie forme sono al di sopra di tutto.
Un altro gruppo afferma: può esserci una guerra giusta, un “intervento umanitario”, ma limitato alla prevenzione dell’etnocidio e dei crimini contro l’umanità.
Un altro gruppo, in rappresentanza dell’establishment globale, ribadisce: si deve riscattare la guerra giusta come autodifesa, come punizione dei paesi dell'”asse del male” e come prevenzione di attacchi con armi di distruzione di massa.
Esprimiamo un giudizio etico su queste posizioni: nelle condizioni attuali, ogni guerra rappresenta un rischio estremamente elevato, poiché disponiamo di una macchina di morte in grado di distruggere l’umanità e la biosfera.
La guerra è un mezzo ingiusto, in quanto globalmente letale.
Da un punto di vista politico realistico, un “intervento umanitario” limitato è teoricamente giustificabile, a due condizioni: non può essere deciso da un singolo Paese, ma dalla comunità delle nazioni (ONU) e deve rispettare due principi fondamentali (ius in bello = i diritti nel corso della guerra): l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi (non possono causare più danni che benefici).
L’uso della forza come autodifesa non lo rende buono, ma lo si giustifica entro i limiti della rigorosa adeguatezza dei mezzi.
La guerra punitiva, come quella contro l’Afghanistan e contro il sud del Libano, dove opera Hezbollah, si basa sulla vendetta e non è difendibile.
Alimenta solo rabbia e risentimento, un brodo per futuri conflitti.
La guerra preventiva contro l’Iraq, basata sul falso presupposto che possedesse armi di distruzione di massa, era illegittima perché basata su false analisi su quanto non ancora accaduto e che non sarebbe potuto accadere.
Nessun diritto, di qualsiasi natura, le conferisce legittimità in quanto è soggettiva e arbitraria.
Tutto ciò è teoricamente valido, poiché è importante chiarire le posizioni.
Nella pratica, tuttavia, è stato dimostrato che tutte le guerre, anche quelle di “intervento umanitario”, non rispettano i due criteri: l’immunità della popolazione civile e l’adeguatezza dei mezzi. Non si fa distinzione tra combattenti e non combattenti.
Per indebolire il nemico si distruggono le sue infrastrutture, con numerose morti innocenti e civili.
Le conseguenze della guerra durano anni, come nel caso dell’uranio impoverito, utilizzato dall’esercito nord-americano, che causa malattie letali all’intero gruppo di persone esposte.
La guerra non è la soluzione a nessun problema.
Dobbiamo cercare un nuovo paradigma, alla luce di San Francesco d’Assisi, Lev Tolstoj, di Gandhi e di Luther King Jr., se non vogliamo distruggerci: la pace come meta e come metodo.
Se vuoi la pace, preparati alla pace.











