“Si distrugge per conservare”, “Prepara la guerra, se vuoi la pace”. Sappiamo bene ormai che si tratta di un falso, così come è falso dire che “si uccide per amore”.
Di questi annodamenti perversi sappiamo che è fatta la storia del dominio più duraturo, quello di un “genere” che si è considerato “natura superiore” e come tale l’umano perfetto in grado di governare il mondo. Sappiamo anche che a legare insieme pericolosamente pulsioni opposte di amore e odio è quel rapporto unico, particolare, di potere che ha visto il maschio, da figlio dipendente e inerme, imporsi con la sua forza e le sue leggi sul corpo femminile che l’ha generato.
Ciò nonostante, la consapevolezza che oggi abbiamo di quella prima guerra, mai dichiarata, che assommava già in sé classismo, razzismo e colonialismo, non sembra scalfire la “neutralità” delle analisi politiche che si leggono sulle tante guerre in corso, così come sulle ragioni che le muovono. A nessuno viene in mente che, se la globalizzazione ha rinfocolato difese nazionalistiche là dove era atteso un pluralismo nella diversità di culture e lingue, è perché ancora stenta a cadere la prima e più duratura delle “differenze”, quella che ha assegnato a un sesso e all’altro parti inscindibili dell’umano: corpo e pensiero, sessualità e politica, biologia e storia.
Se oggi a trionfare su diritti, norme democratiche di convivenza, principi umanitari faticosamente conquistati, è la “legge del più forte”, l’onnipotenza del denaro e delle armi, non dovrebbe venire il dubbio che la violenza è già inscritta nell’origine della civiltà? Se le guerre hanno bisogno di un “nemico”, la compattezza di un popolo dell’esclusione del “diverso”, la civiltà di un opposto, quale è la “barbarie”, come non pensare che la radice prima di ogni opposizione, di ogni distanziamento, di ogni difesa identitaria, di ogni conservazione armata, sia da cercare in quello che è stato considerato il “destino naturale” dei sessi? Che cosa impedisce di dire che la guerra trova la sua spinta primordiale, per non dire il suo piacere, in una “virilità” perennemente ostile a quanto di “femminile” si porta dentro?
Dei più feroci dittatori si conoscono le tenerezze private, senza che si veda in questa divisione paradossale il primo muro, o il primo assalto, che l’individuo di sesso maschile ha fatto a se stesso.











