Con una partecipazione straordinaria e un risultato inequivocabile, il referendum del 23 marzo 2026 ha segnato un momento di svolta nella vita politica italiana. Il No alla riforma della giustizia proposta dal governo ha vinto con circa il 54% dei voti, mentre quasi sei italiani su dieci si sono recati alle urne — un dato che non si vedeva da anni. Dietro questi numeri c’è qualcosa di più profondo: la voglia di riscatto democratico di una nazione che non si rassegna_

 

Il voto come atto di resistenza civile

Esistono votazioni che contano i seggi e votazioni che contano la storia. Quella di oggi appartiene alla seconda categoria. Il referendum sulla giustizia non era soltanto una disputa tecnica sull’ordinamento giudiziario: era una prova di forza tra due visioni incompatibili del potere pubblico. Da un lato, un governo che ha tentato di piegare l’indipendenza della magistratura alla propria volontà politica, indebolendo uno dei contrappesi fondamentali della nostra architettura costituzionale. Dall’altro, milioni di cittadine e cittadini che hanno scelto di non restare spettatori. Il 59% di affluenza è un dato che va letto nella sua pienezza storica. Nel referendum abrogativo del 2025, aveva votato meno del 30% degli aventi diritto. Nel 2022, appena il 20%. Il salto è vertiginoso, e non può essere liquidato come un semplice effetto del clima emotivo contingente. Qualcosa si è mosso nelle coscienze. Una parte consistente del Paese — quella silenziosa, sfiduciata, spesso astensionista — ha deciso di tornare a fare la sua parte. Questo non è un dettaglio: è il cuore del significato politico di questa giornata. La Repubblica ha tenuto. La Costituzione, quel patto fondativo che la destra del governo aveva pensato di riscrivere a proprio vantaggio, è stata preservata dalla voce popolare. Ma fermarsi qui, nell’euforia del risultato, sarebbe un errore tanto grave quanto quello di chi aveva sottovalutato la risposta civica degli italiani.

 

La democrazia si costruisce, non si difende soltanto

La partecipazione straordinaria di oggi non è un punto di arrivo: è un mandato. Un mandato ad agire, a proporre, a costruire. Le istituzioni democratiche non si preservano soltanto difendendole dagli assalti — si rafforzano ogni giorno attraverso politiche concrete che rispondano ai bisogni reali delle persone. E in Italia, quei bisogni sono profondi, urgenti, e troppo spesso ignorati. Milioni di italiani che oggi hanno votato No vivono in case che non riescono a permettersi, lavorano con contratti precari, aspettano mesi per una visita medica, respirano l’ansia di un pianeta che cambia più rapidamente di quanto la politica sappia governare. Quella sofferenza non si placa con la vittoria referendaria. Richiede risposte. Richiede un programma.

 

Giustizia sociale: il fondamento della democrazia reale

Una democrazia formalmente intatta ma sostanzialmente diseguale è una democrazia fragile. Lo sapevano i costituenti del 1948, e lo conferma ogni ricerca sociologica degli ultimi decenni: quando le disuguaglianze economiche superano una certa soglia, la partecipazione democratica si erode, il populismo avanza, e le derive autoritarie trovano terreno fertile. Non è un’astrazione teorica: è ciò che l’Italia ha vissuto e rischia ancora di vivere. Per questo il programma di una forza autenticamente democratica non può prescindere dalla questione salariale. I salari italiani, in termini reali, non crescono da oltre vent’anni. Il divario tra il costo della vita e il potere d’acquisto delle famiglie si è fatto insostenibile. L’introduzione di un salario minimo legale dignitoso, rafforzata da politiche di contrattazione collettiva e da un fisco che smetta di penalizzare il lavoro dipendente, è una misura di civiltà prima ancora che di opportunità politica.

Analogo discorso vale per il diritto alla salute. Il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) è un patrimonio che appartiene alla storia migliore della Repubblica. Smantellarlo — attraverso tagli, privatizzazioni striscianti e una gestione regionale sempre più disomogenea — significa colpire in primo luogo i più vulnerabili: gli anziani, i lavoratori poveri, le famiglie del Mezzogiorno. Un programma per la giustizia sociale deve mettere al centro il potenziamento del Ssn, l’assunzione di medici e infermieri, la medicina territoriale come presidio di prossimità. Non meno urgente è la questione abitativa. In molte città italiane il costo degli affitti ha reso impossibile per i giovani e le famiglie a basso reddito vivere nei luoghi dove lavorano. Serve una politica della casa che non sia solo propaganda: edilizia pubblica, controllo dei canoni nei mercati surriscaldati, sostegno all’affitto per le fasce più esposte. La casa è un diritto costituzionale, non una merce.

Infine, istruzione e ricerca: il principale investimento che una società può fare sul proprio futuro. Una scuola pubblica ben finanziata, accessibile e capace di ridurre le disuguaglianze di partenza; un sistema universitario che non espella i talenti verso l’estero; una ricerca scientifica libera e dotata di risorse. Su questi pilastri si costruisce una democrazia sana, capace di resistere alle lusinghe dell’autoritarismo.

 

Giustizia climatica ed ecologica: la sfida del nostro tempo

Non esiste giustizia sociale senza giustizia ecologica. È una verità che la politica progressista europea ha compreso — spesso tardivamente, non sempre con coerenza — ma che è ormai ineludibile. Il cambiamento climatico non è un problema del futuro: è il presente. Le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna, le siccità che devastano il Sud, le ondate di calore che uccidono gli anziani nelle città sono già qui. E colpiscono più duramente chi ha meno risorse per proteggersi. Una transizione ecologica giusta non è uno slogan: è una scelta di campo. Significa investire massicciamente nelle energie rinnovabili, creando lavoro qualificato e stabile nelle comunità che oggi dipendono dai combustibili fossili. Significa ripensare i trasporti pubblici, ridisegnare le città attorno alla mobilità dolce e al verde urbano, riqualificare il patrimonio edilizio in chiave energetica. Significa restituire ai fiumi, ai boschi e alle coste la dignità di ecosistemi vitali, non di risorse da sfruttare fino all’esaurimento.

In questa visione, la pace non è semplicemente l’assenza di guerra. È la costruzione attiva di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione, sulla condivisione equa delle risorse naturali, sul riconoscimento che nessun Paese può salvarsi da solo dalla crisi climatica. Il disarmo, la diplomazia multilaterale, la solidarietà con il Sud globale non sono posture idealistiche: sono precondizioni razionali per la sopravvivenza collettiva. Un programma ecologista serio deve anche fare i conti con la dimensione economica della transizione. La tassazione ambientale, se non accompagnata da misure redistributive, rischia di colpire le classi lavoratrici più di quanto colpisca i grandi inquinatori. Serve un New Deal verde: intervento pubblico, investimenti strutturali, formazione professionale per i lavoratori dei settori in trasformazione. L’ecologia non è il lusso di chi può permettersi di essere virtuoso: deve diventare una conquista di civiltà per tutti.

 

Il mandato del 23 marzo

Abbiamo davanti un’opportunità storica. Milioni di cittadini che oggi si sono recati alle urne non lo hanno fatto per nostalgia di un passato idealizzato, né per obbedienza partitica. Lo hanno fatto perché credono ancora che la politica possa essere all’altezza della realtà. Perché sentono — spesso confusamente, ma con forza — che c’è bisogno di un’alternativa seria, responsabile, capace di coniugare i diritti civili con quelli sociali, la tutela dell’ambiente con la dignità del lavoro. Quell’alternativa non può limitarsi a essere il fronte del No. Deve essere il cantiere del Sì: sì a una fiscalità progressiva e trasparente, sì alla conversione ecologica dell’economia, sì a un welfare che non abbandoni nessuno, sì a una politica estera di pace e cooperazione multilaterale. Un’alternativa ecologista e pacifista che non sia minoritaria per scelta, ma che abbia il coraggio di parlare alla maggioranza silenziosa che oggi ha rotto il silenzio. La democrazia si difende ogni giorno, con azioni quotidiane che rispondano ai bisogni di tutti e proteggano il futuro del pianeta. Oggi l’Italia ha dimostrato di volerla difendere. Ora tocca alla politica dimostrare di meritarla.

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