C’è una differenza sostanziale tra una scelta tecnica e una scelta politica. Il ricorso al Consiglio di Stato contro una sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che impone il rispetto dei vincoli ambientali non è un atto neutro. È una dichiarazione di priorità.

A San Donato Milanese, nell’area San Francesco, la recente decisione del TAR ha riaffermato un principio elementare: la quota di verde fruibile prevista dalla convenzione urbanistica del 1993 deve essere rispettata. Non è un dettaglio burocratico. È un impegno pubblico. È un patto con la città.

La sentenza ha annullato la delibera del 2021 che autorizzava il progetto “Sport Life City” — arena, strutture sportive, funzioni commerciali — riportando l’area a “zona bianca” nel PGT. In termini urbanistici significa una sola cosa: si riparte da zero. Serve una nuova pianificazione. Eppure l’Amministrazione ha scelto di impugnare la decisione davanti al Consiglio di Stato.

Non è solo una questione locale

Questa non è una vicenda che riguarda esclusivamente San Donato. Se passa il principio che un’Amministrazione possa aggirare — o tentare di superare — una sentenza che tutela vincoli ambientali sottoscritti in convenzioni urbanistiche, il precedente si estende ben oltre i confini comunali. La petizione promossa per fermare il ricorso non è quindi rivolta soltanto ai cittadini sandonatesi. È un appello a tutti i cittadini italiani.

Perché il nodo è semplice: le convenzioni urbanistiche sono strumenti giuridici che regolano l’equilibrio tra interesse pubblico e intervento privato. Se quell’equilibrio diventa variabile, se gli impegni sul verde possono essere ridiscussi quando risultano scomodi, allora la tutela ambientale diventa negoziabile. E questo riguarda ogni città.

Verde urbano: infrastruttura, non ornamento

Ogni metro quadrato impermeabilizzato produce effetti misurabili: aumento del rischio idraulico, incremento delle isole di calore, riduzione della capacità di assorbimento del suolo, perdita di spazi pubblici.

Il verde urbano non è arredo. È infrastruttura ambientale. È mitigazione climatica, qualità dell’aria, salute pubblica, equilibrio idrogeologico.

In un Paese fragile come l’Italia, dove il consumo di suolo continua a crescere e il dissesto idrogeologico è una costante emergenza, sostenere che la rigenerazione debba prevalere sull’espansione non è ideologia: è buon senso pianificatorio.

Rigenerare significa intervenire sull’esistente.

Significa aumentare permeabilità e alberature.

Significa progettare resilienza, non moltiplicare volumetrie.

Una scelta di coerenza istituzionale

Rinunciare al ricorso sarebbe un segnale chiaro su tre piani:

  • rispetto delle convenzioni urbanistiche sottoscritte;
  • coerenza istituzionale nei confronti delle decisioni della giustizia amministrativa;
  • visione di lungo periodo per una città adattiva e resiliente.

Non si tratta di essere contro lo sport o contro lo sviluppo. Si tratta di stabilire quale sviluppo sia compatibile con gli impegni presi e con le esigenze ambientali del nostro tempo.

La petizione chiede:

  • il ritiro del ricorso al Consiglio di Stato;
  • la conferma integrale della quota di verde prevista dalla convenzione del 1993;
  • l’avvio di una nuova pianificazione fondata su rigenerazione, fruibilità pubblica eresilienza ambientale.

Difendere un principio, non solo un’area

Se la tutela del verde diventa subordinata alla pressione edificatoria, il messaggio è chiaro: gli accordi ambientali sono reversibili.

Se invece si afferma che un impegno pubblico va rispettato, si rafforza un principio di civiltà giuridica e ambientale.

San Donato Milanese è oggi un caso emblematico, ma la questione è nazionale. Il territorio è un bene comune.

La sua difesa non è un’opzione politica: è una responsabilità collettiva.

E questa responsabilità riguarda tutti.

Link alla petizione:
https://www.change.org/p/fermiamo-il-ricorso-contro-la-tutela-del-verde-a-san-francesco-san-donato-milanese

RecSando Rete Civica di San Donato Milanese e del Sud Est Milano
Fabrizio Cremonesi
Flavio Mantovani