Sabato 31 gennaio, si è svolta a Torino una grande manifestazione nazionale di protesta contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto la partecipazione di molti giovani e di tante realtà della società civile. C’è chi ha contato fino a 50mila partecipanti. Una grande e bella manifestazione, che è stata messa in discussione e oscurata dagli scontri scatenati all’imbrunire da un gruppo di manifestanti contro il cordone di Polizia posizionato in prossimità della sede di Askatasuna.
Poiché anche noi, come Centro Studi Sereno Regis avevamo dato la nostra convinta adesione e partecipato a questo evento con tutte le realtà associative del Coordinamento antifascista torinese, sentiamo la necessità di confrontarci e riflettere su quanto accaduto, a partire dal contesto generale che stiamo attraversando.
Viviamo in tempi di sfide epocali. Ai sempre più drammatici effetti del riscaldamento globale si sommano quelli delle crescenti diseguaglianze, mentre dilaga un clima bellicista che contagia le strutture e le istituzioni stesse della democrazia, mettendole a rischio. Diventa perciò impellente la necessità di capire quali possono essere le strade più efficaci per affrontare queste sfide e contrastare le derive autoritarie in atto.
Il grande movimento del Minnesota indica una strada maestra: quella della mobilitazione dal basso per affermare il proprio diritto al dissenso e la legittimità, anzi l’essenzialità del conflitto per arginare la violenza del potere. Questo movimento è forte ed efficace perché ha scelto la strada della risposta asimmetrica: non lo scontro frontale, ma il rifiuto di obbedire a imposizioni palesemente ingiuste, la non-collaborazione, il rifiuto di sottostare a situazioni di torsione autoritaria del sistema democratico, di accettare violenza e repressione. E in questo modo è riuscito a crescere e a coinvolgere ampi strati di popolazione.
Un altro esempio straordinario è stato quello della Global Sumud Flottilla, che aveva l’obiettivo di rendere evidente agli occhi di tutti l’illegalità del blocco israeliano di Gaza, condannata a genocidio anche per fame, e ciò è stato reso possibile da un’azione simbolicamente potentissima perché disarmata ma determinata a procedere, pur sapendo che sarebbero stati fermati. In quell’azione chi ha perso sono stati i militari israeliani che, intervenendo in acque internazionali senza alcuna legittimità, hanno reso evidente a tutto il mondo l’illegalità del blocco e dunque la Flottilla ha raggiunto il suo obiettivo e non a caso è servita anche da catalizzatore delle proteste in tutto il mondo.
Un’azione di protesta per essere efficace dovrebbe infatti riuscire a conquistare il consenso di una comunità sempre più ampia di cittadini, spostare dalla propria parte gli indecisi, in modo da fare pressione sui decisori politici, addirittura convincere coloro che stanno dalla parte del potere a “defezionare”, cioè a passare dalla parte di chi protesta, ma ciò è tanto più possibile quanto più l’azione riesce a farsi capire, a rendere evidente l’ingiustizia e dunque le ragioni dell’opposizione ad essa.
È quanto è accaduto con la solidarietà espressa in seguito allo sgombero di Askatasuna, da tante realtà, e in particolare dal Comitato Vanchiglia Insieme, che aveva promosso un’affollata assemblea rivolta a tutta la città e che in un comunicato in seguito ai fatti del 31 scrive:
“Per noi scendere in piazza significa esprimere il nostro dissenso, lo facciamo nel modo che ci caratterizza, conviviale e pacifico (…). Ci addolora vedere i resti degli scontri, i danni creati e pensare a chi è rimasto ferito, ma ci addolora anche vedere che 50.000 persone che hanno manifestato in altre forme sono rimaste nascoste da una coltre di fumo. Viviamo in un periodo storico difficile, dove la nostra libertà e i nostri diritti vengono gradualmente erosi. Il governo, cerca di fare quello che hanno sempre fatto i regimi: divide et impera. A noi è richiesto lo sforzo e l’impegno di tenere insieme i pezzi, di stare nella complessità (…). Non lasceremo che la tensione di una giornata oscuri il legame che ci unisce”.
Siamo consapevoli che alcuni governi in passato hanno accettato passivamente se non addirittura agevolato l’ingresso di “facinorosi” non meglio identificati che compaiono alla fine delle manifestazioni affollate e pacifiche e che mettono in atto azioni di guerriglia, devastando il territorio con bombe carta e altri ordigni incendiari deliberatamente costruiti, provocando feriti sia tra le forze di Polizia sia tra i manifestanti.
Siamo altrettanto consapevoli che azioni violente come quelle di vandalizzare cassonetti e macchine per strada e ancor più aggredire e colpire persone e forze dell’ordine – in attesa della ricostruzione complessiva dei fatti accaduti e degli esiti del processo che seguirà – vanno assolutamente condannate e stigmatizzate e i loro autori isolati, per non dare spazio alcuno a strumentalizzazioni né a giustificazioni dell’uso della violenza come strumento di lotta. Oltretutto, questi gesti sono del tutto funzionali ad un disegno autoritario: non solo si alienano la simpatia di chi potrebbe condividere gli obiettivi dei manifestanti, ma legittimano anche la repressione, invece di contrastarla e fanno passare in secondo piano i motivi della protesta.
È necessario che ognuno si assuma in questa fase storica la responsabilità del proprio ruolo, compreso un certo modo dozzinale di fare cronaca; ricordiamo ancora le risposte di alcune testate giornalistiche durante le manifestazioni contro il TAV in Val di Susa: “Se non ci sono scontri, non ci interessa”.
Il ministro Piantedosi ha affermato alla Camera che “Chi sfila con gli antagonisti offre impunità”. Detta da chi considera reato il soccorso in mare ai naufraghi, questa frase lascia il tempo che trova. Il vero fine di questi ragionamenti è la piazza vuota, o per la paura degli scontri, o per il pericolo di esserne considerato complice. Non vogliamo entrare nell’assurda polarizzazione che obbliga a prendere le parti fra chi compie violenza, vogliamo cercare di condividere una riflessione più ampia sui meccanismi della violenza agita; non possiamo dimenticare che questa è a sua volta alimentata da forme di violenza meno visibili (quelle strutturali, economiche e culturali ad esempio) che storicamente si manifestano poi nelle piazze come violenza diretta, con aggressioni a persone e cose.
Ribadiamo la necessità di non lasciare le istituzioni locali sole nella gestione della sicurezza e nel loro ruolo di mediatrici del conflitto, soprattutto mentre il governo nazionale preme a ogni occasione per ulteriori giri di vite repressivi e punitivi. Invitiamo le forze dell’opposizione a studiare insieme forme di tutela dalle infiltrazioni, la sorveglianza video partecipata dal basso per esempio – come messa in atto sistematicamente contro l’ICE – può essere efficace, almeno come primo strumento di documentazione.
Soprattutto però ricordiamo che per sostenere la priorità della scelta nonviolenta non c’è bisogno di essere profondi conoscitori del pensiero di Gandhi, basta riferirsi al manuale sulla guerra del generale prussiano Von Clausewitz per ribadire l’inutilità e la controproduttività della violenza usata senza finalità alcuna, o per obiettivi che sono in contraddizione assoluta rispetto alla causa che si afferma di perseguire.
Certo, anche azioni rigorosamente nonviolente possono andare incontro alla repressione, come è avvenuto in passato (si pensi ad esempio alla storia della lotta per il riconoscimento del diritto di obiezione di coscienza al servizio militare o alla lotta antinucleare) e come avviene ancor più oggi dopo il cosiddetto “decreto sicurezza”, volto a colpire proprio anche questo tipo di azioni, che si sono diffuse con la nascita di nuovi gruppi come ad esempio Extinction Rebellion o Ultima generazione.
Ma in questi casi chi è messo in discussione è il sistema repressivo, non chi manifesta.
È importante aprire una discussione su questi temi.











