Con aumenti salariali che negli ultimi anni hanno sfiorato e a volte superato il 6%, rispetto l’anno precedente e con mezzi e investimenti non indifferenti, soprattutto sul lato delle dotazioni per le azioni repressive, in quanto a stipendi e strumenti (oggi anche giuridici) per reprimere una criminalità che secondo tutti i dati Istat e del Ministero degli interni, già dai primi anni ’90 sono in caduta libera in quasi tutte le fattispecie, le forze di polizia italiane non possono certo lamentarsi.
Gli pseudo-scioperi o le “grida di allarme” per l’impossibilità di rifornire di gasolio benzina i mezzi per rincorrere i criminali sono ormai un vecchio ricordo. Oggi, le forze di polizia, in senso lato, ostentano, attraverso dotazioni nuove fiammanti, un’arroganza, espressa nei convogli di macchine di servizio, o singole che si fanno largo nel traffico congestionato della capitale a suon di colpetti di sirena e lampeggianti perennemente accesi che è direttamente proporzionale alle dimensioni di una propaganda che le ha legittimate come uniche forze “protettrici” della democrazia ma anche di ogni singolo cittadino: da che cosa dovremmo difenderci, al di là della percezione vittimistica, è ancora difficile da capire!
Le forze di Polizia sfiorano complessivamente le 400˙000 unità, comprendendo al proprio interno anche la Polizia Penitenziaria, peraltro impegnata spesso in azioni di ordine pubblico, e le capitanerie di Porto e le varie polizie locali.
Ma come si è riusciti a motivare i vari corpi di polizia nell’interpretare così alla lettera il proprio ruolo “protettivo” e “salvifico” anche in presenza di qualche sbavatura o “incidente di percorso” (es. Stefano Cucchi, Ramy, ecc.ecc.) a volte derubricate nel capitolo “Quelle poche mele marce”: oltre ai benefit stipendiali o anche “logistici”, attraverso gli immobili dati in dotazione alle forze di polizia fuori sede, oppure al recente “scudo penale”, porta d’ingresso per future deleghe in bianco in contesti repressivi, vanno segnalati i benefit rivolti alle famiglie, come ad esempio convenzioni di favore presso strutture sanitarie o assistenziali oppure anche nella sfera ludico affettiva.
Accanto alla crisi evidente di alcuni stabilimenti balneari colpiti, in un modo o nell’altro, dalle leggi dell’UE in tema concorrenza, si registra all’estremo opposto un fioriere di ristrutturazioni e di privatizzazioni del demanio pubblico ad uso e consumo dei familiari dei militi o dei poliziotti.
Parlando con uno dei tanti esercenti confinanti con uno di questi stabilimenti “militari” ci siamo sentiti rispondere così: «è vero, loro, oltre a svolgere una concorrenza sleale potendo contare su fondi pubblici, peraltro frutto delle nostre tasse, hanno l’appoggio dello Stato, che a noi ci impedisce di valorizzare in termini monetari gli investimenti fatti in diversi anni di attività, perché nel momento in cui le nostre concessione vengono messe a bando per la riassegnazione invece loro godono di una sorta di immunità».
Come diceva un noto magistrato, per capire alcuni fenomeni distorsivi, basta seguire il flusso del denaro: oggi potremmo dire che parallelamente si può anche seguire la distribuzione dei benefit ai diretti interessati ma anche ai familiari.










