Non uno o due, ma ben dodici campanelli d’allarme. A “suonarli” è Amnesty International nel suo rapporto appena pubblicato, intitolato “Ringing the alarm bells: rising authoritarian practices”, un’analisi circostanziata delle numerose violazioni dei diritti umani e dello scivolamento verso un regime antidemocratico negli Stati Uniti.

“Nell’ultimo anno – avverte AI – il presidente Trump, attraverso ordini esecutivi e misure amministrative, ha ristretto gli spazi civici e minato lo stato di diritto interno e internazionale, con conseguenze a breve e lungo termine per la salvaguardia dei diritti umani”. Si è creata un’emergenza attraverso azioni che si rinforzano a vicenda, creando un circolo vizioso: “L’intimidazione della stampa rende difficile denunciare gli abusi, le ritorsioni fanno sì che le persone abbiano paura di denunciare, sorveglianza e militarizzazione aumentano il ‘costo’ del dissenso, gli attacchi ai giudici, agli avvocati e agli organi di sorveglianza rendono più difficile dimostrare le responsabilità. Abbiamo già visto dove porta la strada quando il dissenso viene punito, la sorveglianza è smantellata e le persone scompaiono o sono espulse senza poter fare ricorso alla legge. Ma sappiamo anche che questo deriva non è inevitabile”.

Il rapporto di Amnesty non si limita a denunciare con prove circostanziate quanto sta avvenendo da un anno a questa parte negli Stati Uniti, ma chiama all’azione tutte le istituzioni federali, statali e locali, la società civile, gli attori privati e le società tecnologiche, invitandole a compiere con urgenza “passi pratici per salvaguardare gli spazi civici, ripristinare le salvaguardie di legge e prevenire la normalizzazione della repressione e delle violazioni dei diritti umani”.

Il primo “campanello d’allarme” si riferisce alla libertà di stampa, “elemento critico di salvaguardia dei diritti umani”, dal momento che ha il potere di denunciare abusi, indicare responsabilità e permettere alla popolazione di prendere decisioni consapevoli e di sfidare la corruzione. Amnesty segnala il tentativo dell’amministrazione Trump di controllare la stampa attraverso l’intimidazione dei giornalisti, la restrizione degli accessi, il discredito delle posizioni critiche anche attraverso attacchi personali in pubblico e l’uso del potere per punire i media indipendenti. Due tra i molti esempi di tale comportamento: Trump pretende di decidere quali giornali debbano “coprire” la Casa Bianca e ha ristretto la possibilità di occuparsene dell’Associated Press a causa della decisione editoriale dell’agenzia di non cambiare la definizione “Golfo del Messico” in “Golfo dell’America”.

Nell’ottobre 2025, dozzine di reporter hanno abbandonato il Pentagono e i loro badge piuttosto che firmare un documento in cui rinunciavano alle tutele del Primo Emendamento. Il New York Times ha fatto causa all’amministrazione Trump per aver ridotto le possibilità di lavorare dei giornalisti. “La stessa Federal communication commission è stata trasformata da agenzia regolatoria in uno strumento di ritorsione politica: con un ordine esecutivo Trump ha deciso che deve fare riferimento a lui e non più al Congresso”. Un caso particolarmente grave riguarda Mario Guevara, corrispondente salvadoregno dagli Stati Uniti, il primo giornalista arrestato dall’ICE mentre stava seguendo una manifestazione “No kings” a Doraville (Georgia) il 14 giugno scorso. L’ICE ha poi rifiutato il pagamento della cauzione stabilita dal giudice, sostenendo che il suo reportage aveva messo a rischio la sicurezza pubblica. Malgrado la campagna di Amnesty Usa per il suo rilascio, Guevara è stato deportato in El Salvador il 3 ottobre.

La repressione della libertà di espressione e di protesta costituisce il secondo campanello d’allarme. “Un classico segnale di pratica autoritaria è l’uso di sorveglianza, sanzioni amministrative e forza militare per far percepire il dissenso come qualcosa di pericoloso”. E Trump ha minacciato e criminalizzato le proteste e la libertà accademica. In particolare ciò è avvenuto in occasione delle manifestazioni di solidarietà alla Palestina. L’amministrazione Trump ha arrestato e deportato centinaia di studenti. “Il Segretario di Stato Marco Rubio ha revocato i visti ad almeno 300 manifestanti, affermando senza alcuna prova che avevano vandalizzato l’università, molestato altri studenti e creato scompiglio. Nelle scorse settimane il Dipartimento di Stato ha annunciato di aver revocato nel corso del 2025 oltre 100mila visti a residenti (ottomila dei quali erano studenti) in base a non meglio precisati legami con ‘attività criminali’”. Il caso più eclatante riguarda Mahmoud Khalil, attivista palestinese laureato di recente alla Columbia University, con un permesso di residenza permanente negli Usa, arrestato in marzo e detenuto illegalmente per il suo impegno pro Palestina. Un giudice ha ordinato il suo rilascio su cauzione in giugno, ma un ricorso ha ribaltato la decisione e Khalil continua la sua battaglia per restare negli Usa con la famiglia. Come lui almeno una decina di altri studenti è stata incarcerata o deportata per la partecipazione a manifestazioni pro palestinesi. Tra loro Leqaa Kordia, una 32enne palestinese arrestata illegalmente il 13 marzo e trasferita in un carcere del Texas, dove ha subito documentate violazioni dei diritti umani. Leqaa ha perso 175 membri della sua famiglia dall’inizio del genocidio in Palestina.

Il terzo campanello d’allarme riguarda proprio le università e la società civile. Nei confronti della seconda Trump usa l’arma del sospetto: “Ha gettato una larga rete per individuare le organizzazioni esenti da tassazione che si oppongono alle sue politiche e ha poi firmato un ordine esecutivo teso a smantellare gruppi che definisce ‘terroristi interni’. Il procuratore generale degli Stati Uniti sta implementando un ‘memorandum’ per intensificare le indagini sul ‘terrorismo interno’, incentivando anche a denunciare ‘attività sospette’”. Il Dipartimento di giustizia sta pensando di considerare un atto di terrorismo interno persino la ripresa con il telefono degli arresti di immigrati. Trump ha preso di mira anche alcune organizzazioni filantropiche. Il Congresso sta tentando di evitare che il Segretario del tesoro metta fine all’esenzione dalle tasse delle Ong basandosi sull’accusa di ‘supportare attività terroristiche”. Lo stesso Dipartimento ha emanato un ordine di bloccare il lavoro alle società di orientamento legale per gli immigrati e i programmi destinati a famiglie e bambini, forzando l’immediata cessazione dei servizi di supporto per la casa e il lavoro, con gravissime conseguenze per migliaia di persone.

Per quanto riguarda gli atenei, Trump ha tagliato i fondi a tutti quelli che rifiutavano il controllo federale su assunzioni e ammissioni e ha revocato l’esenzione dalle tasse all’Università di Harvard, accusandola di supportare ideologie ispirate al terrorismo. Altre cinquanta scuole superiori hanno subìto sanzioni dal Dipartimento dell’educazione per presunte violazioni al “Civil right act” del 1964. In ottobre dodici università sono state informate che avrebbero potuto ricevere fondi federali speciali se avessero accettato di ridurre la libertà d’espressione e insegnamento, impedire ai transgender l’accesso ad alcune parti dei campus e cancellare le identità non binarie. Il 20 ottobre, sei atenei avevano già rifiutato i fondi.

La “normalizzazione delle ritorsioni contro i critici e gli informatori” rappresenta il campanello d’allarme numero quattro. Come riportato dalla Reuters, il presidente Trump ha preso di mira almeno 470 persone e gruppi con l’uso di licenziamenti, sospensioni, indagini e revoca delle tutele sociali. “Ha usato numerose leve di governo per vendicarsi, minacciare e costringere all’ubbidienza ufficiali e impiegati federali, procuratori, università e mezzi di comunicazione”. Tra i casi eclatanti di “vendetta” quello contro la general attorney Letitia James e l’ex direttore dell’Fbi James Comey, che in passato avevano indagato rispettivamente su Trump e sulle interferenze russe alle presidenziali del 2016. Trump ha persino minacciato alcuni parlamentari democratici con background militare o d’intelligence, affermando che il reato di sedizione è punibile con la morte, dopo che questi avevano affermato in un video che i militari dovrebbero rifiutarsi di eseguire ordini illegali. Il dipendente di Usaid Nicholas Enrich è stato licenziato per aver sottolineato in alcuni post le gravi conseguenze del definanziamento sui diritti umani. Erez Reuven è stato a sua volta licenziato dal Dipartimento di giustizia per aver testimoniato davanti a un giudice che un uomo era stato deportato dal governo per errore.

L’allarme numero cinque si riferisce all’indipendenza e libertà di azione dei giudici e degli avvocati. In risposta a sentenze che bloccavano lo sviluppo delle sue politiche, Trump ha più volte sollecitato l’impeachment dei magistrati coinvolti, evitato di eseguire gli ordini delle corti e punito i procuratori per il loro lavoro sotto le precedenti amministrazioni. Un memorandum presidenziale chiede al procuratore generale di portare avanti indagini e sanzioni contro giudici e studi di avvocati che “si impegnano in frivole, irragionevoli e vessatorie” azioni contro il governo. Nel mirino del presidente anche tutti coloro che si sono opposti al tentativo di sovvertire il risultato elettorale alle elezioni del 2020 e chi rappresenta gli interessi legali di migranti e richiedenti asilo. Il “caso di studio” si riferisce a un atto di ritorsione collettiva, il Dipartimento di giustizia ha citato tutti i 15 giudici federali del Maryland, dopo che il loro capo George L. Russell aveva stabilito che i cittadini non americani avrebbero dovuto restare in custodia prima della deportazione per almeno 48 ore, in modo da permettere loro di presentare ricorso. Il giudice federale della Virginia cui è stato assegnato il caso sui colleghi del Maryland ha rifiutato, ammonendo il governo, “che ha definito i giudici federali sinistrorsi, liberali, attivisti, radicali, squilibrati, truffatori, incostituzionali e peggio”. Rispetto al triennio 2021-24, nel 2025 le minacce ai giudici sono raddoppiate e si sono moltiplicate soprattutto le richieste di empeachement del governo nei confronti di magistrati “colpevoli” di aver emesso sentenze sfavorevoli o sgradite all’amministrazione.

Ma nei “democratici” Stati Uniti sono documentati anche moltissimi casi di “sparizione forzata” e di “espulsione illegale”, e ciò costituisce la sostanza del “campanello d’allarme” numero sei. La sparizione forzata è una gravissima violazione dei diritti umani e porta con sé la negazione del diritto a un giusto processo e la violazione del divieto di detenzione illegale e di trattamenti inumani o degradanti, tra i pilastri della Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall’Onu nel 1948. L’espulsione illegale, inoltre, espone la persona che la subisce al rischio di tortura o esecuzioni sommarie nel Paese di destinazione. “Quando le autorità possono espellere le persone senza avviso, audizione o accesso alla possibilità di difesa, e quando le sentenze dei giudici vengono ignorate” è scritto nel rapporto” lo Stato passa dalla legalità al potere arbitrario”.

La deportazione di massa di migranti e richiedenti asilo venezuelani avvenuta il 15 marzo 2025 costituisce per Amnesty una “patente violazione dei diritti umani”. Trump ha invocato in quel caso il ricorso all’Alien Enemy Act, una legge pensata come risposta a un’invasione in tempo di guerra, usata l’ultima volta per l’internamento in campi di prigionia di 120mila giapponesi residenti in Usa durante la seconda guerra mondiale. In caso di sparizione o espulsione le famiglie non ricevono alcuna informazione, né c’è la possibilità di rivolgersi a un avvocato o di sapere dove si trovino le persone “prelevate” in strada, nei luoghi di lavoro, in chiesa o nelle loro abitazioni, poiché l’ICE agisce senza mandato e in forma totalmente arbitraria. Gli stessi ufficiali dell’ICE ammettono che “molti” degli arrestati non avevano alcuna pendenza penale e che alcuni sono stati prelevati perché gli agenti ‘percepivano’ che avrebbero potuto commettere reati in futuro. Eclatante il caso di Andry José Hernandez Romero, un artista e attore venezuelano trentunenne, fuggito negli Stati Uniti dopo essere stato preso di mira in patria per le sue idee politiche e la sua omosessualità. Due giorni prima dell’audizione per la richiesta di asilo, Romero è stato prelevato e deportato a El Salvador senza dargli neppure la possibilità di avvisare la famiglia. Nel marzo 2025 è stato trasferito insieme ad altri 251 connazionali nel carcere di massima sicurezza Cecot, noto per le condizioni terribili di detenzione. In luglio, i deportati sono stati rimandati in Venezuela, L’ordine di un giudice federale di permettere il ritorno negli Usa per esaminare le richieste di asilo è stato ignorato dall’amministrazione Trump.

Link al rapporto in inglese: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2026/01/Ringing-the-Alarm-Bells.pdf