L’escalation tra Pakistan e Afghanistan è entrata in una fase che fino a poco fa sembrava impensabile persino per due Paesi abituati a vivere di frontiera. Nella giornata di oggi, 27 febbraio, Islamabad ha condotto attacchi aerei in territorio afghano che, secondo più fonti internazionali, hanno colpito anche Kabul, oltre a obiettivi in altre province.

Kabul ha risposto rivendicando azioni contro postazioni pakistane lungo la linea di confine e denunciando vittime e danni. Nelle stesse ore il ministro della Difesa pakistano ha parlato apertamente di “open war”, un salto lessicale che fotografa quanto la crisi sia ormai diventata politica, prima ancora che militare.

Se ci si ferma alla cronaca, la lettura “facile” è quella della ritorsione: un attacco, una risposta, una contro-risposta. Ma il punto, oggi, è che Islamabad non sta colpendo solo per “punire” un episodio. Sta usando la forza per provare a cambiare i termini della relazione con il governo talebano di Kabul su un dossier preciso: la presenza e l’operatività oltreconfine del TTP (Tehrik-e Taliban Pakistan), la galassia jihadista che attacca lo Stato pakistano e che il Pakistan accusa di trovare in Afghanistan santuari e profondità.

In altre parole, i raid sono un messaggio: “se non intervenite voi contro chi colpisce noi, lo facciamo noi”. È questo “perché” che conta più del “come”.

Sul fondo dello scontro c’è anche l’“incognita India”, che Islamabad tira esplicitamente in ballo per inquadrare la crisi nella rivalità regionale. Nelle dichiarazioni ufficiali pakistane i Taliban vengono accusati di essersi avvicinati a Nuova Delhi, quasi trasformando l’Afghanistan in un terreno d’influenza indiano: una lettura utile a rafforzare la narrativa della minaccia esterna e a compattare consenso interno.

Nuova Delhi, da parte sua, tramite il Ministero degli Esteri, ha condannato i raid pakistani in Afghanistan, accusando Islamabad di “esternalizzare i propri fallimenti interni” e richiamando le vittime civili.

Al tempo stesso, le ricostruzioni internazionali indicano che la miccia immediata resta il dossier TTP e la sicurezza di confine; l’India agisce più come fattore di contesto — contatti diplomatici ed economici con Kabul in crescita — che come causa diretta dei raid.

Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare indietro, agli anni Novanta, quando i Taliban non sono ancora al governo di Kabul, ma un movimento emergente in un Afghanistan devastato dalla guerra civile post-sovietica.

La loro crescita è inseparabile dal mondo pashtun transfrontaliero e da una geografia politica in cui Pakistan e Afghanistan non sono due compartimenti stagni: sono un’unica fascia umana e militante tagliata da una frontiera contestata.

In quel contesto Islamabad vede nei Taliban una possibile “soluzione” al caos afghano: un attore capace di stabilizzare il Paese secondo un ordine favorevole agli interessi pakistani e, soprattutto, utile a impedire che l’Afghanistan diventi un retroterra ostile o troppo permeabile all’influenza dell’India.

I Taliban, per anni, sono stati considerati da settori del potere pakistano come un asset regionale. Ma quando un asset è costruito su militanza armata e ideologia jihadista, il confine tra “strumento” e “minaccia” è sempre fragile. Dopo l’11 settembre 2001 e gli attentati negli Usa questa fragilità esplode.

Il Pakistan diventa alleato chiave degli Stati Uniti nella “guerra al terrore”, indispensabile per logistica, intelligence e pressione sulle reti jihadiste. Eppure, proprio in quegli anni, l’insurrezione talebana si ricostruisce anche grazie a retrovie e reti oltreconfine: un intreccio in cui cooperazione con Washington e tolleranza selettiva verso alcune milizie finiscono per convivere, alimentando un sospetto reciproco che non si ricompone più.

Il simbolo di questa contraddizione arriva nel 2011, quando Osama bin Laden viene ucciso in un raid statunitense ad Abbottabad, in Pakistan, in un’area tutt’altro che remota. L’episodio è devastante per Islamabad perché crea un dilemma senza uscita: o lo Stato non sapeva (incompetenza e falla di sicurezza enorme) o sapeva (complicità).

L’inchiesta pakistana successiva, la cosiddetta Abbottabad Commission, descrive il caso come una “umiliazione” e parla di fallimenti sistemici e responsabilità diffuse nell’apparato di sicurezza e governance, mentre analisi e commenti internazionali hanno sottolineato la portata politica di quel cortocircuito tra Pakistan, jihadismo e cooperazione con gli USA.

Da allora il rapporto Pakistan–Stati Uniti entra in una lunga fase di logoramento, e il Pakistan si ritrova a gestire un effetto collaterale che era stato sottovalutato: la nascita e l’espansione di militanze “domestiche” che non rispondono più a nessuna regia esterna e che fanno della guerra allo Stato pakistano la propria ragion d’essere.

Il TTP è il nome più noto di questa deriva: non sono i Taliban afghani, ma un movimento affine per cultura militante e per bacino pashtun, e soprattutto un nemico diretto di Islamabad. Il punto, per il Pakistan, è che dopo il ritorno dei Taliban a Kabul nel 2021 la minaccia TTP viene percepita come aumentata: perché l’Afghanistan torna ad essere, potenzialmente, una profondità in cui i militanti possono riorganizzarsi, curarsi, addestrarsi e riposizionarsi.

Ed eccoci al paradosso finale, quello che rende lo scontro di oggi così “storico”: Islamabad aveva immaginato che un Afghanistan talebano sarebbe stato più “gestibile”. Invece sta scoprendo che i Taliban al governo non sono un proxy, non sono un’estensione telecomandata del Pakistan.

Devono rispondere a equilibri interni, a una base ideologica, a reti militanti e a una narrativa di sovranità che rende politicamente costoso “fare il lavoro sporco” contro altri jihadisti pashtun come il TTP. Kabul, dal canto suo, vive le incursioni pakistane come una violazione di sovranità e, soprattutto, come il tentativo di ridurla di nuovo a periferia controllabile.

Il risultato è la spirale in corso in queste ore: raid pakistani, ritorsioni talebane, dichiarazioni di “guerra aperta”, e un confine che torna ad essere non una linea, ma un fronte.

Dentro questa spirale si muovono anche altri fattori che danno benzina alla crisi. C’è la politica interna pakistana, dove “mostrare forza” contro il terrorismo ha un rendimento immediato. C’è la questione rifugiati, già esplosiva, che peggiora con ogni scambio di colpi. E c’è la geopolitica regionale: la retorica pakistana torna a evocare l’India, perché ogni frizione con Kabul viene letta anche attraverso la lente della rivalità indo-pakistana.

Il Pakistan oggi bombarda per forzare i Taliban afghani a scegliere tra due identità incompatibili, movimento rivoluzionario “solidale” con la militanza pashtun e Stato che controlla il territorio e reprime i gruppi armati.

Kabul, rispondendo, difende la sua seconda identità, quella statuale, e rifiuta di essere trattata come ai tempi in cui i Taliban erano, agli occhi di molti, un investimento regionale di Islamabad.

È una resa dei conti che arriva da lontano, e che porta nella cronaca di oggi tutta l’eredità non risolta degli anni Novanta, dell’11 settembre e di Abbottabad.

 

 

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