Il tema della sicurezza è tornato al centro delle preoccupazioni dei cittadini di Mirafiori dopo l’aggressione a una ragazza alla fermata dell’autobus e la petizione che ne è seguita.

In assemblea si sono chieste più telecamere e più controlli, come accade sempre in questi casi. Eppure, dietro la paura diffusa nel quartiere, c’è anche qualcosa di diverso dai soli reati: è cambiato il modo di viverlo.

Diversi interventi mostravano una certa confusione sulle responsabilità: al presidente della circoscrizione venivano chieste risposte come se fosse il Presidente del Consiglio o il Ministro dell’Interno.

La percezione diffusa è quella di una crescita dei reati: furti, spaccate, aggressioni e truffe agli anziani. L’insicurezza è avvertita soprattutto da chi lavora su turni ed entra ed esce dal quartiere nelle prime ore del mattino o rientra la sera percorrendo il tratto isolato di via Biscaretti.

Questa sensazione riflette anche i cambiamenti del quartiere: meno popolazione, più anziani, meno giovani.

In passato il controllo sociale era spontaneo: i cortili erano pieni, ci si conosceva, un estraneo veniva immediatamente individuato. Non era ordine pubblico, era presenza umana. Il quartiere non era necessariamente più tranquillo — negli anni ’80 e ’90 erano diffusi spaccio e violenza — ma era più presidiato socialmente. Bastava arrivare “in zona” perché chi aveva cattive intenzioni rinunciasse: qualcuno guardava sempre, qualcuno sapeva sempre chi eri. Non era sicurezza formale, era riconoscibilità reciproca.

Fino alla fine del millennio i cortili erano pieni: i genitori sorvegliavano i bambini e, senza volerlo, anche il territorio. Un estraneo veniva notato subito. Bastavano figure quotidiane — la portinaia, i vicini affacciati alle finestre — a svolgere una funzione di presenza continua che oggi nessun dispositivo riesce a sostituire.

Oggi non è tanto aumentata la pericolosità interna quanto la fragilità: sono cresciuti anonimato, individualismo e solitudine. Molti reati predatori difficilmente verranno risolti solo con telecamere o controlli. Servono interventi concreti e vanno pretesi dalle istituzioni, ma la sicurezza non dipende esclusivamente da esse. Deriva anche dall’essere una comunità. Con meno relazioni si è perso quel senso di protezione diffusa che rendeva il quartiere riconoscibile a chi lo abitava e ostile a chi voleva approfittarne. Oggi spesso non si conosce il vicino di casa, non ci si parla, non si partecipa. E la paura cresce proprio dove manca la fiducia.

Come per altri cambiamenti sociali, non esiste una soluzione unica dall’alto. Ognuno deve fare la propria parte: pretendere ciò che spetta allo Stato, ma anche tornare a vivere gli spazi comuni e a riconoscersi reciprocamente. La sicurezza non nasce solo dal controllo, ma dal fatto di non essere estranei: guardarsi, riconoscersi. Un quartiere abitato è più sicuro di un quartiere sorvegliato.