L’amministrazione del “Bene Comune” di Montella (provincia di Avellino, in Campania), guidata dal Sindaco-Presidente della Provincia, indossa i panni della paladina della salute pubblica sventolando il progetto dell’Ospedale di Comunità nel complesso del Convento di San Francesco. Un altruismo di facciata che stride con la memoria storica: parliamo degli stessi attori che tentarono di accreditare come un’opera a “impatto zero” un impianto di rifiuti a due passi da qui, nella Piana di Folloni. Un’area ricca di falde acquifere e fertile terreno agricolo, diventata oggi, per loro scelta, una distesa di pannelli solari.

Sono i medesimi volti che, dopo lo scandalo dei prefabbricati post-terremoto sollevato dalle telecamere Rai, hanno messo in scena uno smantellamento tanto folkloristico quanto scellerato. Un colpo di ruspa propagandistico che ha trasformato quelle carcasse in una discarica a cielo aperto, poi abbandonata al degrado. Inizialmente minimizzarono, parlando di semplice inciviltà dei cittadini; ma l’intervento dei Carabinieri e le analisi dell’Arpac hanno fatto emergere la verità: tonnellate di rifiuti speciali e fibre di amianto lasciate a marcire a ridosso delle abitazioni.

Della salute dei cittadini, parrebbe, importa poco o nulla. La priorità è l’esercizio del potere e la manutenzione del consenso, una campagna elettorale permanente alimentata da risorse pubbliche. L’ospedale si trasforma così nel paravento ideale per intercettare i 6 milioni di euro del PNRR. In un’amministrazione a trazione PD, scortata da timidi cespugli di sinistra, il paradosso è totale: assistiamo al tradimento sistematico della tutela del territorio e della partecipazione democratica.

Il cerchio si chiude attorno al budget anziché ai bisogni della comunità, svendendo la missione sociale a un gelido cinismo contabile. È la negazione della propria identità: alla tutela del “bene comune” e della vocazione dei luoghi si preferisce la logica del cemento e del finanziamento a pioggia. L’Irpinia è costellata di edifici dismessi che avrebbero potuto ospitare la struttura senza profanare l’anima di un sito storico, eppure è prevalsa la mentalità del “giardino di casa”, figlia di una smania di grandezza che non ammette alternative.

Questa fame di progetti faraonici, ambiziosi sulla carta ma alieni dalla realtà, non è nuova. Si tratta dello stesso approccio visionario – quello di chi insegue orizzonti immaginari ignorando il terreno che gli frana sotto i piedi – che ha portato il Sindaco a rilanciare l’idea di un ponte tibetano sospeso sul fiume Calore e di un volo adrenalinico tra l’altopiano di Verteglia e il Santuario del Santissimo Salvatore. Una distrazione di massa scenografica, confezionata mentre le infrastrutture basilari cadono a pezzi.

È la politica del miraggio: promesse di voli nel vuoto e ospedali nei conventi che nascondono l’incapacità di garantire la manutenzione delle strade e la dignità dei servizi minimi. Un’umiliazione per un paese che, pur essendo il bacino idrico del Mezzogiorno, resta ogni anno a secco per l’inettitudine nella gestione dell’ordinario.

Le dichiarazioni del Sindaco, rilasciate in interviste blindate e prive di contraddittorio, offrono la misura della mistificazione. Egli sbandiera una presunta regolarità formale, rivendicando la proprietà dell’immobile. Ma i fatti dicono altro: un contenzioso aperto con i frati, custodi del bene, accerterà chi ne sia il legittimo titolare. Il Primo Cittadino si ostina a sostenere che in passato quella sede abbia ospitato diverse associazioni senza alterarne l’identità.

Come si può paragonare l’impatto di un presidio sanitario attivo h24, tra viavai di ambulanze e abbattimento di mura medievali, a quello di una piccola realtà locale? Un simile accostamento è un insulto alla logica e un’offesa palese all’intelligenza dei cittadini. Il Sindaco recita la parte della vittima per coprire errori marchiani: chi avvia lavori ed espropri senza avere le carte in regola dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, anziché evocare complotti e nemici immaginari.

Quasi non valga nemmeno la pena discutere con quel sistema che, in preda al delirio mistico, arriva a far parlare i defunti e persino i santi – spingendosi a ipotizzare cosa avrebbe pensato San Francesco – pur di infondere vita a un progetto nato morto. Ma il rammarico più grande è vedere una parte della gioventù locale assuefatta a questo sistema, rinunciando a esercitare la propria autonomia di pensiero; è quel rischio di “analfabetismo funzionale” paventato da Camilleri, ovvero l’incapacità di distinguere i fatti dalla propaganda.

Restare indifferenti alla menzogna non è una scelta di quieto vivere, ma l’atto con cui si consegnano le chiavi del nostro domani a chi vive di miraggi. Riprendersi il diritto al dubbio e all’indignazione è un dovere di libertà indispensabile per smettere di ipotecare il futuro.