Rispondere alla violenza con la violenza ha lo stesso significato, e purtroppo gli stessi effetti, della massima latina, tornata purtroppo di attualità: “Si vis pacem, para bellum”. Ed è quello che sta accadendo dopo la manifestazione di Torino come protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna.

Se è vero che a trasformare una protesta pacifica in uno scontro con la polizia contano molto le misure repressive di un governo di estrema destra, con nostalgie di regime, chi ha un lungo percorso politico alle spalle, sa che scelte di questo genere si ripetono con la ritualità propria soltanto di stereotipi arcaici, tanto più duraturi quanto meno indagati. Tale è la “virilità guerriera”, a cui purtroppo cominciano a guardare con interesse anche le donne. Se anziché fermarsi a contrapposizioni note, come “guerra e pace”, “buoni e cattivi”, “caos e ordine”, “paura e sicurezza”, si cominciasse invece a riflettere sull’”agire politico”, su quanto si porta dietro di una idea di società e di governo del mondo rimasta per millenni appannaggio di una comunità storica di uomini, forse non sarebbe più così difficile prospettarsi un reale cambiamento.

Le prime e più gravi conseguenze negative di quanto avvenuto a Torino sono quelle che scoraggiano la prospettiva, già apparsa come “reale e possibile” nelle manifestazioni per Gaza e oggi a Minneapolis contro l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), il braccio armato di Trump: una società civile capace di una “resistenza” non violenta, che occupa instancabilmente le strade e le piazze di tutto il mondo per giorni e mesi.

Le guerre tra popoli e le guerre civili, in un momento in cui si sta assistendo a grandi conquiste della coscienza storica, come il legame, che c’è sempre stato, tra tutte le forme di dominio – sessismo, classismo, razzismo, distruzione della natura, ecc.-, rischiano di innescare un cammino inverso di resa al già noto.

L’articolo originale può essere letto qui