Una storia di riscatto e speranza. Una di quelle che fanno bene al cuore, restituiscono un po’ di fiducia nell’umanità e nella capacità di farsi del bene a vicenda e di vivere una vita piena e serena dopo aver subìto persecuzioni e soprusi e rischiato la vita. Anche se il pregiudizio e l’ingiustizia restano sempre in agguato. A raccontarci questa storia – narrata anche nel libro “Il mare nasconde le stelle” di Francesca Barra – è Remon Karam, un giovane di 26 anni che ha trascorso in Italia la metà della sua vita, ha conseguito un diploma e due lauree e che nonostante questo non ha ancora ottenuto la cittadinanza.

Perché sei fuggito dall’Egitto?

Ho lasciato l’Egitto a seguito della primavera araba perché subito dopo è arrivato Mohammed Morsi e le persecuzioni contro i cristiani copti come me sono aumentate. Si sono verificati diversi attentati nelle chiese, in particolare durante le feste religiose. Autori di questi atti terroristici erano estremisti fondamentalisti islamici. Quasi tutti i musulmani sono persone per bene e non voglio generalizzare, ma in quegli anni in particolare per noi copti era diventato rischioso vivere in Egitto. Mio cugino è stato ucciso per strada. Temevo di poter fare la stessa fine. Per questo ho deciso di fuggire senza avvisare nessuno.

Com’è composta la tua famiglia in Egitto?

Siamo in quattro, i miei genitori e un fratello più piccolo di me di un anno: oggi io ho 26 anni e lui 25. Senza dire niente ai miei avevo conosciuto in quel periodo alcuni scafisti; in quel periodo si parlava tanto di viaggi in Europa. Io sognavo di poter vivere in un luogo sicuro, per costruirmi un futuro.

Sei partito da solo?

Sì. Era il 2013 e avevo appena compiuto 14 anni. Fui sequestrato per cinque giorni in un appartamento ad Alessandria e poi caricato su un barcone. La traversata del Mediterraneo durò una settimana e in quei giorni vidi la morte in faccia. Ci davano da mangiare un pugno di riso cotto nell’acqua di mare e potevamo bere solo poche gocce d’acqua mista a benzina dal tappino di una bottiglia di plastica. Non so neanche io come ho fatto a sopravvivere in quelle condizioni.

Hai attraversato il deserto?

No, perché a quei tempi, nel 2013, non era necessario arrivare in Libia per prendere il mare, le partenze avvenivano direttamente dall’Egitto. Questo mi ha risparmiato le torture nei campi di prigionia libici, ma non il trauma della traversata.

Che cosa è successo una volta arrivato in Italia?

Inizialmente ho vissuto per qualche mese in un centro d’accoglienza in Sicilia. Poi sono stato preso in affido da una coppia senza figli. È stata una grande fortuna per me: Marilena e Carmelo mi hanno regalato tanto affetto e cure, la sicurezza di un tetto sulla testa e la possibilità di studiare. Non mi hanno mai fatto mancare nulla, hanno portato avanti l’educazione che i miei genitori biologici non hanno potuto completare. A loro devo tutta la mia (seconda) vita.

Parlaci dei tuoi titoli di studio e del tuo lavoro.

Mi sono diplomato al liceo scientifico. La prima laurea è stata in Lingue e culture moderne e la seconda in Lingua per la comunicazione interculturale e cooperazione internazionale. Attualmente lavoro come ‘case manager’ per Adecco Inclusion a Roma”.

Cosa vorresti dire al governo italiano, che nel novembre scorso ha rinnovato il memorandum Italia-Libia?

Il trattamento riservato ai migranti non può essere definito altro che disumano. Il governo italiano non può fingere di non sapere cosa accade nelle prigioni libiche, conosce benissimo la situazione e le torture sui migranti. Evidentemente considera i propri interessi politici più importanti dei diritti umani e della vita stessa di migliaia di persone che hanno l’unica colpa di cercare un futuro migliore per sé e i loro figli.

Il governo Meloni finanzia con i soldi delle nostre tasse aguzzini che ogni giorno massacrano e violentano i migranti, li torturano in diretta telefonica con i loro cari per farsi mandare sempre più soldi, li vendono come schiavi o li uccidono. E chi riesce a sopravvivere rischia di morire per il naufragio di imbarcazioni che non stanno a galla, mentre il governo cerca di impedire alle Ong di salvarli.

E cosa diresti all’Unione Europea, che ha inserito nuovi Paesi nella lista di quelli “sicuri” per respingere i migranti?

Si sa qual è l’unico obiettivo in questo momento: attuare il blocco navale o addirittura la remigrazione, espellendo anche persone che in Europa hanno cominciato una seconda vita e si sono integrate. Si sente spesso usare lo slogan ‘l’Italia agli italiani’, ma nessuno mai dice ‘l’Africa agli africani’. Il nostro è un continente ricchissimo, ma i suoi abitanti non possono godere delle sue risorse, gestite dalle grandi potenze, Usa, Cina, Unione Europea. Le materie prime ci vengono rubate per il vantaggio di pochi. A noi restano solo povertà e schiavitù e anche il divieto di lamentarci o di tentare di rimediare. Il mondo ricco e privilegiato dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, invece di continuare a rivendicare il diritto di depredarci, respingerci e cacciarci.

La definizione di ‘Paesi sicuri’ è solo una farsa: in quasi tutti ci sono guerre civili, persecuzione di minoranze religiose ed etniche. Quando non si sa come giustificare la propria inefficienza la cosa più facile è dare la colpa a chi non può parlare. I migranti sono additati come nemici e minaccia alla sicurezza, quando in realtà il nostro lavoro paga le pensioni attuali e future di tanti italiani. Senza gli immigrati, spesso sfruttati senza pudore, non ci sarebbe chi raccoglie la frutta, pulisce le strade, lavora nei cantieri, si occupa di bambini e anziani. Ma siamo solo fantasmi senza diritti.

Cosa pensi del fatto che l’estrema destra stia vincendo in sempre più Paesi proprio cavalcando il tema immigrazione?

Purtroppo certi partiti traggono la loro forza dalla diffusione dell’odio e del pregiudizio facendo il lavaggio del cervello a persone che non sono in grado o non vogliono informarsi. Alcuni media complici non fanno che sottolineare i reati degli stranieri dimenticando quelli degli italiani, senza mai parlare del coraggio e della generosità di persone che studiano e lavorano senza risparmio per ottenere ciò che agli italiani è spesso garantito per diritto di nascita e per dare il loro contributo alla crescita dell’Italia. Dall’altra parte purtroppo la sinistra non sa o non vuole portare esempi positivi e la narrazione finisce per essere completamente falsata.

Cosa pensi dell’ICE e della politica di deportazione di Trump?

Tutto il male possibile. E temo che purtroppo qualcosa del genere possa accadere anche in Italia. Basti pensare che il 17 maggio scorso a Milano si è tenuto il ‘Remigration summit’ supportato da personaggi come Salvini, Vannacci e da altri esponenti dell’estrema destra europea. In quell’occasione si è parlato di rimandare gli stranieri nei Paesi d’origine o addirittura in altri Stati. Si parla di supremazia della razza bianca, c’è un ritorno al passato più nero, quello che tanta morte e atrocità ha portato in tutto il mondo.

Chi dimentica o ignora le lezioni della storia è condannato a ripetere le peggiori nefandezze. E troppi italiani restano indifferenti o addirittura sposano tesi razziste, pensando che finché le ingiustizie colpiscono ‘gli altri’ loro possono stare tranquilli o addirittura avvantaggiarsene. Ad allarmare sono da una parte l’indifferenza e dall’altra l’odio”.

Tu hai paura?

Sì, non posso negarlo. Temo di essere rimandato in Egitto solo perché ho la pelle un pochino più scura e non ho ancora la cittadinanza italiana, malgrado viva in questo Paese da 13 anni. Ho studiato ottenendo prima il diploma e poi due lauree e oggi lavoro con un regolare contratto. Eppure ogni anno per poter rinnovare il permesso di soggiorno noi ‘stranieri’ dobbiamo quasi scusarci per la nostra ostinazione a voler restare e siamo costretti a lottare con una burocrazia che cerca solo un pretesto per cacciarci. Quattro volte l’anno devo tornare in Sicilia, spendendo di tasca mia centinaia di euro ogni volta, per lasciare le impronte e rinnovare il permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

A 13 anni dal tuo arrivo in Italia non hai ancora la cittadinanza italiana. Che cosa comporta per la tua vita in termini pratici?

L’esempio più eclatante è il fatto che nonostante i miei titoli di studio e la mia esperienza non ho la possibilità di partecipare a concorsi pubblici o di lavorare nella pubblica amministrazione perché mi manca il requisito della nazionalità. Ma sono molti gli ostacoli e le difficoltà dovuti alla mancanza della cittadinanza.

In questi 13 anni sei mai riuscito a riabbracciare la tua famiglia d’origine?

Ho potuto rivedere i miei solo due volte, nel 2017 e nel 2020. Da allora non sono più tornato perché in quanto egiziano ho l’obbligo della leva in patria: oggi sono considerato un disertore e se tornassi mi costringerebbero a fare il militare per tre anni. In questo modo perderei il permesso di soggiorno in Italia e tutto ciò che mi sono costruito da quando sono qui. E i miei non possono venire a trovarmi perché l’Italia non concede loro il visto.

Cosa vorresti dire ai ragazzi come te che sognano l’Italia o l’Europa?

Non condanno chi tenta in ogni modo di arrivare in Europa, come del resto ho fatto io, ma il consiglio è quello di non immaginare che in Italia sia tutto rose e fiori. Qui la vita è complicata e devi convivere con una situazione di perenne incertezza. La possibilità di avere successo è infima, perché non ci sono politiche di inclusione, anzi, tutto il contrario, si fa di tutto per ostacolare chi vuole soltanto rifarsi una vita rispettando la legge e pagando le tasse. D’altra parte però penso anche che se io ho vinto la mia scommessa, benché non sapessi l’italiano e fossi un ragazzino solo quando sono arrivato, allora anche altri possono farcela.