Lo scorso 17 febbraio il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) ha approvato la valutazione d’impatto ambientale (VIA) presentata dall’azienda di armamenti RWM-Italia, per sanare gli abusi edilizi perpetrati a partire dal 2018. E’ utile ricordare che l’ampliamento, in seguito ai ricorsi dei comitati sardi e delle numerose associazioni pacifiste, ambientaliste ed antimilitariste che li sostengono, era già stato considerato illegittimo da una sentenza del Consiglio di Stato del 2020. Non risulta che nel frattempo siano state fatte modifiche nelle strutture. E’dunque lecito mettere in evidenza la contraddizione fra gli organi esecutivi e quelli di controllo dell’apparato statale italiano.

Che ci sia qualcosa che sta andando fuori controllo? Credo sia molto probabile.

Le armi, innanzitutto: dalle semplici pistole e fucili, fino ai proiettili d’artiglieria, alle bombe, ai missili, alle mine, ai droni-killer e alle “armi autonome”, sono oggi più che mai fuori controllo, in una corsa al riarmo sempre più sfrenata, che fomenta guerre, “pulizie etniche”, genocidi. Ci dicono da tempo che le armi nucleari siano adeguatamente controllate, allo scopo di evitare incidenti. Ma se per un attimo pensiamo ai volti dei leader mondiali che le controllano, non possiamo sentirci rassicurati.

In un clima globale in cui le armi sembrano diventare il volano dello sviluppo, non c’è da stupirsi del via libera al raddoppio della fabbrica di Domusnovas-Iglesias, figlia della tedesca Rheinmetal, azienda leader a livello europeo ed internazionale. Da tempo doveva soddisfare commesse provenienti da numerosi Stati ed era indietro con le consegne: Europa per la guerra in Ucraina, Arabia Saudita per la guerra in Yemen, Emirati Arabi, per la guerra in Sudan, Turchia e Siria per la guerra ai curdi, Israele per la guerra ai palestinesi. Solo per citarne alcune, fra le guerre che tormentano il pianeta e che appaiono sempre più come pezzi di una guerra mondiale non dichiarata.

Ma dietro le decisioni di un governo centrale capace solo di misure repressive e di ammiccamenti alle lobby delle armi, c’è una società sarda da sempre divisa. A livello politico, il PD e la CGIL sostengono l’industria e i posti di lavoro, chiudendo occhi e orecchie sulle conseguenze di certe produzioni, le destre governative che non aspettano altro che il clima di guerra si infuochi, e la cittadinanza attiva delle persone, i comitati, le associazioni, i sindacati di base, che contestano l’economia bellica che si va instaurando.

L’atteggiamento della Regione Sardegna è stato emblematico: aveva la competenza per negare il VIA per l’ampliamento, ma davanti ad una decisione importante per la pace e i diritti umani, è rimasta immobile e molle, abdicando alla propria responsabilità, lavandosene le mani e lasciando l’ineluttabile decisione al governo. Una nuova dimostrazione che in tema di armamenti la politica istituzionale è unita, con poche, significative, ma marginali eccezioni. Ma anche un’ennesima conferma sull’atteggiamento di sudditanza che i governi regionali, l’attuale buon ultimo, hanno mostrato nel tempo.

Il ministro Urso ha parlato di “una premessa per il rilancio produttivo e occupazionale del Sulcis-Iglesiente.” Naturalmente tacendo che la produzione sia di strumenti di morte e distruzione e che oltre metà delle maestranze impiegate lo sia con contratti a termine.

Quel che non viene detto è che qualunque altra persona, od ente privato, che avesse fatto un abuso edilizio di tali proporzioni, sicuramente non l’avrebbe fatta franca. Mentre un’industria bellica sembra poterlo fare, quasi godesse di una corsia preferenziale.

Nelle relazioni tecniche presentate dai comitati popolari alla Regione, non si parlava solo di violazioni paesaggistiche, ma anche relative alla sicurezza idrogeologica, per di più in relazione al tipo di produzioni. Se avvenisse un’esondazione del corso d’acqua che scorre a breve distanza dagli stabilimenti, metalli pesanti ed elementi chimici potrebbero avvelenare tutto il territorio. Perché il governo regionale non si è voluto impegnare su questo? Forse perché le armi sono un terreno minato per tutte, o quasi tutte, le forze politiche?

In questo contesto è un gran bene che esista una società civile attenta e organizzata dal basso, che non si lascia deludere dagli inciampi sul cammino, perché convinta che per cancellare la guerra dalla Storia le armi debbano diventare un tabù. Una navigazione controcorrente, oggi l’unica possibile.

 

Carlo Bellisai