Negli scorsi giorni la questura di Cagliari ha notificato a 91 persone degli avvisi di conclusioni delle indagini preliminari per dei “delitti” che sarebbero stati commessi nelle grandi giornate di mobilitazione per la Palestina dell’autunno e in una manifestazione antifascista successiva.
Non stupisce che lo stato si stia vendicando del successo delle mobilitazioni dell’autunno contro il genocidio, soprattutto se ci ricordiamo che le stesse si concentravano sulla denuncia della complicità del governo in questo massacro.
Quando la risposta non è politica ma repressiva, significa che si vuole difendere un ordine che non tollera l’interruzione della normalità del profitto.
Era questo, infatti, il senso dello slogan “blocchiamo tutto”; mettere in discussione affari, relazioni internazionali e subalternità atlantica.
“Blocchiamo tutto” significa interrompere la catena che lega produzione, profitto e guerra.
Ed è per questo che il popolo ha preso in mano la propria responsabilità e ha fatto ciò che il governo si rifiutava di fare.
Se Meloni e i suoi gregari si rifiutano di mettere in atto l’inevitabile embargo e l’isolamento dell’occupazione israeliana, saremo noi a praticare l’embargo e far rispettare il diritto internazionale.
Allo stesso modo, nel momento in cui a Cagliari nessun rappresentante delle istituzioni e delle forze di polizia si incarica di far rispettare la costituzione antifascista, al popolo non resta altra possibilità che quella di mettersi in gioco in prima persona e impedire l’apologia di fascismo e la disseminazione di discorsi d’odio.

Lacrimogeni e idranti contro manifestanti inermi, Cagliari 01/11/2025 (Foto di Pierpaolo Loi)
Per questo rifiutiamo la strategia divisiva applicata tanto dalla questura quanto da alcune testate, quando differenziano le accuse e quando parlano di persone infiltrate.
Il movimento è uno, vario e fatto di pratiche diverse, ma l’obiettivo è comune e noi sappiamo che, come si dice in Valle, e come ci ha insegnato la nostra Nicoletta Dosio, “si parte e si torna insieme”.
Questa vendetta colpisce chiaramente in maggioranza persone giovani, come sempre si fa per troncare sul nascere i movimenti e impaurire persone che ancora hanno da crearsi un futuro, ma vogliamo sottolineare che moltissime tra le persone indagate sono lavoratrici e lavoratori con responsabilità familiari e sociali, che si occupano di figli o genitori anziani e che, oltre ad aver manifestato in prima linea, hanno anche rinunciato a più di una giornata di stipendio per ribadire di non voler essere complici del genocidio.
Questo non può che far paura al potere.
Come organizzazione abbiamo persone colpite da questa vendetta in più di una città, molte con ruoli di responsabilità locali e nazionali, ma non per questo ci faremo intimidire.
Se la repressione è la loro risposta, la nostra sarà ancora più mobilitazione.
Sappiamo che questi “sintomi morbosi”, per dirla con Gramsci, sono certamente il segnale di un vecchio che si ostina a non morire, ma ci stiamo organizzando per far si che il nuovo riesca a nascere.
Cagliari, 27 febbraio 2026
Potere al Popolo – Sardegna










