Oggi, 19 febbraio si tiene a Washington la prima riunione dell’iniziativa coloniale promossa dagli Usa, il primo fornitore delle armi scagliate contro i palestinesi. Il Governo Meloni annuncia la partecipazione “nello spirito dell’articolo 11 della Costituzione” e tace ancora sulle forniture di materiale d’armamento a Tel Aviv e sul provvedimento che avrebbe potuto sospendere o revocare l’export di Leonardo autorizzato prima del 7 ottobre 2023.

Intervenendo alla Camera dei deputati martedì 17 febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto sapere che l’Italia parteciperà in qualità di “osservatore” alla prima riunione del “Board of Peace” istituito dall’amministrazione Trump per la “stabilizzazione” (così ha detto il ministro) della Striscia di Gaza, in programma giovedì 19 febbraio a Washington. Non c’è alcuna forzatura istituzionale, ha assicurato il vicepresidente del Consiglio, e il posto verrà occupato in “stretta osservanza dei principi della nostra Costituzione”.

Del resto “l’assenza del nostro Paese a un tavolo in cui si discute di pace, sicurezza e stabilità nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile -ha detto in aula Tajani- ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso articolo 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie”.

Che coraggio ad associare l’iniziativa coloniale degli Usa -il primo fornitore di armi a Tel Aviv- al “ripudio della guerra” scolpito dalla nostra tradita Costituzione.

A fare il gioco del governo italiano c’è anche la sciagurata risoluzione 2803 del 17 novembre 2025, con la quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dato agibilità politica e istituzionale al violento e padronale approccio della Casa Bianca.

Ma c’è qualcosa di più oltraggioso nell’intervento del ministro, nel posizionamento del governo e -duole dirlo- nel fragoroso silenzio delle opposizioni parlamentari in aula il 17 febbraio.

Nessuno chiede più conto al Governo Meloni dell’esportazione di materiale d’armamento a Tel Aviv in pieno genocidio e del ruolo di Leonardo Spa in forza di contratti stipulati prima del 7 ottobre 2023 e mai revocati o sospesi dalla Farnesina.

Eppure a fine settembre 2025, travolto dall’indignazione pubblica, dalle mobilitazioni a sostegno della Flotilla, dal rapporto della Relatrice Onu Francesca Albanese (e, nel nostro piccolo, anche dalle inchieste di Altreconomia), l’amministratore delegato del colosso militare Roberto Cingolani aveva dichiarato testualmente al Corriere della Sera che sì, “questi contratti dobbiamo onorarli per legge, anche in questa situazione tremenda”, ma che “per fortuna adesso il ministero degli Esteri e l’Autorità Uama stanno guardando se sia possibile trovare un provvedimento che ci consenta di sospendere le vecchie licenze sulla falsariga della legge 185”.

L’adesso era il 30 settembre 2025. Che fine ha fatto mesi dopo quel provvedimento di sospensione (o revoca) delle licenze autorizzate in precedenza?

La vicenda -ritenuta démodé da chi non vedeva l’ora di addormentarsi sentendo la favoletta del “cessate il fuoco” a Gaza- è invece determinante, anche in relazione all’accertamento delle responsabilità statali e personali (pubbliche e private) nel concorso in genocidio.

A fine 2025 abbiamo così inoltrato all’Autorità nazionale Uama in seno alla Farnesina guidata da Tajani un’istanza di accesso civico generalizzato per ottenere copia del decreto “paventato” dal capo di Leonardo.

L’esito è prevedibilissimo ma non per questo meno grave e scandaloso: “l’Italia in prima linea sin dal primo momento per salvare vite, alleviare le sofferenze dei civili e far tacere le armi” -per richiamare le parole di Tajani in Parlamento- si rifiuta di rispondere per non mettere “a rischio il clima di confidenzialità ed i delicati equilibri attraverso i quali deve svolgersi il dialogo tra gli Stati”.

Non si può neanche sapere se un provvedimento di revoca o sospensione esista o meno, a quasi due anni e mezzo dal 7 ottobre 2023.

“L’ostensione delle informazioni contenute nella documentazione agli atti della Uama viene ritenuta idonea a poter arrecare un pregiudizio concreto alle relazioni internazionali, in quanto consentirebbe l’immissione nella conoscenza di processi di analisi e decisioni che toccano livelli di riservatezza nella gestione delle relazioni internazionali come sopra qualificate”.

Il cavalierino del governo italiano a Washington andrebbe corretto. Non “osservatori”, “complici”.

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