1. Non si può dire che l’operazione speciale varata da Trump in Venezuela, con il sequestro del presidente Maduro e della moglie sia stata un successo. Tutti i membri del governo venezuelano, tutti i comandanti delle forze armate e tutti i vertici degli organi giurisdizionali sono rimasti al loro posto. Il cambio di regime atteso dagli oppositori non c’è stato, e neppure appare all’orizzonte.
Alla domanda dei giornalisti se gli Stati Uniti richiederanno alla presidente del Venezuela Rodríguez il rientro degli esponenti dell’opposizione o il rilascio dei prigionieri politici, Trump ha risposto: “Non siamo ancora così lontani. Al momento, vogliamo far ripartire l’industria petrolifera, ricostruire il paese, rimetterlo in piedi e poi tenere le elezioni”. La stessa presidente Rodriguez ha subito espresso la volontà di collaborare con gli Stati Uniti, ma su “un’agenda di cooperazione orientata allo sviluppo congiunto e al rafforzamento di una coesistenza duratura nella comunità, nel quadro del diritto internazionale”.
Adesso Trump minaccia una nuova operazione militare se la presidente non obbedirà ai suoi ordini. Una ulteriore escalation, anche nella violazione del diritto internazionale, che potrebbe produrre scontri tra la popolazione civile ed una serie di conflitti più estesi, anche all’esterno del Venezuela. Nessuno oggi in Italia, ed in Europa, sembra comprendere quanto sia alto il rischio di una devastante guerra civile, con possibili ripercussioni sui paesi confinanti.
L’opposizione venezuelana, d’altra parte, ha dimostrato in questi giorni, di fronte all’intervento americano, di non essere in grado di promuovere una significativa mobilitazione popolare. I media occidentali hanno nascosto le strade del Venezuela piene di sostenitori del governo e di cittadini venezuelani mobilitati per respingere un intervento militare straniero al di fuori della legalità internazionale.
Edmundo Gonzáles Urrutia, che ancora contesta la legittimità delle ultime elezioni che lo hanno visto sconfitto, ha riconosciuto la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti come un “passo importante” che ora dovrebbe essere seguito da ulteriori sviluppi. Il dispiegamento delle forze statunitensi sarebbe “un passo importante, ma non sufficiente” per riportare il paese alla normalità, ha affermato Gonzáles Urrutia. Un intervento militare ancora più esteso da parte degli Stati Uniti rimane la prospettiva sulla quale si impegna ancora in questi giorni il premio Nobel “per la pace” Machado, che Trump per il momento sembra ignorare. Ma le improvvise svolte del presidente degli Stati Uniti potrebbero portare in pochi giorni ad ulteriori e più estese iniziative militari, con ricadute imprevedibili.
L’attacco americano al Venezuela ha avuto nell’immediato l’effetto di rafforzare il fronte dei paesi centroamericani che subiscono più da vicino la pressione degli Stati Uniti con Trump che cerca di ottenere a basso costo il controllo delle risorse petrolifere di cui dispongono. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha reagito bruscamente alle recenti minacce di Trump. Se si dovesse agire contro di lui, Petro ha avvertito di gravi conseguenze. “Se dovessero arrestare il presidente, che gran parte della mia gente apprezza e rispetta, scateneranno la rabbia del popolo. Allo stesso tempo, il capo dello Stato ha invitato le forze di sicurezza a essere leali. “L’ordine alle forze di sicurezza non è di sparare contro la gente, ma contro l’aggressore”. Il ministro degli Esteri colombiano Rosa Villavicencio ha risposto alle minacce di Donald Trump: “Se tale aggressione dovesse verificarsi, i militari devono difendere il territorio e la sovranità del Paese”. Secondo il diritto internazionale, anche la Colombia, come altri Stati centroamericani, avrebbero il diritto all’autodifesa.
2. L’Onu ha criticato l’operazione militare Usa in Venezuela, avvertendo che ha chiaramente “minato un principio fondamentale del diritto internazionale”. Gli Stati non dovrebbero “sequestrare o usare la violenza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati”, ha detto ai giornalisti a Ginevra la portavoce della Commissione delle Nazioni Unite, Ravina Shamdasani. “La responsabilità per le violazioni dei diritti umani non può essere raggiunta attraverso interventi militari unilaterali in violazione del diritto internazionale”, ha sottolineato la portavoce. Secondo la stessa portavoce Onu, si può temere che “l’attuale instabilità e l’ulteriore militarizzazione nel paese sulla scia del dispiegamento militare degli Stati Uniti non faranno altro che peggiorare la situazione”.
La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti costituisce un punto di svolta nell’ordine mondiale, che va ben oltre la dimensione regionale del continente americano. Si tratta di una strategia molto articolata, che non è difficile ricondurre alla nozione di guerra ibrida permanente, articolata su scala globale, con un impegno diretto dei padroni della tecnologia, dal controllo satellitare all’intelligenza artificiale, e dei grandi gruppi finanziari che possono influenzare i processi elettorali nei paesi che si intende aggredire, creando quel cambio di regime che gli attacchi militari non garantiscono. Sono anni che le destre stanno conquistando consensi e governi sfruttando strumenti informatici, disinformazione di massa, questioni economiche, e soprattutto strumentalizzando le politiche migratorie. Come era prevedibile da tempo, dalla guerra ai migranti, che si inasprisce ogni giorno di più, si è passati alla legittimazione della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
Le ultime dichiarazioni di Trump non escludono neppure il ricorso alla forza militare per prendere il controllo della Groenlandia, anche a costo di una crisi diplomatica con gli odiati alleati europei. Che certamente non potrebbero opporsi con le armi, visto i livelli di dipendenza che hanno dagli Stati Uniti, sul fronte dei rifornimenti di gas e petrolio. La partita in corso a livello globale tra le grandi potenze va ben oltre le pretese di Trump sulla Groenlandia, che pure potrebbero disgregare la NATO, ma che potrebbero costare anche molto care allo stesso presidente americano. Diventa sempre più concreta la possibilità di un isolamento finanziario degli Stati Uniti, afflitti da un colossale debito pubblico e con una economia che non può fare ancora a meno dell’Unione Europea, come è stato dimostrato dal ripiegamento sulla questione dei dazi.
3. La guerra in corso in Ucraina, il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, sono le conferme di una rottura definitiva con le regole del diritto internazionale e con il multilateralismo, naufragato con la crisi delle Nazioni Unite.
Nel diritto internazionale, ci sono due eccezioni che possono giustificare l’intervento militare in un altro paese che si può basare soltanto su un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – che non esisteva nel caso del Venezuela, o configurarsi come diritto all’autodifesa se uno stato è stato attaccato. Una “guerra alla droga”, o un attentato terroristico, non hanno alcuna rilevanza legale che possa giustificare un intervento militare contro un altro paese o contro una popolazione civile. Questo valeva già dopo l’11 settembre 2001, come vale ancora oggi.
Non c’è solo il precedente terribile della guerra in Palestina, un conflitto che si trascina da decenni per la negazione sistematica del diritto internazionale e del ruolo dell’Onu. Il rovesciamento di Saddam Hussein in Iraq non ha portato pace, ma guerra civile, terrore e un paese permanentemente destabilizzato. In Libia, l’eliminazione di Gheddafi, che pure era un dittatore, ha portato alla disintegrazione del paese, al dominio delle milizie ed all’incremento dei traffici di armi, droghe e persone. L’Afghanistan, infine, dimostra che anche una guerra inizialmente giustificata con l’autodifesa può finire in un disastro: con il ritorno dei vecchi governanti, le speranze di democrazia distrutte e una popolazione traumatizzata.
Rovesciare un Capo di stato può risultare relativamente facile. Creare un ordine giusto e stabile, dopo la destituzione di un governo, risulta estremamente difficile, e quasi sempre sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. Lo vediamo da anni, lo stiamo vedendo giorno dopo giorno in tanti paesi africani, soprattutto nell’area del Sahel, nei quali si succedono i colpi di Stato, con un peggioramento continuo delle condizioni di vita della popolazione civile, e con la diffusione esponenziale del terrorismo.
Lo svuotamento del ruolo delle Nazioni Unite non potrà essere compensato dagli accordi tra i leader delle grandi potenze mondiali, che hanno interessi tanto divergenti da fare apparire come transitorio, e sempre revocabile, qualunque accordo di spartizione.
4. Sarebbe un errore in questo quadro ritenere che le nuove forme di guerra ibrida si esauriscano nel ricorso alla tecnologia, o nell’uso di armi sempre più sofisticate. Siamo di fronte ad un ribaltamento della morale politica. Il primo ministro ungherese Viktor Orban vede il “potente fenomeno di un nuovo mondo“ nell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela e nella cattura del suo presidente Maduro. Non lo considera da un punto di vista morale, ma guarda solo a ciò che è conveniente per l’Ungheria, come ha detto nella sua conferenza stampa annuale a Budapest.
“Per l’Ungheria, è una buona notizia che gli Stati Uniti porteranno i giacimenti di petrolio del Venezuela sotto il loro controllo e quindi il prezzo del mercato mondiale del petrolio scenderà”, ha aggiunto. Per questa ragione l’Ungheria non ha sostenuto la posizione del rappresentante della politica estera dell’UE Kaja Kallas, che ha chiesto il rispetto del diritto internazionale. “Il diritto internazionale del vecchio ordine mondiale – chiamiamolo “ordine mondiale liberale” – non ha più alcuna validità”, ha detto Orban. In modo soltanto più brutale di quanto affermato poco tempo fa dal ministro degli esteri Tajani, per il quale il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”. E’ noto quanto sia crescente il seguito di Orban in Europa, e chi sono in Italia i suoi epigoni. Tutti artefici del disfacimento delle residue possibilità di sopravvivenza dell’Unione europea. Adesso i politici antieuropei dovranno prendere una posizione netta, o continueranno a giocare su diversi tavoli, come sta tentando Giorgia Meloni ?
Appare evidente come la politica dei partiti populisti e nazionalisti sia uno strumento di conquista non solo di territori e risorse, ma anche di aggressione ai principi liberali dello Stato democratico, con la frantumazione della giurisdizione nazionale e degli organismi sovranazionali che potrebbero imporre il rispetto del diritto internazionale. Esemplari in questa direzione sono, oltre alla più vicina riforma della giustizia in Italia, gli attacchi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, alla Corte internazionale di giustizia ed alla Corte penale internazionale, quasi ridotta quest’ultima all’impotenza, dopo essere stata costretta a ritardare le sue attività di indagine sulla Libia per la mancata collaborazione dell’Italia.
La resistenza a livello europeo contro questi attacchi è ridotta ormai a livelli minimi, anche perché a Bruxelles, sui dossier relativi alle politiche migratorie, si sta realizzando giorno dopo giorno una nuova maggioranza che vede sempre più spesso i popolari votare con i gruppi di estrema destra. La definiscono la nuova “maggioranza Meloni”, che pure continua a proclamarsi grande amica del presidente americano, con il quale condivide le scelte di chiusura contro le persone migranti. Mentre gli Stati Uniti sono sempre più lontani dall’Europa nella gestione del conflitto in Ucraina rimane un asse di forte condivisione politica proprio sulle questioni dell’asilo e dell’immigrazione.
Si attende evidentemente una svolta elettorale in senso sovranista in Francia ed in Germania, su un progetto da Internazionale nera che su scala globale si va consolidando negli anni. Al centro di questo progetto rimangono le questioni migratorie come leva per conquistare il consenso popolare, anche se nel periodo più recente sembrano accantonate e occultate dietro uno scontro più ampio di natura commerciale e militare tra le grandi potenze che si contendono le aree di influenza.
Con i soldi provenienti dagli Stati Uniti, e dalla grande finanza globale, proprio a partire dalla questione del controllo delle migrazioni, si potrebbero decidere elezioni con l’affermazione di partiti sovranisti e nazionalisti, anche in paesi di lunga tradizione democratica. I tentativi fino ad oggi non sono mancati e sono stati ben documentati. Del resto i condizionamenti dei sistemi elettorali provengono da tutte le grandi potenze, che in questi ultimi anni stanno trovando preoccupanti convergenze per fare ottenere ai partiti sovranisti il controllo dei principali Stati dell’Unione europea. Una tenaglia per la democrazia in tutto il mondo, che le flebile reazioni russa, e cinese, all’attacco al Venezuela sembra confermare al di là delle parole di circostanza.
La Commissione europea di Ursula von der Leyen ha evitato una chiara valutazione dell’attacco statunitense in Venezuela, arrivando a sottolineare invece aspetti positivi. “Gli eventi del fine settimana offrono la possibilità di una transizione democratica guidata dal popolo venezuelano”, ha detto la portavoce Paula Pinho a Bruxelles. La sua collega Anita Hipper, a nome della Commissione, ha superato Trump ed ha chiesto addirittura il coinvolgimento della leader dell’opposizione Machado nel processo di transizione: “I prossimi passi riguardano il dialogo verso una transizione democratica, che deve coinvolgere Edmundo González e María Corina Machado”. Se questa è la posizione dell’Unione europea si può riconoscere la giustezza delle affermazioni di Trump quando ne dichiara la irrilevanza. Una irrilevanza che tutti gli europei potrebbero pagare cara con la ulteriore prosecuzione del conflitto in Ucraina, con l’assunzione di costi, sociali ed umani, ad oggi inimmaginabili.
Ora sarebbe invece il momento di ripensare finalmente la responsabilità europea, non contro l’America, o contro la Russia, ma per riaffermare la sua stessa forza economica, politica e sociale, non necessariamente sul piano militare. Il diritto internazionale, i diritti umani e la sicurezza internazionale possono essere rappresentati in modo credibile solo se si è disposti a prescindere dal ricorso agli apparati militari, e se si garantisce il principio di autodeterminazione ed il libero funzionamento dei sistemi democratici, senza concessioni a quei politici che invocano i “pieni poteri”. Su queste basi, e non soltanto sulle prospettive di riarmo, si dovrebbe ricostruire una nuova solidarietà europea. Solidarietà che dovrebbe attraversare l’intero corpo sociale, con la fine della pretesa assurda di costruire una “fortezza Europa” di fronte alle migrazioni.
Quasi l’opposto delle politiche europee del governo Meloni che partecipa ai vertici a Parigi ed a Bruxelles, ma è stato il primo a riconoscere come legittimo l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela per allinearsi qualche giorno dopo con la diversa posizione dell’Unione europea. In realtà sembra che ormai l’unica politica davvero unificante a livello europeo rimanga quella della difesa di fronte alla mobilità umana, considerata una forma di guerra ibrida, con la esternalizzazione dei controlli di frontiera sulla base di accordi con paesi terzi che non rispettano i diritti umani.
5. La più grande minaccia per il futuro è ancora l’imperialismo economico, oltre che militare, nelle diverse forme che assume, sul piano dei rapporti tra finanza e politica, negli Stati Uniti, in Russia ed in Cina, i cui governi sono ormai prossimi ad una spartizione del mondo, con Israele sempre più legato al trumpismo, che è solo il profilo più recente del suprematismo e della discriminazione razziale. Questa minaccia non si concretizza soltanto sul piano militare, ma assume un carattere più sfuggente, ma ancora più pervasivo, se si pensa agli immensi capitali ed alle enormi risorse informatiche, anche attraverso l’uso distorcente dei social, destinati ad incidere sul consenso elettorale, ed a realizzare attraverso “libere” elezioni quei cambi di regime che non si riesce ad ottenere attraverso il ricorso alle armi.
Rimane da decifrare il ruolo che rispetto a questa tripartizione del mondo possono avere paesi emergenti come l’India o altri paesi dei cd. BRICS, ma l’attacco al Venezuela, ed in prospettiva ad altri paesi sudamericani, potrebbe frantumare legami economici che oggi appaiono più legati a congiunture del momento che non ad un progetto politico comune.
Non possono essere soltanto i politici “con pieni poteri”, i nuovi autocrati, a decidere i destini del mondo, esautorando le assemblee democratiche e cancellando il diritto alla autodeterminazione dei popoli. L’unico modo per salvare il pianeta è il ritorno alla solidarietà ed alla giustizia sociale, non solo al diritto internazionale ed al multilateralismo.
Per questo occorre costruire nuovi canali di rappresentanza, rilanciare gli organismi elettivi, rafforzare i legami transnazionali ed il radicamento territoriale delle organizzazioni non governative, attualmente sottoposte ad attacchi sempre più violenti, promuovere nuovi strumenti indipendenti di comunicazione, produrre cultura diffusa e senso comune tra le persone, intercettando le menzogne sulle quali si sta costruendo il nuovo ordine mondiale. A partire dalla considerazione degli immigrati come nemici interni, con la prospettiva della cd. remigrazione.
Chiunque taccia oggi, o rimanga inerte, quando un paese sovrano venga attaccato, o una intera popolazione, come quella palestinese, venga dichiarata massa di smaltimento geopolitico, non dovrà sorprendersi domani, se verrà considerato a sua volta, superfluo, sacrificabile, eliminabile, anche soltanto sotto il punto di vista lavorativo, abitativo o sanitario. Se si pensava che la difesa dello Stato sociale potesse passare attraverso l’abbattimento del diritto di asilo e il contrasto degli ingressi dei migranti, sbandierato anche come panacea per garantire sicurezza, oggi sono i fatti che smentiscono i politici che hanno speculato sulla paura del diverso, e dimostrano il fallimento delle politiche migratorie a tolleranza zero, a partire proprio dagli Stati Uniti.
Un mondo in cui il potere dei soldi ed i diritto della forza sostituiscono o svuotano i principi costituzionali e le garanzie democratiche dello Stato di diritto, come le destre mondiali stanno permettendo, non sta diventando più sicuro, ma più pericoloso per tutti. Perché potranno vincere ancora qualche elezione, condizionare la giurisdizione, rompere i legami con le organizzazioni a livello internazionale, propagandare espulsioni di massa, ma verranno soltanto altro disordine e guerra, di tutti contro tutti.










