Vogliamo la pace, invece abbiamo la guerra, non una, non due, ma tante e purtroppo la situazione non sembra migliorare.

Abbiamo detto che le guerre sono tante, ma quante sono? Secondo il Global Peace Index redatto dall’Institute for Economics & Peace nel giugno 2025 ci sono 59 conflitti attivi, tre in più rispetto al 2024. Una conflittualità che è aumentata nel tempo. Dei 163 paesi presi in considerazione dal Global Peace Index, “94 hanno registrato deterioramenti, mentre 66 hanno registrato miglioramenti e uno non ha registrato alcun cambiamento”. Sempre il GPI ci dice che “la risoluzione efficace dei conflitti è inferiore rispetto a qualsiasi altro momento degli ultimi 50 anni. I conflitti che si sono conclusi con una vittoria decisiva sono scesi dal 49 per cento degli anni ’70 al 9 per cento del 2010, mentre i conflitti che si sono conclusi attraverso accordi di pace sono scesi dal 23% al 4% nello stesso periodo”. Nonostante sia utilizzato per valutare i conflitti, l’indice misura lo status di pace in tre ambiti: il livello di sicurezza sociale, l’entità dei conflitti (interni e internazionali) in corso e il grado di militarizzazione complessiva. Al primo posto troviamo l’Islanda, a seguire Irlanda e Nuova Zelanda, agli ultimi posti Sudan, Ucraina e Russia.

Si muove in modo opposto il Conflict Index dell’Acled, un’organizzazione non-governativa che con un team diffuso in tutto il mondo riesce a fornire dati descrittivi a livello mondiale, aggiornati in tempo quasi reale.

Partito nel 2005 da un nucleo di sei paesi dell’Africa centrale e tre paesi dell’Africa occidentale ha aumentato sempre più il suo raggio di studio arrivando alla totalità o quasi dei paesi nel 2022. Dal 2018 Acled è passato da un set di dati mensile a un progetto dinamico che raccoglie dati in tempo reale con aggiornamenti settimanali.

In questo caso l’unità di analisi non è la guerra in un determinato paese ma la classificazione di un evento di conflitto secondo 4 indicatori: letalità, pericolo per i civili, diffusione geografica e numero di gruppi armati.  Questa valutazione permette di individuare le zone in cui avvengono maggiori situazioni di conflitto classificandole come estreme, elevate o turbolenti.

Secondo i dati Acled, i dieci paesi più pericolosi al mondo sono Palestina, Myanmar, Siria, Messico, Nigeria, Ecuador, Brasile, Haiti, Sudan e Pakistan con l’Ucraina all’undicesimo posto. Una classifica interessante perché ci dice che le guerre non sono solo tante ma di tante tipologie vedi Myanmar e Sudan e Brasile, Ecuador, Haiti dove i conflitti dipendono dalle bande locali.

Tra il 1° dicembre 2024 e il 28 novembre 2025, l’Acled ha registrato 204.605 eventi rispetto ai 208.219 eventi di 12 mesi prima. Eventi che hanno provocato oltre 240.000 morti. Dati comunque molto maggiori di quelli riferiti al 2021 che risultavano essere quasi la metà. La guerra in Ucraina è iniziata nel 2022, non stupisce che oltre il 40% di questi conflitti più recenti siano accaduti in Ucraina e Palestina.

Secondo i dati quindi, ci sono tanti conflitti e di varie tipologie, accomunati purtroppo da una violenza crescente spesso rivolta verso i civili. Secondo Acled: “Nel 2025, ci sono stati più di 56.000 episodi di violenza diretti contro i civili. Questo è il livello più alto che abbiamo registrato di questo tipo di violenza negli ultimi cinque anni. Inoltre, si stima che 831 milioni di persone, il 16% della popolazione mondiale, siano state esposte a conflitti”. Inoltre il 59% delle uccisioni di civili dipende da gruppi armati come nel caso del Sudan ma sta aumentando la quota di violenza verso i civili da parte delle forze governative: siamo passati da un 20% del 2020 al 35% attuale.

E l’Italia?

Il nostro paese compare nel Global Peace Index al 33° posto. Perché? Perché otto dei dieci maggiori esportatori di armi su base pro-capite sono democrazie occidentali, tra cui Francia, Svezia, Paesi Bassi, Germania, Norvegia e, appunto, l’Italia.