La mostra “HeART of Gaza” è a Palermo, al Gonzaga Campus, dal 18 dicembre dell’anno appena passato e sarà visitabile fino al 30 marzo del nuovo anno. Si è tenuta oggi, 30 gennaio, la conferenza stampa di presentazione del Progetto nato nel luglio del 2024, durante il genocidio, grazie all’idea e all’impegno del palestinese Mohammed Timraz e del suo racconto a distanza della realtà di Gaza all’amica irlandese Féile Butler.
In seguito ad uno scambio di disegni realizzati dai loro figli, Mohammed, turbato da quello di uno dei suoi, di soli sette anni, ha pensato di creare uno spazio dove i bambini palestinesi potessero esprimere, proprio attraverso il disegno, altro dal genocidio. Così nelle tende laboratorio, prima una ventina di bambini del villaggio di Deir al Balah e circa duemila, poi, in diciassette tende tra Khan Yunis, al Mawasi e Gaza City, hanno raccontato, con immagini e colori, non solo l’orrore della guerra e la quotidianità delle loro vite precarie come le tende i in cui si riuniscono, ma anche i loro sogni.
È per questo che la mostra che sta attraversando il mondo con ben centocinquanta tappe in Italia, è divisa in tre sezioni. Ce lo racconta, nella Biblioteca del Gonzaga Campus, il professore Enrico Palumbo che della mostra è, insieme ad un gruppo di alunni e alunne, il curatore. Apprendiamo così che Mohammed, adesso a Parma grazie ad una borsa di studio dell’Università, prima del 7 ottobre aveva un caffè, dedicato agli studenti, andato completamente distrutto; che le tende laboratorio a volte durano poche settimane e bisogna cercare nuovi spazi; che nel tempo si è costituito un team di formatori e psicologi supportato da un coordinatore e un fotografo oltre che da alcuni volontari.
La mostra, gratuita, che vuole sensibilizzare e informare le persone su come vivono i bambini a Gaza, ha anche l’obiettivo di raggiungere proprio i bambini, per questo le mostre si sono tenute anche negli asili, oltre che nelle scuole, nelle università e in diversi luoghi pubblici. Per questo anche il Sindaco di Palermo, La Galla, nel saluto di apertura, ha condiviso l’invito fatto dagli organizzatori a tutte le scuole della città affinché più bambini e bambine, ragazzi e ragazze, possano visitarla e vedere con i loro occhi attraverso i disegni anche i loro coetanei di Gaza. Sono due giovanissime studentesse del secondo anno del liceo delle scienze sociali a ricordarcelo, nel loro intervento che ha reso esplicita non solo la commozione rispetto ai sentimenti suscitati dalle immagini ma soprattutto la consapevolezza che dopo avere “visto” i bambini di Gaza è un bisogno etico vedere ovunque l’umanità sofferente.

L’ingresso nella prima sala della mostra è un pugno allo stomaco. L’orrore della guerra e delle violenze subite esplode nelle forme e nei colori lasciandoci solo immaginare come ciò che hanno vissuto sia rimasto impresso negli occhi e nelle anime di bambini e bambine, con i nomi e l’età che accompagnano i disegni che, ci dice ancora il professore Palumbo, sono la testimonianza della distruzione del tessuto sociale e umano, dell’esperienza di morte e minaccia sperimentate continuamente.
Sì, dobbiamo avere tutti il coraggio di dire che la guerra, come ha espresso con grande vigore il professor Roberto La Galla poco prima, fa schifo. Ed è con grande coraggio che il professore Aron Allegra ci aveva invitato, nel suo intervento, a chiederci se, in un mondo come quello attuale, dove vige la legge del più forte e sembra che uno Stato possa fare della popolazione civile quello che vuole, dove l’imperialismo coloniale non ha più bisogno nemmeno di maschere e in nome di logiche securitarie si esercita il puro arbitrio del potere e il Diritto è diventato carta straccia, noi, anche se siamo i più forti, ci sentiamo davvero più sicuri.
Il passaggio alla seconda sezione ci porta nelle case e nei cortili con i giochi, gli animali domestici, la natura. È il miracolo del quotidiano nel valore e nella forza delle esperienze fondamentali dell’esistenza. Il senso della vita si fa più grande nei disegni della terza e ultima sezione, quella dedicata al sogno, alla capacità di smontare la realtà subita e ripensarla nell’immaginario del desiderio.
Chiude il percorso della mostra una pianta di ulivo, in tempo di pace presente in ogni cortile di casa della Palestina e qui in una piccola aiuola in vaso, simbolo della natura confinata e martoriata che resiste, come resiste la vita nei sogni dei bambini di Gaza.











