Un silenzio gelido, e mortale, è sceso sulla striscia di Gaza e i suoi abitanti. Giungono notizie di inondazioni, notti freddissime, bambini morti di ipotermia. E di altri morti, non meno di 400 dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco a metà ottobre provocati dalle forze di occupazione israeliane, e non meno di 95.000 persone che soffrono malnutrizione acuta. Nel frattempo, un rapporto delle Nazioni Unite reso pubblico il 25 novembre 2025 ha riconosciuto Gaza come “abisso creato dall’uomo, senza alcuna tregua in vista”_
Il progetto coloniale-imperiale del governo Trump
Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha rapito, per altri commentatori ha prelevato o catturato, il presidente del Venezuela, e sta alzando il livello di ricatto su altri governi ritenuti non allineati ai suoi interessi, a cominciare da quello della Colombia. Al tempo stesso, il governo degli Stati Uniti sostiene i crimini delle forze di controllo delle persone immigrate, favorendo un generale clima di intimidazione verso questa parte della popolazione, ampiamente appartenente alla classe operaia non bianca. In questo senso si gioca un registro classicamente imperiale-coloniale tanto verso l’esterno quanto all’interno. Nel primo caso, specialmente verso il resto del continente americano (Groenlandia tendenzialmente compresa), c’è il tentativo del controllo diretto e senza mediazioni dell’appropriazione delle cosiddette materie prime a beneficio del grande capitale statunitense. Come ha scritto Massimo De Angelis per Effimera: “Quando Trump parla di ‘riprendersi’ il petrolio venezuelano o evoca la possibilità che gli Stati Uniti ‘gestiscano’ il Paese per un certo periodo, emerge una pulsazione del comando che ridefinisce i propri scopi in modo sempre più nudo, riducendo le mediazioni ideologiche”. Nel secondo caso, c’è il tentativo di garantire una classe operaia impaurita e politicamente indebolita ai settori di capitale che ne hanno bisogno specialmente nei servizi e in agricoltura in cui sono ancora necessari alti livelli di manodopera.
Quello dell’amministrazione Trump è un progetto che, indubbiamente, incute timore, diffonde tanto paura quanto un sentimento di rassegnazione alla logica e agli strumenti del più forte. È un progetto di disciplinamento sociale. In questo senso, dal punto di vista del governo della società, è tecnicamente fascista. Esso mette a sistema i sentimenti suprematisti tanto dal lato degli interessi di classe che di questi sentimenti si nutrono – il mondo delle imprese dei servizi a basso valore aggiunto e dell’agricoltura e il grande capitale tecnocratico – quanto dal lato dei settori sociali che si allineano a questi sentimenti per stare con i più forti.
Incutere paura e rassegnazione
La paura è il metodo di questo progetto politico che è, evidentemente, anche un progetto di economia politica e governo della manodopera operaia, a partire dagli attacchi diretti a quella immigrata e non bianca. Questo metodo trova in Gaza il suo terminale, mostrando fin dove esso può arrivare. Gaza è il presente per i suoi abitanti, ma può essere il futuro per tutte quelle popolazioni che a questo progetto non vogliono sottostare. Così come nella striscia di Gaza la popolazione viene costretta a vivere nelle tende, nell’acqua piovana, cercando di sopravvivere giorno dopo giorno, privata anche dei servizi di assistenza delle organizzazioni non governative; altrettanto può accadere ad altre popolazioni, ad esempio alle persone immigrate costrette alla deportazione, all’internamento nelle carceri di altri paesi o a nascondersi sperando, così, di sottrarsi alle milizie che danno loro la caccia.
La paura si accoppia, in questo progetto, alla rassegnazione indotta, all’autodisciplinamento, alla rottura di ogni solidarietà sociale se non di classe. È una paura prodotta verticalmente, dall’alto, da chi governa, che ha l’obiettivo di determinare rassegnazione. E, insieme a questo, il relativo isolamento sociale e, quindi, politico. Anche per questo motivo, chi comanda negli Stati Uniti ha sostenuto l’uomo dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che ha ucciso Renee Good in Minnesota. Per rivendicare che chi comanda ha ragione e, per questo, ognuno si faccia i fatti propri. È lo stesso messaggio che già prima, con l’amministrazione Biden, era giunto al movimento per la Palestina: in quel caso fu usato l’antisemitismo come strumento per legittimare la repressione. In questo caso, si rivendica l’auto-legittimazione: non c’è neanche bisogno di giustificare la propria azione. È il comando a legittimarla. A prescindere dai danni che potrà provocare. È lo stesso Donald Trump che si attribuisce questo potere, dicendo che una sola cosa può frenarlo: “la mia moralità, la mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. E questo è molto positivo. Non ho bisogno del diritto internazionale”.
Il comando
Questa modalità di azione è stata anticipata dalle modalità genocidiarie con cui le forze di occupazione israeliane stanno agendo nella striscia di Gaza da ottobre 2023. Ormai non è più necessario riportare una documentazione puntuale per quanta ne è stata prodotta negli ultimi due anni, compresa quella delle Nazioni Unite che ha riconosciuto il genocidio nel settembre 2025, mentre la stampa internazionale continua a fornire notizie sulle demolizioni ancora agite da Israele nonostante il cessate il fuoco oltre a tutte quelle sulle sofferenze quotidiane per la popolazione. L’azione di Israele si è legittimata da sé: il suo governo ha definito la legge da seguire e le sue modalità di esercizio. E quando altri attori sono intervenuti per dire che quella azione era arbitraria, fuori da ogni legalità internazionale, criminale – fino, appunto, a richiamare il genocidio – i suoi dirigenti li hanno liquidati con motivazioni sbrigative quanto disinteressate a qualunque confronto: “palude antisemita“, definì il primo ministro di Israele le Nazioni Unite nel settembre 2024. Come dire: dite ciò che volete, la legge per noi siamo noi. E facciamo ciò che vogliamo in base alla forza che possiamo sprigionare. Il linguaggio del rapporto di forza – e solo di quello – contro ogni mediazione del diritto. È il comando. Esso agisce sul piano del governo – in questo caso, del governo coloniale di un territorio – e si estende oltre, alla società, alle sue forme tanto di riproduzione sociale quanto di organizzazione quotidiana e politica. Ne aggredisce le modalità di convivenza, le forme di solidarietà e, con esse, i sentimenti e le emozioni. Impone la sottomissione, fino alla distruzione della vita altrui. E lo fa per imporre un progetto di governo tanto delle risorse naturali quanto della forza lavoro. Non è un progetto geopolitico, è un progetto di classe all’altezza delle rinnovate condizioni socioecologiche tanto influenzate dal cambiamento climatico e da quel processo storico che Jason W. Moore definisce la fine dalle nature a buon mercato.
Come si esce dal buio?
Il comando agito dall’amministrazione Trump così come dal Governo e dalle forze di occupazione israeliane diffonde il buio. È evidente. È come se non ci fosse altro che freddo – per chi è stato costretto a vivere nelle tende nella striscia di Gaza – e smarrimento. L’unica luce resta quella di chi comanda e pretende di decidere della vita e della morte altrui. In questo senso, siamo dentro la radicalizzazione della necropolitica e il tentativo di renderla assoluta a scala globale o, per lo meno, in quella parte di mondo da ricondurre al comando israeliano-statunitense.
Come si esce da questo buio è difficile da dire. È prima di tutto necessario riconoscere che siamo in questa condizione, che è anche una condizione di sentimenti ed emozioni che il comando ha costruito e prova a diffondere. Per questo non è sufficiente nessun appello volontaristico. La paura e la rassegnazione – nella loro accoppiata – sono forze disgregatrici e di isolamento potenti. Al tempo stesso, sono forze insufficienti a tenere insieme le società. Il comando può agire ma non può sostituirsi alla necessità della cooperazione sociale, in altre parole al fatto che, in ogni caso, le persone hanno bisogno le une delle altre, hanno bisogno di incontrarsi e riconoscersi tra loro. E questo è incompatibile con l’isolamento e l’invito a farsi sempre i fatti propri. Continuare a incontrarsi, a stare insieme, a stringersi e a confrontarsi aiuta a orientarsi anche nel buio. Quando non troviamo i nostri amici in un bosco o in una casa senza corrente cosa facciamo? Ci chiamiamo, alziamo la voce. Ecco, appunto, alzare la voce e farlo insieme agli altri è il modo per uscire dal buio. Per accendere fiammelle di solidarietà, come sta accadendo negli stessi Stati Uniti, con le iniziative diffuse contro gli agenti dell’ICE e per l’abolizione di questa milizia. E per riaccendere l’attenzione sul genocidio in corso nella striscia di Gaza.










