Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, ha lavorato per anni a Gaza prima del 7 ottobre. Il 20 gennaio è riuscito a entrare con il Gaza emergency medical teams coordinato dall’Oms. Altreconomia ospita il suo racconto, fatto di parole e fotografie, tra le sofferenze indicibili dei sopravvissuti e la prova del finto “cessate il fuoco”
Il mio viaggio è con il Gaza emergency medical teams (Gaza Emt 21) -le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)- e siamo quattro in tutto. Due medici specializzati in ortopedia pediatrica provenienti da Dubai, un medico da Il Cairo e me, unico psicologo clinico. È stato un lungo viaggio. Il pomeriggio del 20 gennaio, dopo otto ore, non avevamo ancora raggiunto Kerem Shalom, il valico di frontiera situato esattamente nel punto in cui convergono i confini di Israele, Striscia di Gaza ed Egitto. Siamo entrati nella Striscia da quell’ingresso con lo stretto necessario per noi. Non è concesso nulla che possa essere portato all’interno per la popolazione, neanche in minima quantità. Dai soldi (non sono permessi più di 1.000 shekel per ciascun cittadino internazionale, nemmeno 300 euro), al cibo e men che meno le medicine.
Ad Allenby bridge -il ponte sul fiume Giordano- avevamo già ricevuto il primo avvertimento al riguardo dalle guardie private di confine. A Kerem Shalom ti rispediscono indietro anche se hai soltanto un caricatore in più per il tuo cellulare e uno shekel in più del consentito. I miei amici e colleghi del Gaza community mental health programme (Gcmhp) mi avevano avvisato. Erano preoccupati che fossi impreparato a vedere ciò che si sarebbe presentato ai miei occhi. Fin qui siamo stati scortati dalla polizia e dai servizi israeliani perché non avevamo un visto ed eravamo solo in transito nel Paese. Siamo passati dal “Corridoio Filadelfia” e abbiamo proseguito verso Khan Younis. Una cosa che mi ha molto colpito dal briefing di sicurezza delle Nazioni Unite, predisposto per darci indicazioni sui rischi, è stata la segnalazione secondo cui il pericolo maggiore di incidente, in una zona ancora bombardata, fosse costituito dai bambini che tirano pietre ai convogli Onu. Ho provato una profonda mortificazione di fronte al fatto che i palestinesi, persino i bambini, sono sempre quelli che sbagliano e che nessuna indulgenza può ricoprire le loro azioni.
La parte conclusiva del viaggio verso Khan Younis è stata costeggiata solo da chilometri e chilometri di macerie. Rovine a perdita d’occhio e devastazione ovunque. La città di Rafah non esiste più. La prima giornata sul territorio, il 21 gennaio, è stata molto intensa. La mattina è iniziata con alcuni bombardamenti che si sentivano a distanza, colpi di artiglieria lanciati dal mare. Ho parlato con le persone dell’Al Nasser hospital a Khan Younis che mi hanno raccontato alcuni avvenimenti che hanno riguardato l’ospedale. Sotto la nostra guest house sorge una specie di grande nuovo compound, un campo allestito di cui ci siamo subito chiesti l’utilizzo. Ci siamo domandati se fosse un luogo dove ospitare nuovi reparti dell’ospedale o se fosse parte del campo profughi che sorge all’interno dello stesso ospedale: ci è stato detto invece che è stata spianata una grossa colata di cemento sopra una fossa comune per costruirvi un edificio. Circa sei mesi fa infatti, all’ospedale Al Nasser, c’è stato un attacco in cui sono state uccise approssimativamente 300 persone, incluse donne e bambini. In poche parole, dove prima c’era un semplice terreno oggi si nasconde una fossa comune in cui sono seppellite tutte queste persone private del loro nome.
La mia prima giornata è proseguita lavorando, mi sono spostato da Gaza City a Deir al Balah, una città al centro della Striscia dove lavorerò per tre giorni. Per raggiungerla abbiamo percorso circa 15-20 chilometri lungo la “Linea gialla”. La situazione della Striscia a metà gennaio 2026 in una mappa redatta dall’Ocha (Nazioni Unite): nella parte destra della linea tutto è completamente distrutto, ridotto in polvere, è una landa completamente desolata, totalmente inabitata e non accessibile; a sinistra invece, verso il mare, si ammassa la popolazione dei palestinesi sopravvissuti. Questa zona è particolarmente e densamente popolata. Sovraffollata. C’è un’estrema sofferenza, un enorme dolore. Il momento in cui ho incontrato i miei vecchi colleghi e le mie vecchie colleghe è stato veramente emozionante, non avremmo sperato di rincontrarci, di rivederci e anche da parte loro ho sentito un’enorme commozione.
Il training che abbiamo iniziato a fare con gli studenti e che andrà avanti per tre giorni si incentra su elementi di psicoeducazione nell’interazione madre-figlio, con la prospettiva di elaborare degli strumenti comunicativi per consentire alle persone di potenziare i loro pensieri, le loro narrazioni intorno a competenze di sopravvivenza. Oggi, per esempio, la psicoeducazione si è focalizzata su quello che le madri possono fare e non dovrebbero fare con i propri figli durante una situazione di genocidio in corso come questa. Ciò che è sicuramente emerso da parte di tutti i miei studenti è che attualmente si vedono pochissimi strumenti necessari, possibili e utilizzabili, perché fino a quando non verrà restituita a queste persone la possibilità di avere uno spazio sicuro, uno spazio dove poter “processare i pensieri”, non ci sarà consentito alcun metodo di lavoro, alcun tentativo di supporto. Abbiamo riflettuto sulle determinanti politiche e sociali della salute mentale e sull’idea che senza giustizia non ci può essere nessun tipo di intervento psicologico.
Il livello di sofferenza anche dei colleghi è alto, molti di loro non ci sono più, mi hanno raccontato le storie di chi ha perso la vita durante l’invasione dell’esercito israeliano e riuscire a lavorare in queste condizioni risulta praticamente impossibile. Dal 22 gennaio iniziamo comunque a entrare nello specifico di uno strumento narrativo: l’aquilone della vita. L’aquilone della vita è uno strumento che serve al bambino per disegnare su alcune sezioni dell’aquilone stesso le proprie competenze, le proprie capacità, ma anche esprimere e riassumere i propri desideri, i propri sogni. Speranze per il futuro connesse al contempo alla propria storia famigliare, alle radici dei propri antenati. Il terzo giorno del training applicheremo questi strumenti appresi e li svolgeremo con le madri e i bambini di un community center che sorge accanto al centro di Deir al Balah dove sto lavorando, i locali del centro danneggiati dove si svolgono comunque delle attività.
Il centro è funzionante ma severamente danneggiato. Il bombardamento che lo ha colpito si è portato via almeno un piano e mezzo dell’edificio: la scuola vicina è completamente collassata, seppellendo sotto le sue macerie 30 tra bambini e donne.La situazione è veramente drammatica, l’affermazione che vi sia un “cessate il fuoco” è soltanto un’idea per tranquillizzare gli animi e calmare le coscienze. In realtà, com’è evidente a tutti, i droni girano in continuazione. Anche la mattina del 21 gennaio abbiamo sentito chiaramente dei bombardamenti dal mare. Tre giorni fa intorno all’ospedale Al Nasser ci sono state delle attività dell’esercito israeliano con droni e quadricotteri. Hanno circondato l’ospedale e per il personale come per i medici è stato un momento di forte paura, anche se poi non si è evoluto in un attacco ma in un avvertimento.
Non aggiungerei in questo momento altro, se non che le condizioni tanto di lavoro quanto di sopravvivenza della popolazione rimangono ai limiti dell’impossibile. Gaza è una terra devastata, ci sono solo alcune piccole porzioni di quartieri che sono state parzialmente risparmiate, le persone vivono quasi totalmente all’interno delle tende. Quei pochi che sono tornati alle loro case hanno trovato edifici fortemente danneggiati.
Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, lavora in zone affette da violenza politica, militare e gravi violazioni dei diritti umani. Dal 20 gennaio 2026 trova nella Striscia di Gaza con le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Da qui racconta la sua esperienza su Altreconomia.










