Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda indignazione e forte preoccupazione per la vicenda denunciata pubblicamente dal signor Andrea Desilvio, cittadino residente a Mola di Bari, padre di Paolo, ragazzo con disabilità gravissima, totale assenza di autonomia e pluripatologie complesse.

Il racconto diffuso attraverso un video sui social non è uno sfogo isolato, ma una drammatica testimonianza di ciò che accade quando i diritti fondamentali vengono schiacciati da procedure rigide, mezzi inadeguati e da una sanità che troppo spesso dimentica la centralità della persona.

Il 2 gennaio, a fronte di una gravissima crisi respiratoria, febbre altissima, tremori e tachicardia con frequenza cardiaca pari a 180 battiti al minuto, la richiesta di soccorso urgente si è trasformata in un’attesa di oltre mezz’ora, nonostante la postazione del 118 fosse a pochi minuti dall’abitazione della famiglia Desilvio, a Mola di Bari. L’ambulanza è giunta priva di medico a bordo e con strumentazioni non funzionanti: un elettrocardiografo incapace di collegarsi alla rete ha reso impossibile persino un esame di base. Un’ora trascorsa tra tentativi tecnici falliti e impotenza operativa.

La situazione è divenuta ancora più paradossale quando si è posto il problema del trasporto verso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Di Venere di Carbonara di Bari. Paolo, per le sue condizioni cliniche e comportamentali, non può essere immobilizzato su una barella senza rischi seri per la propria incolumità. La richiesta del padre di utilizzare la carrozzina, unico presidio compatibile con la sicurezza del figlio, è stata respinta perché l’ambulanza non era abilitata al trasporto in carrozzina. Neppure la possibilità che il genitore provvedesse autonomamente al trasporto, con un mezzo idoneo, accompagnato dal personale sanitario, è stata presa in considerazione. Persino una comunicazione preventiva al pronto soccorso per segnalare l’arrivo imminente di un paziente con disabilità gravissima è stata negata. Il risultato è stato l’abbandono operativo della famiglia: l’ambulanza è andata via senza aver garantito una reale presa in carico.

Anche l’accesso successivo all’Ospedale Di Venere ha confermato, secondo quanto denunciato, un sistema che fatica a riconoscere e tutelare adeguatamente le persone con disabilità complesse, lasciando i familiari soli a fronteggiare emergenze sanitarie che richiederebbero risposte rapide, competenti e umanamente orientate.

Questo episodio solleva interrogativi gravissimi:
– che valore ha il diritto alla salute se non è realmente accessibile a tutti, a partire dai più fragili?
– che senso hanno protocolli e “codici” se diventano ostacoli anziché strumenti di protezione?
– dove finisce la responsabilità delle istituzioni quando una famiglia viene lasciata senza soluzioni nel momento di massimo bisogno?

Parlare di procedure senza affrontare la realtà concreta delle disabilità gravi significa tradire lo spirito stesso della sanità pubblica. Le persone con disabilità complesse non possono essere considerate un’eccezione scomoda di un sistema standardizzato. Hanno bisogno di priorità reali, di mezzi adeguati, di ambulanze attrezzate per il trasporto in carrozzina, di personale formato e autorizzato a intervenire con flessibilità e competenza.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede con forza:

  • una revisione urgente dei protocolli di emergenza per i pazienti con disabilità grave;
  • l’istituzione di ambulanze idonee al trasporto in carrozzina;
  • una formazione specifica del personale sanitario sui diritti e sui bisogni delle persone con disabilità complesse;
  • un’assunzione di responsabilità chiara da parte delle direzioni sanitarie e delle istituzioni politiche, a partire dal territorio di Bari e della sua area metropolitana.

La civiltà di un Paese si misura da come tutela i più fragili. Quando un padre di Mola di Bari è costretto a denunciare pubblicamente l’abbandono del proprio figlio durante un’emergenza sanitaria, non siamo di fronte a un caso individuale, ma a una ferita profonda dello Stato di diritto.

I Diritti Umani non sono uno slogan né una formula retorica: sono un dovere quotidiano. E quando vengono negati, il silenzio diventa complicità. Il Coordinamento non intende restare in silenzio.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU