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Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale

Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all’intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare e costruire possibilità.  La militarizzazione si intensifica e negli Usa continuano le sparizioni e l’impunità.

Potere esecutivo e stato di polizia

L’intensificazione delle politiche autoritarie attuate dal potere esecutivo del presidente Donald Trump mira a smantellare la possibilità stessa di vita per tutto ciò che eccede la logica della supremazia bianca eteropatriarcale colonialista e imperiale.

La nostra prospettiva è fondamentale per comprendere il contesto storico che sostiene la natura reazionaria dell’espansione fascista che stiamo vivendo oggi. Sebbene le varie ondate di movimenti negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni non si siano concretizzate in forme di organizzazione coerenti e durature, in grado di costruire un panorama politico alternativo, è importante comprendere che hanno toccato una serie di nervi scoperti che ci aiutano a comprendere l’attuale intensificazione di politiche razziste ed eterosessiste-patriarcali volte a ristabilire un’identità nazionale colonialista e imperialista.

Nei primi giorni del suo secondo mandato, gli obiettivi sono diventati chiari: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti erano stati “invasi” dal Messico, ha anche emanato un ordine esecutivo per il riconoscimento di due soli sessi (maschio e femmina) con il pretesto di “difendere e proteggere” le donne dall’“estremismo dell’ideologia di genere” e ha attaccato direttamente ciò che la lunga storia delle mobilitazioni LGBTQIA2S+ aveva ottenuto, nonostante i tentativi di cattura istituzionale dei movimenti.

I decreti presidenziali hanno comportato una reintegrazione suprematista contro ciò che le lotte antirazziste avevano stabilito nelle strade ma anche nell’ordine istituzionale: la piazza Black Lives Matter a Washington DC è stata smantellata e tutto ciò che era legato all’attuazione di una maggiore equità razziale e di genere è stato privato di fondi e perseguitato.

Trump ha anche dichiarato lo stato di emergenza al confine con il Messico. La sua amministrazione ha sospeso l’app utilizzata per poter inoltrare le richieste di asilo al confine, e gli inseguimenti e le retate dei migranti sono diventati più drammatici e intensi, compresi gli arresti effettuati al momento dell’arrivo per gli appuntamenti concordati. Gli arrestati vengono trasferiti in centri di detenzione in altri stati, e persino in altri paesi, in attesa di espulsione senza nemmeno l’apparenza di un giusto processo.

Le conseguenze delle rivolte

Negli ultimi quindici anni negli Stati Uniti si sono avuti diversi momenti di lotta che hanno generato mobilitazioni sotto forma di esplosioni che hanno poi avuto un impatto importante a livello sia istituzionale che organizzativo, in grado di amplificare un altro tipo di orizzonte politico.

Il potere patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto è anche, in parte, una reazione a questa serie di mobilitazioni.

C’è stato Occupy Wall Street (2011), come forma diretta di scontro con la finanziarizzazione della vita; movimenti contro il razzismo sistemico a partire da Black Lives Matter (2014); la marcia di massa delle donne, in diverse parti del Paese, come risposta al primo insediamento di Trump (2017).

Queste e altre proliferazioni di proteste contro la natura quotidiana degli abusi hanno portato alla luce tensioni e complessità della violenza del sistema che stavano diventando palpabili.

Nonostante le varie forme di “sussunzione” istituzionale e le divisioni interne seguite al primo Sciopero Internazionale delle Donne del 2017, i metodi di lotta contro il legame tra capitalismo ed eteropatriarcato sono stati riattivati ​​e portati avanti attraverso il femminismo antirazzista e anti-carcerario.

Da allora in poi, sono emerse diverse linee di lotta, che riflettono la necessità di ampliare la nostra comprensione dell’oppressione: il movimento #MeToo nelle carceri, organizzato da persone trans e non binarie detenute nelle prigioni; la lotta contro la sterilizzazione delle donne nei centri di detenzione per migranti; le reti di difesa collettiva e di mutuo soccorso come protezione dei quartieri contro l’intensificazione di retate, arresti e deportazioni dei migranti. Parte di questo ha portato alla creazione di quella che è stata poi dichiarata una rete di stati e città santuario [che si oppongono alla applicazione delle leggi sull’immigrazione e proteggono dalle incursioni dell’ICE, ndt]. La sequenza, che è culminata nello slogan “Defund the police” [meno finanziamenti alla polizia e più finanziamenti per i servizi sociali, ndt] per le strade, a partire dalla pandemia e poi in seguito agli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor per mano della polizia [e oggi dovremmo aggiungere Renee Good, ndt], ha inserito la parola abolizione (delle carceri e della polizia) nel linguaggio quotidiano di milioni di persone.

La guerra in casa  

Negli Stati Uniti, dove vivo, non abbiamo mai usato così tanto la parola “guerra” per riferirci alle dinamiche che governano tutte le dimensioni della vita. Quando abbiamo iniziato a usare l’espressione “guerra” per nominare tutti i fronti dell’espropriazione della vita, uno dei pericoli è stato che questa parola porta sempre con sé un senso di impotenza, a causa della sua eccessiva e incommensurabile portata.

Veronica Gago suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo soliti chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, guardando a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale.

Penso che questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese.

Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso.

L’attacco alle migrazioni è direttamente collegato alla fascistizzazione della riproduzione, perché il bersaglio sono le persone che svolgono il lavoro riproduttivo che sostiene la vita: cura, cibo, assistenza infermieristica e istruzione, tra gli altri.

Oggi, la possibilità di vivere al di fuori del ciclo di sparizione-detenzione-espulsione implica una logica di impossibilità: andare a lavorare potrebbe significare essere arrestati dagli agenti della sicurezza nazionale (ICE), ma rimanere chiusi a casa significa non avere mezzi per sopravvivere. Andare in tribunale significa rischiare l’arresto, e non andarci significa rischiare l’espulsione per mancata comparizione.

L’importanza dei femminismi

Dal femminismo impariamo a diffidare del senso di impotenza che nasce dall’idea di confrontarci con un contesto di guerra, perché siamo ferme in un mondo, e spesso intrappolate in un linguaggio, progettato per denigrarci e svalutarci. C’è qualcosa di radicalmente incommensurabile nello scontro tra la capacità di sostenere la vita collettiva e l’espansione delle guerre su tutte le scale.

Di fronte all’avanzare della logica della guerra e della crudeltà, tutto sembra insufficiente . Tuttavia, è necessario attivare la conoscenza generata dai transfemminismi e dai movimenti antirazzisti in lotta, dove un meticoloso controllo quotidiano, la segregazione e i tentativi di addomesticamento sono stati storicamente parte di una storia che ora si sta dispiegando e intensificando.

Come afferma la pensatrice e attivista Alessandra Chiricosta: “Nella logica della guerra opera la logica del mito della forza virile. Questo momento è il grande spettacolo del mito”. 

Il suo dispiegamento ci fa supporre che sia molto radicato perché su quella scacchiera siamo sempre lasciati dalla parte dei “deboli” e degli insignificanti: si tratta di un mito indiscusso e di un mega “dispositivo di controllo” dell’eteropatriarcato che vediamo ingigantirsi nel presente e di fronte al quale sembra che tutto ciò che facciamo sia quasi niente .

La nostra forza nasce da altrove: dal perfezionamento e dalla moltiplicazione della nostra capacità organizzativa.

Dobbiamo coltivare altre forme di azione, differente e dissidente, su una scala diversa ma non meno importante. La chiave sta nella nostra capacità di agire in modo unito e organizzato, come quando vediamo piccoli gruppi di vicini organizzati che riescono a cacciare gli agenti dell’ICE dal loro isolato e cioè ci troviamo di fronte all’immagine di una sproporzione sorprendente perché si tratta della difesa della vita portata avanti proprio dai nostri vicini contro agenti dello Stato, vestiti e preparati come per la guerra.

Cerco le soluzioni in ​​questi gesti perché credo che ci permettano di vedere che anche in quell’immenso eccesso, abbiamo bisogno di rendere visibile un’altra logica che, in realtà, non è affatto insignificante.

Susana Draper (traduzione di Cristina Morini)

Questo estratto, tratto dal periodico digitale Ojala, che ringraziamo, appartiene a un dialogo collettivo curato da La Laboratoria. Spazio di inchiesta femminista, collettiva femminista internazionalista. Il confronto muove dalla domanda su quali strumenti del femminismo siano stati inventati e applicati con successo nell’ultimo decennio. L’intera raccolta di testi è disponibile nel numero di dicembre 2025. La Laboratoria è una rete transterritoriale e internazionalista composta da compagne di Madrid/Cadice, Buenos Aires, Quito,   San Paolo, Porto Alegre, Città del Messico e New York che, in mezzo a molteplici uragani geolocalizzati, cerca di costruire pratiche e pensiero politico ; comprendendo le particolarità territoriali all’interno dello stesso quadro di esistenze transfemministe e anche pensando, soprattutto quest’ultimo anno, all’attuale controrivoluzione e restaurazione patriarcale, come parte di una reazione ai progressi dell’ultimo decennio di mobilitazioni sociali, in particolare quelle femministe, antirazziste e anticoloniali.

 

L’articolo originale può essere letto qui

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