Il nuovo anno è appena cominciato e donne e uomini di buona volontà si ritrovano ancora una volta in strada, tarlo nelle coscienze di passanti più o meno frettolosi, a ridosso dei mercatini del Natale già trascorso, come l’anno passato.
Erano lì, sulla via Ruggero Settimo, salotto buono di una Palermo dai mille volti e dalle troppe incancrenite emergenze, l’ultima domenica mattina del passato 2025 e sono lì questa prima mattinata domenicale del 2026. Lì, tra saluti e auguri e vecchie e nuove storie da raccontare, sempre dalla parte dei popoli oppressi, nonostante le tante difficoltà a leggerle, quelle storie, tra contraddizioni e appartenenze.
Il Presidio Palermo Per la Palestina
è silenzioso
parlano i cartelli e non solo di Palestina
Parlano di pace tradita, di rifiuto delle spese militari, di operatori sanitari imprigionati e di organizzazioni umanitarie bandite da Gaza e donne a forza velate in Iran e Afganistan. Parlano di terra sfruttata e popoli oppressi dalle guerre dei potenti di turno.

Fra le notizie del vecchio anno, da aggiornare nei dati dei morti di fame, sete, freddo e malattie e ancora fuoco nemico, si aggiungono le “news” dell’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela, con il diritto internazionale che ha superato anche quel “certo” punto della sua fine.
Notizie vecchie e nuove che hanno radici lontane nella solita storia del più forte, del più potente, dell’asservimento dell’umanità all’accumulazione del capitale nelle mani di pochi.

Così, mentre in Palestina, Ucraina, Congo, Sudan, Myanmar si continua a morire senza che la diplomazia di quel mondo – che conosce solo la storia che ha fatto a colpi di cannone – riesca a cambiarla a beneficio di tutti, nel salotto buono di Palermo si fanno gli ultimi acquisti per riempire la calza della befana, i bambini tengono il filo di un palloncino, qualcuno si ferma a leggere i cartelli.
La buona notizia è che c’è chi ancora manifesta perché la pace sia un diritto di ogni essere umano, in un mondo che precipita per tutti verso la guerra. E se i cartelli “parlano” di pace le manifestanti ascoltano chi si ferma a parlare con loro degli effetti della guerra: storie di ordinaria difficoltà tra lavoro che si perde, salari che diminuiscono, cure mediche sempre più care, storie di sfiducia nelle istituzioni e nella politica occupata a disegnare confini, alzare muri, costruire nemici.

Tra il silenzio e l’ascolto, negli auguri per questo nuovo anno,
c’è un’epifania di consapevolezza da aggiungere nella calza
… e naturalmente tanto carbone per gli indifferenti










