Dopo l’incontro dell’altro ieri sulla Sicurezza nei luoghi di lavoro, convocato a Palazzo Chigi dalla Presidente del Consiglio, al fine di illustrare alle organizzazioni sindacali le proposte e le iniziative per la salute, nonché le misure di contrasto da adottare per la tutela dei lavoratori e prevenire le cause di mortalità degli incidenti sul lavoro, le Parti sociali – al termine della chiusura del tavolo concertativo – hanno  manifestato la loro piena soddisfazione per il “cambiamento di clima” intervenuto nelle relazioni sindacali da parte del governo, il quale ha così potuto – com’è stato ironicamente rilevato da un attento osservatore qual è Marco Revelli – «mostrare senza troppi sforzi la propria “sensibilità sociale”».

I temi attorno cui il tavolo ha discusso sono stati pressoché  gli stessi di sempre: “patente a crediti”, nuovi ispettori del lavoro da assumere (all’incirca 1600), finanziamenti aggiuntivi da reperire fra le pieghe del bilancio, polizze assicurative incentivanti per le imprese e – dulcis in fundo – l’immancabile formazione per i lavoratori e per la parte datoriale.

Insomma il solito chiacchiericcio,  quel tanto quanto basta alle grandi OO. SS. per essere: – da un lato – riconosciute e legittimate dal diritto di rappresentanza acquisito nel ’70 con la legge 300 sullo Statuto (esercitando – formalmente – un potere contrattuale sempre più affievolito e – sostanzialmente – un’azione più o meno subalterna alle compagini governative di turno); e – dall’altro – conservare una faticosa immagine di unitarietà de facto sempre più posticcia, comunque da salvaguardare, pur in presenza – molto spesso – di frizioni insanabili che attraversano in lungo e in largo il movimento sindacale tradizionale, frizioni perlopiù dettate – generalmente – dalle rendite di posizioni concorrenti pittosto che da nobili ideali.

Questa ipocrisia che caratterizza da decenni la prassi dei rapporti sindacali è stata rispolverata anche nel caso specifico di questi giorni. Infatti, i sindacati confederale storici non hanno mancato l’occasione per manifestare apprezzamenti verso l’esecutivo e – così come giustamente precisa ancora Revelli, nel suo articolo su la Stampa del  9 maggio us.- a «rallegrarsi per la disponibilità manifestata ”per la prima volta” dal governo “almeno sulla carta ad affrontare questi temi”, e preservare la propria faticosa unità di facciata».

Unica voce fuori dal coro, vogliamo doverosamente segnalarla, è stata quella del sindacato conflittuale USB che ha esplicitato le sue proposte anche in un comunicato stampa (di cui abbiamo ripreso ampli stralci) dal titolo emblematico: “Il governo annuncia nuove misure in materia di sicurezza, destinate a non produrre effetti esattamente come le precedenti”.

L’USB intende riportare al centro  della disciplina sulla sicurezza il ruolo della classe lavoratrice: « Senza dare potere ai lavoratori e ai loro rappresentanti non ci sarà mai nessun avanzamento vero in materia di sicurezza sul lavoro. Per questo – scrive il sindacato –  è fondamentale aumentare l’agibilità degli RLS, sottrarli alla ricattabilità e alle rappresaglie dei padroni, dargli la possibilità di agire le procedure d’urgenza e favorire una loro maggiore formazione».

Ma non solo! È stata evidenziata la situazione davvero drammatica di questi giorni, basti considerare il numero delle vittime che si contano in questa prima decade di maggio. Nel mese dell’anno che apre con la celebrazione della Festa dei Lavoratori, sono già – purtroppo – una decina i casi di incidenti mortali: una vera e propria strage del lavoro continua. Una tendenza in aumento che non si riesce ad invertire e che trova conferma di continuità nei dati registratisi nell’anno passato. Fa osservare tra l’altro la USB: «Mentre aumentano anche nel 2024 le morti sul lavoro e le denunce per malattie professionali, da parte del governo sono state annunciati nuovi incentivi per le imprese che investono in sicurezza. In pratica, con i fondi dell’INAIL che appartengono ai lavoratori, si sosterranno quelle imprese che vorranno applicare le normative previste in materia di sicurezza del lavoro!»

Tutto ciò lascia spazio ad una legittima richiesta, quella dell’introduzione nella nostra codificazione penale di un nuovo  reato: lomicidio sul lavoro. La fattispecie è stata invocata nel corso dell’incontro col governo dalla stessa USB, in uno con altre rivendicazioni volte ad articolare «una profonda riforma del sistema degli appalti, la lotta alla precarietà e il superamento della legge Bossi Fini, che vincola il permesso di soggiorno al contratto di lavoro».

Inoltre, bene ha fatto – a nostro avviso – il sindacato di base ha voler sottolineare quanto «sia paradossale che lo stesso governo abbia introdotto di recente ben 14 nuovi reati con il famigerato decreto sicurezza, ma quando si tratta di introdurre l’omicidio sul lavoro diventa improvvisamente garantista e contrario alla penalizzazione dei fenomeni sociali».

Infine, nel quadro delle misure proposte al tavolo-sicurezza dai vari sindacati, la delegazione dell’USB ha posto al governo una particolare attenzione – vogliamo ricordarlo ancora –  sul tema dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, un vero cavallo di battaglia da sempre sostenuto dal sindacato conflittuale, fin dai tempi di quando si chiamava RdB. Specificatamente è stata ribadita la necessità di un rafforzamento del ruolo dei cd. “RLS”, così come sopra è stato evidenziato.

Dopo la terza volta in cui il governo Meloni interviene per fare ordine sulla materia, la sensazione finale che ci siamo fatti – ma non solo noi – su una possibile effettiva risoluzione positiva della tematica sicurezza nei posti di lavoro (o, quanto meno, di un suo incardinamento pianificato nella agenda politica)  è che, al di là di tutti i buoni propositi esaltati dalle parti sociali, anche stavolta l’intesa emersa dal tavolo di concertazione non sortirà alcun effetto rilevante.

Nel frattempo gli incidenti sul lavoro continuano a ripetersi ininterrottamente, dei quali uno degli ultimi è stato ben documentato da Pressenza, con un articolo del 3 aprile u.s. a firma di Sergio Sinigaglia. Infatti, quasi in concomitanza dell’apertura ad Ancona del processo denominato “Oro Nero”, con l’accusa di disastro ambientale che vede coinvolti i vertici della Raffineria Api di Falconara (uno dei più pericolosi impianti di Italia) ed i tecnici del megasito d’idrocarburi, il 28 marzo scorso si è verificato l’ultimo grave episodio disastroso: la perdita di gasolio da un serbatoio ha provocato un incendio, le cui fiamme sono state ben visibili da decine di chilometri di distanza: l’incidente fa seguito a quello avvenuto nell’aprile del 2018, per il quale è stato avviato – come abbiamo anzidetto  – il processo “Oro Nero”, quello relativo al disastro ambientale generato da un problema del serbatoioTK61, quando «l’inclinazione del tetto galleggiante, provocò la fuoriuscita di idrocarburi con le relative esalazioni che si propagarono in tutto il territorio circostante».

In sostanza, quando si parla di sicurezza delle condizioni di lavoro, le “parti sociali” e le autorità pubbliche responsabili dovrebbero avere chiaro che la materia è di fondamentale importanza, un tema prioritario assoluto per il sistema produttivo da dover rispettare, sia per la sacrosanta tutela della vita dei lavoratori sia per la tutela dell’ambiente e del paesaggio: quest’ultimo è un patrimonio comune per la salvaguardia del genere umano e della natura. Ma in nome del profitto tutto sembra poter passare in secondo piano ed essere sacrificato sull’altare dello sviluppo!