>  MERIDIOGLOCALNEWS  – RASSEGNA SETTIMANALE  SULLE SOGGETTIV₳ZIONI METICCE  <

 

Autonomia Differenziata ovvero la “secessione soft”. Secondo Domenico Gallo: «c’è la volontà di separare il destino delle più ricche regioni del Nord da quello delle più povere regioni del Sud»

L’obiettivo è quello di far sì che il gettito dei tributi erariali rimanga quasi totalmente nei territori dove è stato prodotto, così come chiedeva un quesito, bocciato dalla Corte costituzionale, del referendum consultivo indetto dalla Regione Veneto nel 2014. Questa aspirazione si riaffaccia prepotentemente nel progetto-Calderoli

L’approvazione al Senato del disegno di legge Calderoli che stabilisce le procedure per la concessione alle Regioni dell’autonomia differenziata in tutte e 23 le materie astrattamente consentite dalla improvvida riforma del titolo quinto della Costituzione è solo il primo passaggio di un percorso che si preannuncia lungo e tormentato, malgrado la coesione bulgara della maggioranza. Ci deve essere la seconda lettura alla Camera; la legge deve essere promulgata dal Presidente della Repubblica (che, qualora esercitasse il potere a lui concesso dall’art. 74 della Costituzione, potrebbe rimandarla alle Camere per una nuova deliberazione); dopo la promulgazione è preannunziata dalle forze politiche d’opposizione (finalmente unite) una campagna per la richiesta del referendum abrogativo; le Regioni controinteressate potrebbero impugnare la legge con ricorso diretto alla Corte costituzionale (come ha messo in luce l’ex presidente della Consulta Ugo de Siervo); in ogni caso, prima della redazione delle intese, sarà necessario approvare, con specifici decreti legislativi da adottare entro 24 mesi, i Livelli essenziali di prestazione (LEP) da garantire su tutto il territorio nazionale; anche decreti, poi, potrebbero essere impugnati da cittadini ed enti con ricorso incidentale alla Corte costituzionale, oppure dalle Regioni con ricorso diretto. Ma ogni resistenza nelle sedi istituzionali deve essere accompagnata da una crescente mobilitazione popolare. Non è semplice far comprendere l’importanza della posta in gioco e il significato reale dei cambiamenti che si produrranno nella vita della Repubblica. I tecnicismi della materia rendono, infatti, ardua la divulgazione di un progetto di trasformazione di cui è visibile, come in un iceberg, solo la parte che affiora nei provvedimenti consegnati al dibattito parlamentare, mentre rimane ignota la sostanza, cioè il contenuto reale dei poteri, delle funzioni e dei finanziamenti di cui si discute riservatamente nelle segrete stanze. Basti pensare che esiste un documento del Ministro per gli affari regionali e le autonomie in cui sono indicate 500 funzioni statali trasferibili alle Regioni e che, nella loro bulimia di potere, le Regioni (Veneto e Lombardia) non si autolimitano ma chiedono tutto. In questo modo si andrebbe a una disarticolazione dello Stato con conseguenze dirette sia sulla fruizione dei servizi e dei diritti sociali da parte dei cittadini, sia sulla possibilità della Repubblica di articolare politiche pubbliche in campi vitali per l’economia e la tutela dell’ambiente. La stessa unità culturale e linguistica del popolo italiano costruita faticosamente, attraverso l’istruzione pubblica, a partire dal 1861, verrebbe profondamente compromessa dalla parcellizzazione regionale del sistema educativo. L’Italia verrebbe spacchettata in tanti mini staterelli e le differenze di tipo economico-sociale fra il Nord e il Sud del paese, lungi dall’essere superate, come pretende l’art. 3, secondo comma, della Costituzione, saranno incrementate e consolidate da un processo che non può più essere revocato. Per questa via trova compimento un progetto portato avanti dalla Lega (Nord) fin dalla sua fondazione, che punta alla secessione delle Regioni del Nord (la cosiddetta Padania). Un progetto che ha abbandonato il suo carattere più eversivo (tipo Jugoslavia), per riemergere sotto forma di una secessione soft, agevolata da un’irresponsabile riforma costituzionale (quella del titolo V della Costituzione) che il centro-sinistra ha voluto imporre con l’illusione di togliere slancio alle istanze leghiste.

il commento integrale di D. Gallo su volerelaluna.it

 

F#06-Giornata Mondiale della “Tolleranza Zero” contro le MGF. Amref: “Per prevenire, serve un approccio integrato”

In occasione della Giornata mondiale la Rete Romana per la Prevenzione e il Contrasto delle Mutilazioni Genitali Femminili ha ospitato in Campidoglio una giornata di formazione: un Workshop interregionale di formazione e scambio. Il “taglio” è riconosciuto a livello internazionale come violazione dei diritti umani. In Africa 91,5 milioni di ragazze vittime di queste pratiche

In Italia e in Europa. Le mutilazioni genitali femminili sono una realtà concreta anche in Europa, dove oggi vivono più di 600.000 donne e ragazze che hanno subito le MGF e altre 180.000 sono a rischio ogni anno (UNHCR). L’Italia, in particolare, è uno dei Paesi che ospita il maggior numero di donne escisse – più di 87.000 – in conseguenza di un consistente flusso migratorio femminile proveniente da Paesi ad alta prevalenza di MGF. “In Italia ogni giorno lavoriamo ispirandoci alle buone pratiche che nei Paesi africani Amref sta portando avanti” spiega Laura Gentile, Project Coordinator di Amref Italia. “Sul territorio italiano ci occupiamo non solo di formare e sensibilizzare servizi ed istituzioni, ma costruiamo con loro delle reti di azione con i membri delle comunità legate a Paesi in cui la pratica delle MGF e con le nuove generazioni, come con il Progetto Y-ACT, presente a Roma, Milano, Torino e Padova, dove sono già attive Reti di prevenzione e Contrasto alle MGF”.

per approfondimenti su Redattore Sociale

 

Solidarietà per la Palestina al Presidio No MUOS a Niscemi chiesto “Cessate il fuoco”

Il Coordinamento Regionale dagli attivisti No Muos che raccoglie numerose realtà siciliane è affianco dei cittadini palestinesi contro il genocidio perseguito dal governo- Netanyahu. In particolare le Donne No Muos scrivono: “ci uniamo a tutte le donne della terra che fanno resistenza nei territori e che sono colpite a morte, ferite, mutilate nel corpo e nell’anima: non possiamo sopportare l’insulto alla vita arrecato dalle armi e ci uniamo a tutti i popoli della terra per dire ‘Basta guerra’, la più assurda e deprecabile invenzione maschile”

Ancora una volta, gli attivisti hanno chiesto la fine del genocidio in atto a Gaza, sabato 3 febbraio 2024, al Presidio No MUOS nella sughereta di Niscemi, a pochi passi dalle antenne della Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) e delle parabole del MUOS (Mobile User Objective System), impianti per le comunicazioni belliche della Marina militare degli Stati Uniti d’America (US Navy), installate, senza alcuna consultazione della popolazione o procedura pubblica, in territorio italiano. Durante il Presidio, le donne No Muos hanno ribadito il loro rifiuto della guerra: “Noi siamo soggettività antimilitariste contro guerre e ogni violenza; siamo contro la propaganda dell’odio, occulta e manifesta, che rafforza e sostiene l’economia immorale che produce armi, impianti nocivi come il Muos e il TAV, impianti nucleari e grandi opere inutili che aumentano la distruzione dei nostri territori. Siamo contro l’occupazione delle basi USA e NATO legittimate dallo Stato italiano e dai suoi governi. Dalla Sicilia il nostro No alla guerra è ancora più forte: qui a Niscemi, il MUOS è un’infrastruttura di comunicazione per tutte le guerre degli Stati Uniti; a Sigonella, in provincia di Catania, opera la Naval Air Station (NAS Sigonella) della Aviazione di marina statunitense, utilizzata anche per operazioni della NATO, da cui quotidianamente decollano i droni-spia di USA e NATO e i pattugliatori P-8A “Poseidon” per le operazioni di intelligence anti-russe nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero. Strumenti di morte e di impoverimento materiale e culturale per le popolazioni, occasioni di profitti inimmaginabili per pochi che condizionano le scelte di governi servili e collusi”.

 comunicato del No Muos

 

STOP CPR! CarovanEmigranti: Basta morti. Chiudiamo Ponte Galeria! Chiudiamo tutti i Centri permanenti di rimpatrio

 Il 4 febbraio, Ousmane Sylla, un ragazzo della Guinea di appena ventidue anni, si è tolto la vita in quella gabbia a cielo aperto che è il CPR di Ponte Galeria, nella periferia della nostra città

Ousmane Sylla viveva da mesi la violenza della detenzione amministrativa: era stato recluso, a ottobre, nel CPR di Trapani e poi trasferito, a gennaio, in quello di Roma Ponte Galeria. L’ennesima morte di Stato, che si aggiunge a quella di Hossain Faisal, Aymen Mekni, Orgest Turia, Moussa Balde, Wissem Ben Abdelatif e di tutte le persone che hanno perso la vita nei CPR e negli altri luoghi istituzionali dove sono recluse le persone migranti. Non si contano più le violenze e i soprusi in queste strutture dell’orrore disseminate sul territorio italiano, periodicamente denunciati dalle persone recluse, che si ribellano alla violenza istituzionale del confinamento razzista. I CPR sono luoghi di privazione della libertà personale in cui sono detenut3 i cittadin3 stranier3, perché privi di permesso di soggiorno, oppure dopo aver scontato la pena in carcere, o ancora perché considerati “finti” richiedenti asilo, detenut3 in condizioni disumane, espost3 alla violenza poliziesca e privat3 dei diritti più basilari: dal diritto alla salute a quello di comunicare con l’esterno. La responsabilità per la morte di Ousmane Sylla e per le violenze quotidiane contro le persone recluse ricade sull’intera filiera istituzionale che gestisce i CPR: dal Governo alle Prefetture, fino alle Questure e agli enti gestori privati. Per chiedere verità e giustizia per Ousmane Sylla, il rispetto della sua volontà di ritorno in patria del corpo, il rilascio e l’archiviazione della accuse contro i 14 solidali arrestati a Ponte Galeria, e in solidarietà con le proteste che continuano nel centro, mercoledì 7 febbraio alle 15.30 saremo in Piazza Santi Apostoli, sotto la Prefettura di Roma. Questa sarà la prima tappa di un percorso cittadino che vuole la chiusura del CPR di Ponte Galeria, l’abrogazione di tutte le norme sulla detenzione amministrativa e la libertà di movimento per tutt3.

comunicato CarovanEmigranti

 

Agricoltura rigenerativa: “tutelare la biodiversità – la grande varietà e ricchezza di forme di vita presenti sulla Terra  (tra cui piante, animali, microrganismi ed ecosistemi appartenenti alla biosfera) – è prioritario”

L’impatto che la moda ha sull’ambiente è decisamente pesante. L’inquinamento si propaga nell’aria sotto forma di emissioni di carbonio, ma anche nell’acqua e nel terreno, grazie al rilascio di sostanze chimiche tossiche durante i processi manifatturieri. Le produzioni rapide e massicce, inoltre, stanno consumando rapidamente le risorse naturali, come il suolo, l’acqua, l’energia e le materie prime

Nello specifico, la grossa domanda di fibre come lana, rayon e viscosa, stanno contribuendo alla deforestazione di vaste aree del pianeta. Se a questo ci aggiungiamo il massiccio accumulo di rifiuti tessili abbandonati in discariche all’area aperta in giro per il mondo e le microplastiche diffuse ormai ovunque, non stupisce come tutto questo abbia grosse implicazioni con la perdita di biodiversità e la salute degli ecosistemi. In quest’ottica, forse, essere sostenibili non basta. Bisogna attivarsi per ridurre i danni e nello stesso tempo essere in grado di rigenerare e ricostruire. Cosa vuol dire rigenerare. Dopo anni di colture intensive, monocolture e sfruttamento massiccio del suolo, la terra si è progressivamente impoverita. Rigenerare il suolo significa ridurre e limitare quel processo di degradazione a cui i terreni sono stati sottoposti nel tempo, diminuendo la capacità di quel suolo di generare prodotti. A depredare questa ricchezza c’è in primo luogo l’industria alimentare, ma anche la filiera produttrice del cotone ci mette del suo (la produzione del cotone ha un alto impatto ambientale, sia per il consumo di acqua sia per l’uso di sostanze chimiche). Quando si parla di agricoltura rigenerativa si intende lavorare in armonia con la natura, con una serie di pratiche e principi che siano in grado di aumentare la biodiversità, di arricchire il suolo e migliorare l’ecosistema circostante. Un approccio olistico che sia in grado di preservare la natura invece di sfruttarla. Significa essere in grado di restituire e non solo prendere. Seguendo quelli che sono i ritmi naturali e non le follie partorite dalla mente umana per aumentare a dismisura la produttività. In concreto si tratta di far ruotare i vari tipi di colture, lavorare poco o nulla il terreno, usare compost naturale come concime e colture di copertura. I ritmi di produzione sono lenti, i quantitativi dipendono strettamente dall’andamento stagionale e le coltivazioni non vengono forzate in nessuno modo. Il suolo, arricchito di preziosi nutrienti, riesce a catturare il carbonio dall’atmosfera attraverso la fotosintesi, trasferendolo dall’aria alla terra in modo che diventi cibo per miceli e microrganismi. Un ritorno al passato, a quelle pratiche indigene e conoscenze antiche che sono in grado di aiutare i terreni degradati a rigenerarsi, naturalmente. In queste condizioni a beneficiarne non è solo la terra, ma anche chi la lavora: meno esposti a sostanze tossiche e con ritmi di vita/lavoro decisamente più adeguati.

articolo originale su  Indipendente.online

 

Ritorna a Napoli la mobilitazione degli ex-Percettori del reddito di cittadinanza

Per venerdì 9 febbraio alle 9,30 è stato indetto un presidio presso la sede del Consiglio  regionale della Campania al Centro Direzionale – Isola F 13 dal Movimento di Rappresentanza  Sociale (ex-percettori) e dal Comitato di scopo per l’istituzione della Misura Integrativa Regionale di  sostegno al reddito (MIR)  

Le nuove misure di contrasto alla povertà del Governo Meloni in queste settimane stanno mostrando  tutta la loro prevedibile inefficacia e insufficienza, migliaia sono le domande respinte sia per l’ADI  che per il SFL o le carte d’inclusione bloccate per cavilli vari, ormai – osservano gli organizzatori – siamo ad una sorta di “effetto domino” perché il taglio del reddito di cittadinanza causa notevoli  difficoltà nel pagamento dei fitti degli appartamenti, delle bollette delle utenze e dei tributi; ciò, tra l’altro, causa un aumento della tensione abitativa soprattutto nell’area metropolitana  napoletana con una chiara tendenza all’aumento degli sfratti. In questo quadro, il presidio del 9 mira a sollecitare, ancora una volta, un urgente intervento regionale  di sostegno al reddito accelerando al massimo l’avvio della discussione su due proposte di legge di  cui una presentata dalla consigliera del Gruppo Misto Maria Muscarà – che ha presentato la proposta  preparata dal Comitato di scopo per la MIR – e un’altra presentata dal Gruppo consiliare dei Cinque  Stelle presentata a novembre.

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