Il cielo plumbeo si staglia placido sulle colline verdi che circondano la città di Vitoria-Gasteiz, capitale del Paese Basco. Vitoria racchiude in sé tutte le caratteristiche tipiche di una città basca: immersa nel verde, costruita intorno al suo casco viejo, il centro storico medievale, e caratterizzata dalla presenza di imponenti edifici appartenenti ad un’urbanistica pienamente industriale e una costante atmosfera cupa, coadiuvata da un clima umido e freddo, che dipinge ogni angolo delle sue strade con una tinta grigia, che si riflette sulle strade bagnate. La vita scorre senza particolare frenesia, per poi spegnersi drasticamente la notte, fatta eccezione per il giovedì, giorno in cui i giovani universitari si riversano nella via del centro per celebrare insieme il settimanale pintxo-pote e riempire i bar e le adiacenti terrazze, riscaldate dalle stufe elettriche. Tutto ciò assume un aspetto remoto se osservato dalla periferia sud-est della città, nella quale si ubica un complesso urbanistico silenzioso, quasi senza tempo: il quartiere autogestito di Errekaleor.

Come un museo a cielo aperto, ma vivo

Errekaleor, letteralmente torrente secco, è un quartiere sorto negli anni ’50 con l’appellativo di Un mondo migliore e destinato agli operai provenienti dal sud della Spagna impiegati nella fiorente industria del Paese Basco. Nel corso dei decenni questa zona venne gradualmente abbandonata dalle istituzioni municipali, per poi essere destinata, dopo un consistente spopolamento, alla distruzione ed entrare a far parte dell’anello verde, la lunga cinta di parchi e boschi che circonda interamente la città.

Attraversata la zona industriale di Vitoria, ci si imbatte in quest’agglomerato di costruzioni, poco più di una trentina, che si abbarbicano sulla collina circostante. Il panorama al quale si assiste è quasi brutalista, qui la brillante natura basca si sta lentamente riappropriando dei suoi spazi. Ad accoglierci tra il muschio e gli alberi spogli vi è un enorme murale che sulla fiancata del primo blocco recita Ongi Etorri, benvenuti. Una dietro l’altra tutte le fiancate di questi edifici sono adornate da murales realizzati da numerosi artisti provenienti da tutto il mondo. Fra questi possiamo osservare disegni che raccontano la resistenza basca, messaggi di lotta al capitalismo, di fratellanza nei confronti della causa curda e palestinese o di lotta femminista. Come in un museo a cielo aperto ci si addentra con il naso all’insù, ammirando esempi di street art che su questi muri hanno trovato la loro casa. Tra gli altri, Blu, il noto street artist italiano, è stato il secondo ad apporre la propria impronta su queste facciate.

Durante il primo decennio del ventunesimo secolo, dopo l’imposizione da parte del governo municipale di appropriarsi delle strutture e grazie alla resistenza dei pochi cittadini rimasti, nel 2013 un gruppo di studenti decise di occupare gli appartamenti disabitati del blocco 26, facendo di necessità, virtù. In una società costretta a cedere alle regole della speculazione immobiliare, l’unica soluzione è stata riappropriarsi degli spazi destinati ai cittadini, occupandoli.

Un’esperienza di autogestione in totale contrasto col potere

Ha così inizio Errekaleor Bizirik, un progetto di autogestione finalizzato ad una riqualificazione partecipativa dello spazio abitativo, attraverso il quale numerosi ragazzi hanno avuto la possibilità di ottenere un luogo dove vivere, contribuendo attivamente alla vita del quartiere. Iniziando con la manutenzione delle abitazioni, quasi sempre avvenuta in totale autonomia, con il tempo il quartiere ha visto sorgere al suo interno una palestra, una sala cinema, un campo di pelota basca e due sale concerti, tra le quali spicca il gaztetxe, termine con il quale si indicano i centri culturali occupati presenti in ogni città basca, in questo caso ricavati dall’occupazione di due chiese.

L’unione tra i pochi proprietari rimasti contrari allo sfratto e gli studenti ha creato una rete collettiva fortemente ancorata al territorio e alle rispettive tradizioni socioculturali, impegnata nell’offrire, a cambio di un luogo in cui vivere, un servizio alla comunità.

La risposta del Comune è stata sempre di totale rifiuto. I tentativi di dialogo che hanno coinvolto la rappresentanza del collettivo e il sindaco della città Gorka Urtaran, appartenente al Partido Nacionalista Vasco hanno contribuito ad allontanare le parti coinvolte, le prime manifestando il diritto di occupare e accedere ad un’abitazione degna, il secondo imponendo la proprietà sugli immobili e sottolineandone lo stato di pericolo. L’assenza di un accordo ha generato una spirale conflittuale che ha portato nel 2014 a un taglio temporaneo della corrente elettrica, nel 2015 allo sfratto per cause di sicurezza urbana affiancato dalle retate in tenuta antisommossa della polizia basca e nel 2017 al taglio elettrico definitivo attuato dalla compagnia energetica Iberdrola. Senza la possibilità di accedere a nessun tipo di servizio energetico, il collettivo Errekaleor Bizirik ha dato inizio nel 2018 ad una campagna di sottoscrizioni popolari che ha permesso di raccogliere 144.000 euro per poter procedere all’acquisto di pannelli solari e vantare l’indipendenza elettrica.

«Io vivo qui da sei anni» mi comunica un ragazzo proveniente da un piccolo paese dell’entroterra basco. «Alcuni amici si sono trasferiti qui e mi hanno invitato a seguirli. Inizialmente eravamo pochi e ancora non c’era la struttura attuale, adesso è molto diverso, più organizzato».

Un esperimento reale di democrazia popolare

L’intera gestione del quartiere avviene attraverso un’assemblea popolare, convocata ogni due settimane, nella quale si discute delle necessità e delle problematiche dei cittadini. Inoltre, l’assemblea si suddivide in gruppi che operano nel quartiere suddividendosi le attività, tra le quali si annoverano la gestione economica, urbanistica, energetica, la proposta culturale, sportiva e le attività di diffusione linguistica e di didattica. Il quartiere è affiancato da due grandi orti, che offrono un’alternativa all’acquisto di frutta e verdura e permettono di attuare un’agricoltura a Km0, riuscendo a soddisfare il bisogno alimentare dell’intero quartiere. Sono presenti, inoltre, alcuni spazi agricoli destinati agli abitanti della città, che in autonomia coltivano i propri prodotti.

Lo sguardo degli eroi e delle eroine della resistenza anticapitalista e indipendentista raffigurati sulle fiancate scrutano il lavoro di due ragazze che sotto il velo grigio della nebbia e un costante txirimiri (termine onnipresente nelle conversazioni nel Paese Basco, che indica la pioggerellina) chiacchierano e smuovono la terra con le zappe.

Passeggiando tra le case si possono osservare numerose strutture completamente abbandonate e bloccate dal comune attraverso la muratura delle finestre e lo sbarramento delle porte. La sensazione che si percepisce costantemente è quella di un contrasto netto, una dicotomia che mantiene in equilibrio le fondamenta del quartiere. Da un lato il degrado strutturale è evidente, la muffa e le crepe dei muri si coprono con uno strato di muschio verde e di costante umidità; dall’altro però i murales, gli orti e la freschezza che trasmettono gli occhi di questi abitanti creano un connubio che apparentemente stona, ma che in realtà ci fa capire che in questo quartiere il tempo passa e che il suo inesorabile scorrere non è una motivazione sufficiente per raderlo al suolo e “riqualificare la zona”. L’atteggiamento della gran parte dei Comuni europei di prendere il controllo di zone, spesso definite “degradate” dai mezzi di comunicazione, con il fine di trasformarle in luoghi di rinnovato interesse e spesso di rincarata tariffa, qui non attacca. Ed è su questo che si fonda la resistenza di Errekaleor.

Condivisione e zero sprechi come strategie (anche) obbligate

«Non ho mai sofferto tanto il freddo in inverno!» mi confessa una militante. «Senza riscaldamento con fuori 0 gradi e con una stufa a legna che lascia puzza di fumo, non è facile passare l’inverno a Siberia-Gasteiz».

La scarsità di mezzi viene risolta attraverso l’accortezza nei consumi e la riscoperta di mezzi decisamente più datati. Il Paese Basco, circondato dalle montagne e a ridosso sull’oceano Atlantico, è sicuramente una tra le regioni più fredde del territorio iberico. In particolar modo la depressione nella quale si colloca la città di Vitoria la rende estremamente fredda, portandola d’inverno ad una temperatura di vari gradi sotto lo zero. Qui gli abitanti si riscaldano con delle stufe a legna e per quanto godano di indipendenza elettrica, le varie placche solari non sono sufficienti a reggere l’utilizzo di lavatrici, frigoriferi e forni in ogni appartamento. In linea con un’ideologia “zero sprechi”, i vicini di Errekaleor condividono in ogni blocco tutti gli elettrodomestici ai quali il capitalismo ci ha abituati e tra gli spazi autogestiti hanno costruito una panetteria.

Vivere qui non è facile. «Penso che questo sarà il mio ultimo anno» afferma il mio interlocutore con un’espressione di forte decisione sul volto. «Per quanto possa essere coinvolgente vivere la collettività, è necessario poter staccare quando serve. Spesso non mi trovo d’accordo con alcune persone per ragioni politiche. A dir la verità sarei dovuto andare via quest’anno, ma ho trovato lavoro qua vicino e in ogni caso non posso permettermi un appartamento in città».

Come si diventa cittadini di Errekaleor

L’assemblea gestisce tutte le richieste d’ingresso, iniziando a stringere una relazione con gli interessati. Si inizia cercando di capire se c’è affinità sociale e politica. Difatti, molti dei vicini si sono affacciati alle varie attività proposte dal collettivo, frequentando il centro sociale, partecipando alle manifestazioni e i vari concerti. Conquistati da un’idea utopica di vita comunitaria, molti giovani baschi provenienti da varie zone del paese si sono avvicinati al progetto nel corso degli anni e oramai abitano il quartiere un centinaio di persone. Dopo aver partecipato ad alcune attività, si passa all’ingresso nei gruppi di lavoro, impegnandosi nella gestione dei servizi per la collettività. Infine, la candidatura viene ufficialmente discussa in assemblea, con la conseguente attribuzione di uno spazio abitativo.

L’assemblea governa sul quartiere, dando vita ad uno spazio politico di democrazia diretta, nella quale si può osservare l’interesse verso un’idea di società ben definita: socialista, femminista ed egalitaria. Per il 30 novembre il collettivo ha organizzato uno sciopero femminista che prevede picchetti, conferenze, manifestazioni e musica già dalle primissime ore del mattino. Anche la città di Vitoria-Gasteiz è stata coinvolta e passeggiando tra le vie del campus universitario, possiamo osservare gli striscioni e i cartelli, frutto del lavoro del gruppo di comunicazione e stampa del quartiere.

Questo mette in evidenza l’operato del collettivo all’interno del contesto cittadino. Spesso criticata dalla stampa conservatrice e dal comune, la militanza cerca di dimostrare il sogno di una società basca giusta, vicina alla cittadinanza e impegnata nella lotta politica motivata dall’ideale, ormai per molti divenuto utopico, della Repubblica di Euskal Herria, democratica, antimonarchica e unita con le sue sette province, tre in territorio francese e quattro in territorio spagnolo. Tra i progetti proposti dal collettivo spicca senza dubbio l’ASKEtegi, un corso di e in lingua basca, che si struttura su attività di didattica innovativa extracurriculari tra le quali escursioni in montagna, veglie, laboratori e la possibilità di pernottare nel quartiere, o i corsi semplici di euskera per la comunità di abitanti (baschi e non) finalizzati allo svolgimento delle assemblee in euskera senza la necessità dell’intervento dei traduttori.

L’utopia di un mondo migliore e ultra-radicale

Evidentemente quella che può sembrare un’utopia quasi malinconica di un mondo che gradualmente si allontana verso un passato remoto, qui si mantiene viva con tutte le sue contraddizioni. Un progetto nato per esprimere il diritto per tutti all’abitare, sovvertendo il modello liberale di proprietà privata, con il tempo si radicalizza, sbiadendo, probabilmente, l’unanimità verso la quale dovrebbe essere diretto. Chi non condivide le idee politiche, sociali ed economiche con molta difficoltà avrà la possibilità di istallarsi in un’abitazione, anche partecipando alle attività. Questo perché nella nostra società il pacchetto che unisce libertà e diritti è stato allegato ambiguamente alle mire capitalistiche di un modello ormai totalmente deificato. Il benessere può essere tale se accostato alla ricchezza materiale, ed è forse su questo che i giovani di Errekaleor vogliono attirare l’attenzione. Quelle che in ogni luogo verrebbero definite “zone di alto degrado”, qui proprio su queste peculiarità il collettivo vanta la sua coerenza ideologica.

In un contesto storico che vanta una costante densificazione cittadina e di conseguenza la graduale desertificazione delle campagne e dei borghi, processo che in Spagna prende il nome di España Vaciada, notiamo parallelamente delle proposte che agiscono in totale controtendenza. «Non siamo gli unici. Molti borghi disabitati da tempo si stanno popolando di nuove realtà». Tutti quegli spazi svuotati dalle svilenti regole del mercato, stanno accogliendo un numero di curiosi, di bisognosi o semplicemente di sognatori, via via sempre maggiore. Le periferie di Barcellona, Madrid o i villaggi sperduti della Castiglia e della Rioja si stanno organizzando per provare, anche loro a dare vita alla loro utopia, al loro “mondo migliore”.

Foto e testo di Armando Negro

 

L’articolo originale può essere letto qui