Sul tema “Cosa aspettarci da Cop 28 a Dubai” l’agenzia stampa Interris.it ha pubblicato una intervista a Jacopo Bencini, Policy Advisor Politiche europee e multilaterali sul clima, Unfccc contact point Italian Climate Network. Ve ne segnaliamo alcuni passaggi.

Quanto “costa” la crisi climatica e i suoi effetti sull’ambiente?

“Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications a fine settembre, il cambiamento climatico sta oggi producendo danni per almeno 16 milioni di dollari all’ora, con 280 miliardi di dollari di danni registrati nel 2022 – quasi il triplo della cifra annuale promessa nel 2009 alla COP di Copenhagen.
A quella conferenza alcuni Paesi ricchi si impegnarono a mobilitare ‘almeno’ 100 miliardi di dollari all’anno in finanza per il clima, ossia in trasferimenti ai Paesi più fragili e bisognosi di aiuto internazionale per affrontare, insieme, la crisi climatica.
Questa cifra non è stata mai raggiunta, inoltre si è calcolato che il fabbisogno per una transizione ecologica ‘serena’ sia arrivato ad ammontare a trenta-quaranta volte tanto sul breve-medio periodo. Per questo all’Onu i Paesi stanno cercando di trovare un accordo su un nuovo obiettivo quantitativo pluriennale”.

A che punto siamo?

“In questi ultimi mesi un Comitato di transizione, composto da esperti a maggioranza dal Sud del mondo e sotto egida Onu, è stato incaricato di redigere le regole di funzionamento del fondo. Sembra emergere che saranno stilate delle liste con dei criteri, basandosi su studi scientifici e rilevazioni puntuali in merito a fragilità, esposizione, capacità di adattamento, impatto sull’economia locale dei fenomeni estremi. Ci sono poi ancora dei nodi da sciogliere che vedranno una composizione politica solo a COP 28, per citarne due: con quale dei criteri di solidarietà e se il fondo verrà gestito sotto le Nazioni Unite o sotto la Banca Mondiale. Quello che è certo è che non ci saranno cifre preimpostate: nessun Paese inquinatore, a partire dagli Stati Uniti, vuole infatti vedersi assegnate quote per responsabilità storica, come invece logica vorrebbe”.

Cosa si intende per danni e perdite?

“Le due categorie sono applicabili a mobili, immobili, vite umane e vite animali, nel complesso dell’interazione uomo-natura a livello locale. Si intende per danno tutto ciò che viene danneggiato, con possibilità, almeno teorica, di riparazione, di ripristino. Si parla invece di perdite quando il danno è irreparabile. Efficaci azioni di adattamento, come interventi in sicurezza edilizia, costruzione di barriere sulla costa, installazione e promozione di sistemi di allerta, fino alle rilocazioni di parti dell’abitato possono diminuire il rischio di subire perdite e danni, ma per mettere in campo queste azioni servono risorse”.

Quali sono i Paesi maggiormente responsabili per le emissioni e quali invece di meno?

“Cumulativamente, possiamo dire che dall’inizio dell’era industriale un quarto delle emissioni climalteranti sono state emesse dagli Stati Uniti d’America, un altro quarto dai Paesi europei, la restante metà dal resto del mondo. Oggi Cina ‘contribuisce’ per quasi il 30% delle emissioni annuali di CO2 e dagli anni Ottanta ne ha emessa così tanta, e con una crescita così rapida, che da quasi zero è arrivata a pesare per oltre il 15% delle emissioni globali su base storica dall’inizio del periodo di rilevazione. Gli oltre centocinquanta altri Paesi hanno contribuito complessivamente molto meno. I 55 Paesi dell’Unione Africana non hanno mai raggiunto, tutti insieme, il 10% delle emissioni globali. Sono vittime delle emissioni degli altri”.

Qual è il contributo dell’Italia all’abbattimento delle emissioni, alla transizione ecologica e alla finanza climatica?

“Il nostro Paese complessivamente è indietro. I nostri singoli obiettivi nazionali sono contenuti nel Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), in fase di revisione, e nel Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), mai approvato. E’ stato lanciato il Fondo italiano per il clima, uno strumento finanziario per garantire 4,2 miliardi di euro in cinque anni ai Paesi con i quali l’Italia collabora in termini di cooperazione allo sviluppo, ma il Comitato interministeriale di indirizzo si è insediato per una prima riunione solo un anno e mezzo dopo l’inizio previsto delle attività, nel luglio 2023. Niente invece, per adesso, in termini di eventuali contributi italiani al nuovo fondo su perdite e danni”.

Quali saranno i temi centrali alla prossima Cop 28?

“La precedente conferenza doveva essere ‘di transizione’ e si è rivelata a suo modo storica, con l’adozione della decisione che crea questo fondo. A quella di Dubai gli Emirati Arabi punteranno sui temi che sanno maneggiare meglio, la finanza, la ricerca e sviluppo, mentre non ci sono particolari aspettative sui piani nazionali di riduzione delle emissioni, ‘in pausa’ per via del contesto energetico. Aspettiamoci però passi avanti extra-negoziali in termini di accordi, anche tra piccoli gruppi di Paesi ricchi, su nuovi contributi economici al Sud globale, nelle politiche di adattamento, nel sostegno finanziario ai più fragili, e sullo sviluppo e installazione di energie rinnovabili da parte di vari Paesi, magari con grandi accordi-quadro multilaterali, come accadde nel 2021 a Glasgow per gli accordi su metano e deforestazione. Attendiamo infine il lancio del fondo, speriamo da subito operativo, anche se restano ancora molti nodi da sciogliere.
Probabilmente su questo tema, vista la debolezza politica di Ue e Usa, entrambi al voto nel 2024, ci sarà una prevalenza delle posizioni del ‘Sud globale’ raggruppati nel gruppo negoziale G77+Cina”.