Alla “lungimiranza” e al “coraggio” si appella il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, nelle pagine introduttive del Rapporto Annuale 2023 sui rifugiati, giunto alla sua 22° edizione.

Caratteristiche che occorrono per guardare al futuro non solo degli oltre 100 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case nel 2022 ma anche di quei tanti milioni che in esse trovano badanti, muratori, braccianti, camerieri e tanti altri ruoli determinanti in una società, quale quella italiana, invecchiata e in persistente calo demografico. Caratteristiche che purtroppo, prosegue nella sua analisi Ripamonti, non sembrano emergere né dalla governance italiana né tantomeno da quella dell’Unione Europea.

Il Rapporto è stato presentato lo scorso 14 aprile 2023 a Roma, pochi giorni dopo che è stato decretato dal governo Meloni lo “stato di emergenza dell’immigrazione” a seguito dell’“eccezionale incremento dei flussi di persone migranti attraverso le rotte del Mediterraneo. La soluzione consente di sbloccare fondi e poteri che permetteranno di gestire più rapidamente le criticità emerse con il moltiplicarsi degli arrivi”; i numeri forniti dal ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, annoverano 31.200 migranti dall’inizio del 2023, registrando il +300% rispetto all’anno scorso, e riempiono tutti gli hotspot attualmente presenti nel Paese. Non si tratta però di numeri nuovi (lo sono se rapportati a quelli degli anni di Covid che rispecchiavano quel surreale immobilismo globale): nel 2016 e nel 2017, ricorda il presidente Ripamonti, si contavano rispettivamente 27.000 e 37.000 persone sbarcate in Italia. Anche in quel caso la risposta è stata l’accordo vergognoso (e tuttora in vigore) con la Libia. “Da quanto tempo poi sappiamo della limitata capienza dell’hotspot di Lampedusa? 400 posti, ce lo ricordano ad ogni telegiornale” afferma Ripamonti. E cosa si è fatto per dare soluzione al problema in questi anni? Nulla, se non eliminare il soccorso in mare e accusare le organizzazioni umanitarie che si sono attivate di connivenza con gli sfruttatori del traffico di essere umani.

Accogliere i rifugiati con dignità è possibile e auspicabile, il Rapporto lo dimostra con i numeri riferiti all’integrazione operata attraverso i propri centri che danno anche uno spaccato dell’evidente contributo fornito dagli stessi rifugiati allo stato sociale italiano. Sembra quindi che proprio l’Italia (e l’UE) non voglia imparare la lezione, neanche all’indomani di quanto accaduto a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina.

Il Rapporto, infatti, mette in luce anche un caso virtuoso di accoglienza, quello dei 170mila cittadini ucraini giunti in Italia a partire dallo scoppio della guerra dallo scorso febbraio 2022. Per loro è stata attivata protezione temporanea, immediata possibilità di accesso al mondo del lavoro, opportunità di ricevere direttamente contributi economici e un imponente sistema di accoglienza a livello di strutture, di facilitazione linguistica e di inserimento a scuola. Ossia è stato messo in campo quello che norme nazionali (collegate al riconoscimento del diritto di asilo dell’art. 10 della Costituzione) ed europee dispongono, senza impedirne di fatto la tutela con ulteriori disposizioni di legge limitative e con forme attuative volutamente burocratizzate e rallentate.

Anche afghani, siriani, somali, nigeriani fuggono da guerre e da persecuzioni ma niente di quanto descritto sopra è stato attivato. Perché, ci si domanda anche in sede di conferenza stampa, è stato messo in piedi un sistema di accoglienza di serie A e uno neanche definibile di serie B, fatto di ostacoli, di burocrazie e di inefficienze? Gli ucraini fuggiti dal conflitto sono stati accolti da familiari e amici già integrati nella comunità italiana, di pelle bianca e di religione cristiana, provengono da una guerra quotidianamente raccontata dal sistema mediatico e si sono inseriti in un sistema lavorativo fondamentale di assistenza socio-sanitaria della fascia anziana della popolazione italiana. Queste le ragioni principalmente individuate nel Rapporto e che destano amarezza e delusione.

Un essere umano vale in quanto tale, un essere umano che è obbligato a fuggire dal proprio paese anche. Non è però così nella pratica. L’accoglienza dei rifugiati resta straordinaria e complica in tal modo l’integrazione. Nel 2022 sono arrivati in Italia attraverso il Mar Mediterraneo 105.129 migranti, di cui 13.386 minori non accompagnati. Il sistema di accoglienza ha registrato alla fine dell’anno 107.677 presenze: la maggior parte di questi migranti erano ospitati in centri di accoglienza straordinaria, che non sempre sono in grado di garantire i servizi essenziali nei percorsi di accompagnamento e rimangono delle oasi nelle periferie cittadine. L’integrazione così resta un abbaglio: corsi di lingua italiana e accompagnamento formativo dovrebbero automaticamente attivarsi per consentire di garantire quel supporto necessario a trovare un proprio spazio nel Paese a livello sociale e lavorativo. Si tratta di elementi fondamentali che richiedono una regia pubblica anziché essere rilegati al volontariato o alla beneficienza del terzo settore. Se non per altro per non continuare poi ad additare i rifugiati e in generale gli stranieri (quelli poveri chiaramente, non i turisti danarosi) quali i responsabili delle loro stesse sfortune nel tentare traversate dal loro lontano Paese di origine e nel non essere abbastanza riconoscenti delle condizioni da fantasmi nelle quali sono costretti dal peso insostenibile della burocrazia. Ma le frasi della premier Meloni ai superstiti del naufragio di Cutro non fanno ben sperare in una presa di coscienza della scarsa lungimiranza e della codardia della politica italiana degli ultimi decenni.

Approfittiamo di questo articolo per rilanciare anche la campagna “Una bandiera dell’Onu per le navi umanitarie”. Quelle navi sono l’unica speranza per migliaia di persone. Vengono criminalizzate da chi, criminale, crea in modo cinico le condizioni per uccidere. Mettere al sicuro quelle navi e quelle Ong, che consideriamo sorelle, parte di noi e di ciò che ogni giorno facciamo, non significa risolvere le questioni dei migranti. Significa semplicemente fare ciò che ogni essere umano dovrebbe fare: salvare vite. Noi ci crediamo, con la certezza di essere nel giusto. Qui più informazioni sulla campagna.

 

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