Questo articolo prende spunto dalla tavola rotonda del 17 dicembre 2021, svoltasi a Palazzo Ziino a Palermo, per presentare i risultati del progetto Open Fields del CISS e del CRIC, volto a “prevenire e combattere razzismo e xenofobia contro i lavoratori e le lavoratrici di origine straniera nelle aree agricole dell’Italia Meridionale”. Il progetto, finanziato dalla UE, era iniziato 18 mesi fa con la scommessa, realizzata, di creare un’ampia sinergia fra istituzioni politiche, associazioni della società civile, realtà territoriali, sindacati e università. Il suo assunto di fondo era che la questione migratoria è funzionale al sistema di tutta la filiera agro-alimentare e della produzione nazionale in genere e che, pertanto, la lesione dei diritti riguarda i lavoratori tutti e non solo gli stranieri.

Dunque capire e correggere le storture richiede un approccio sistemico, ossia immaginare un modello di sviluppo alternativo all’attuale; prevedere, ad esempio, che per qualità di un prodotto non si intendano soltanto le sue proprietà organolettiche, ma anche la qualità della vita e il rispetto dei diritti di chi lo ha coltivato e che anche queste informazioni compaiano in etichetta. Diverse le iniziative messe in atto, da un dossier etico elaborato nelle scuole calabre su razzismo, caporalato e cittadinanza responsabile a inchieste, interviste, sportelli polifunzionali di ascolto, assistenza sanitaria e giuridica. Ricchissimo e vario è stato, di conseguenza, il dibattito, impreziosito anche da un video di Luca Pistone, che ha raccolto numerose testimonianze dalle diverse aree geografiche interessate: Campania, Calabria e Sicilia. Inevitabilmente qui non se ne potrà dar conto per intero.

 

I luoghi del disagio e dello sfruttamento

Si profila una differenza tra Campania e Calabria, da una parte, e Sicilia, dall’altra: nel Meridione continentale il disastro abitativo e il caporalato sono certamente più gravi. Basti pensare alle baracche in ghetto di Locarno e Gioia Tauro, o alla rivolta di Rosarno del 2010, “la rivolta dei pomodori”, esitata nella scelta del modello “foresteria”, containers che dovevano ospitare lavoratori stagionali ma che furono occupati stabilmente, pur se privi di acqua corrente fogne riscaldamento, con le frequenti intossicazioni da stufe e con i ricorrenti roghi annunciati, come quello della tendopoli di S. Ferdinando del 2018.

E’ pur vero che neanche le nostre terre sono esenti da prevedibili tragedie: mentre si susseguono gli interventi, un’attivista dell’associazione Re-agire di Genova, che ha aperto sportelli di ascolto “uno a uno” a Campobello di Mazara e Castelvetrano, è raggiunta dalla notizia che il prossimo 21 dicembre sarà sgomberato il campo di Fontane d’Oro, dove qualche giorno fa si è sviluppato un incendio che ha fatto un morto, ancora in attesa di sepoltura. Che ne sarà di chi ora vive nel campo? Probabilmente ritornerà all’ex cementificio che prima abitava, cosparso di briciole di amianto, privo di servizi igienici e dove puntualmente si ripresenteranno devastazioni annunciate… Le aree siciliane coinvolte nella ricerca sono tre: la cosiddetta “fascia trasformata” nel ragusano, da Comiso e Vittoria fino a Cassibile, tutta a serre, che accoglie circa 30.000 residenti e quasi altrettanti stagionali, per buona parte regolari e con permesso di soggiorno, i quali faticano di zappa, cosa che i locali si rifiutano di fare, e percepiscono dai 35 ai 40 euro a giornata, paga da cui occorre sottrarre almeno 10 euro per vitto, indumenti e trasporti; il resto dell’area ragusana, coltivata ad agrumi e, infine, la zona di Campobello e Castelvetrano, tenuta a olivi.

Il sindaco di Vittoria lamenta che i contadini, che un tempo hanno lottato per riuscire a comperare un fazzolettino di terra, oggi hanno dimenticato che cos’è la solidarietà; il caporalato e lo sfruttamento sono divenuti la regola, benché non solo in agricoltura né solo al Sud. Esiste, però, in città una comunità tunisina ben integrata e partecipe anche dei processi politici ed è presente e attiva la Caritas. Anche a Campobello, ci racconta il suo sindaco, da 40 anni è presente una comunità tunisina e non c’è razzismo. Da 30 anni i migranti vengono per la raccolta delle olive e puntualmente si ripropone ogni settembre la questione abitativa, quasi fosse un’emergenza imprevista. Dapprima si crearono accampamenti spontanei, ma dal 2014, grazie a Libera, furono disponibili terreni confiscati alla mafia. Negli ultimi due anni è nato il campo (di cui abbiamo detto) nei pressi del cementificio abbandonato e nessuna associazione è intervenuta, sino all’incendio e al prossimo sgombero. I sopravvissuti hanno impedito persino alla Croce Rossa di entrare. Si è visto invece in un altro caso che, quando, a seguito di un tavolo prefettizio e con la collaborazione di CRI e associazioni, si sono distribuite casette ai lavoratori, essi hanno cambiato vita. Non c’è più manodopera locale, i giovani lasciano il paese; se non ci fossero i migranti, le olive resterebbero sugli alberi. I migranti, continua il sindaco, svolgono un lavoro egregio e sono istruiti; vengono pagati regolarmente; ma forme di caporalato si sviluppano all’interno del campo: rivendite abusive di acqua calda e carne, tensioni fra le diverse etnie. E i siciliani sono riluttanti ad affittare le loro case vuote agli stagionali.

Avverte Sergio Cipolla, presidente del CISS, che la prospettiva dev’essere sistemica: non si tratta solo di caporalato o di abitazione, è l’intero modello di sviluppo che dev’essere rimesso in discussione. E ricorda lo sfruttamento minorile nelle serre di Vittoria; il polisfruttamento, anni addietro, delle donne rumene impiegate nel raccolto ma anche nella prostituzione; la scarsità di ispettori del lavoro che non riescono ad effettuare i necessari controlli dei contratti; a monte, la scarsità di investimenti pubblici in genere. La pandemia, poi, che di fatto si è rivelata una sindemia, per una concomitanza di avidità trascuratezza e pregiudizi, ha ulteriormente aggravato le già terribili condizioni di vita descritte.

 

I rimedi

Tutte le associazioni concordano nell’affermare di non poter sostituirsi alle istituzioni, ma solo affiancarle.

L’Università di Calabria ha svolto un’inchiesta di 73 interviste, alcune da remoto durante il lockdown. L’Università di Bari, con la cattedra contro i pregiudizi razziali ha messo a punto un “barometro della diversità culturale”, ossia una griglia in 13 quesiti per la misurazione della “temperatura” razzista di un articolo: coerenza e veridicità delle informazioni, aderenza delle immagini ai testi, rilevanza degli intervistati, riferimenti non indispensabili alle etnie, presenza di stereotipi di genere, etnia, etc. Tale dispositivo si ispira alla Carta di Roma del 2011, sottoscritta dalla Federazione Nazionale della Stampa, dall’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e da 14 associazioni, a tutela di un’informazione corretta e rispettosa delle persone. Da questa Carta e dal suo art. 5 bis è nato nel 2021 il Testo Unico sui doveri dei giornalisti e delle giornaliste. Un esempio: perché la stampa utilizza come omonimi termini che si riferiscono a situazioni diversissime: immigrato, rifugiato, extracomunitario, clandestino, richiedente asilo? È chiaro che la risposta è politica!

Sempre sul piano istituzionale, è stata importante la legge 199 del 2016 che ha configurato il cosiddetto “lavoro nero” come un reato penale, consentendone una notevole emersione, anche grazie ai mediatori culturali. La Regione Sicilia, dal canto suo, ha sottoscritto un protocollo con altre 5 regioni del Sud per il contrasto al caporalato; ha partecipato a un tavolo per la tutela dei MSNA (minori stranieri non accompagnati), che in Sicilia sono più numerosi che altrove e che, per legge, non possono essere redistribuiti. A Cassibile, grazie a una sinergia fra Prefettura Sindaco Regione e associazioni, si è realizzata un’area attrezzata con casette, che ha consentito una qualità della vita dignitosa ai lavoratori dei campi e ha fatto rientrare la protesta dei cittadini contro gli accampamenti abusivi. Ed è in fieri un progetto, Senderos, ispirato a un modello spagnolo simile al modello Riace, per il ripopolamento con famiglie di immigrati di alcuni luoghi delle Madonie svuotati dalla nostra emigrazione.

Tra le associazioni, ADIF, i cui avvocati tra l’altro stanno difendendo Open Arms anche con la costituzione di parte civile, ha realizzato una sorta di sportello legale di strada, o meglio di campagna, come dicono i suoi attivisti con ironia: offrono assistenza legale a chi ha diritto al permesso di soggiorno ma non conosce le procedure per ottenerlo oppure a chi ha bisogno di un contratto di lavoro con il numero di ore sufficiente a regolarizzarsi; favoriscono i ricongiungimenti familiari; hanno pubblicato e divulgato un opuscolo di informazioni legali, che contiene anche le istruzioni per comprendere la busta paga.

Un sindacato di strada è quello realizzato dalla Confcooperative nel palermitano e nel nisseno: l’impegno è quello di favorire emancipazione invece di offrire mero assistenzialismo.

Possiamo fare nostra un’ultima considerazione: urge ancora il coinvolgimento diretto dei lavoratori nei progetti, nei processi decisionali, negli interventi intersettoriali (casa, salute, lavoro); fare con loro e non per loro.