La sentenza di condanna nei confronti di Mimmo Lucano ha provocato varie reazioni indignate, e non solo necessariamente in chi simpatizzava per l’imputato e per le sue scelte come sindaco di Riace. Per altro verso ho notato tuttavia che, anche a sinistra, non sono mancate le voci di chi, in nome di una esigenza di legalità, sottolineava come non sia possibile giustificare pratiche in qualche modo illegali perché messe in atto, come si suol dire, “a fin di bene”, e che quindi in ultima analisi la sentenza di condanna doveva essere considerata “tecnicamente” corretta.

Non entro nello specifico per mancanza di competenze. Mi limito a dire che le sentenze non devono rispondere solo ad esigenze di correttezza giuridica, ma in quanto fatti di grande rilevanza pubblica e sociale che riguardano la stessa “qualità” della democrazia di un paese, esse devono in qualche modo accordarsi col comune senso di giustizia del cittadino medio. Insomma per dirla in soldoni, come molti in effetti hanno detto, 13 anni e 2 mesi a Mimmo Lucano e condanne di pochi anni per efferati omicidi, come pure avviene, è cosa che non si può sentire! E non c’è giustificazione giuridica che tenga!

Detto subito quanto era sacrosanto dire, bisogna ora approfondire la questione perché le cose non sono quasi mai semplici come sembrano. E se, a proposito di opinione pubblica, i processi si fanno nei tribunali e non nelle piazze, c’è evidentemente un buon motivo.

Il senso comune di giustizia del cittadino medio è istintivamente legato ad una misura compensativa (“retributiva” in termini più rigorosi) della pena rispetto al crimine commesso (l’hai fatta grossa? Ora stai in galera quanto meriti!”). Già la nostra Costituzione dice altra cosa, non entrando nel merito dell’entità delle pene e chiarendo invece all’art.27 che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Più in generale diremo che il valore retributivo della pena corre da sempre il rischio di derive giustizialiste, come per esempio nel caso del taglio della mano ai ladri nell’islam conservatore, ma anche nelle idee di un grande pensatore illuminista come Kant che sosteneva perentoriamente che “chi ha ucciso merita di morire”.

Ciò che sarebbe necessario in sostanza è che tra l’azione penale (ma anche civile) della magistratura e il sentire medio del cittadino si creasse una sorta di circolo virtuoso. Per un verso una pratica giudiziaria sempre più chiara e comprensibile, meglio se con minore protagonismo, spesso di natura politica, da parte dei giudici. Magari con procedure semplificate e meno “tecnicismi” (ma questo lo dico come pura possibilità e a voce bassa, da non competente). Ma soprattutto evitando scivoloni come quello di una corte che condanna l’imputato a quasi il doppio rispetto a quanto richiesto dalla pubblica accusa , come avvenuto nel processo a Mimmo Lucano, e che appare ai più veramente incomprensibile. O ancora peggio rispetto alle incredibili giravolte tra assoluzioni e severissime condanne che caratterizzano spesso i vari gradi di giudizio e che finiscono col fare pensare a noi comuni e incompetenti mortali, ad una sorta di casualità delle sentenze.

Dall’altra parte si pone invece l’esigenza di una maggiore educazione dell’opinione pubblica verso un senso comune di giustizia in cui l’idea compensativa della pena sia moderata dalla inderogabilità dei principi garantisti e del giusto processo e dalla inammissibilità di qualunque logica di “vendetta sociale”.

Il cammino lungo questa via è complesso e difficile. Ma la partenza vista dalla parte dell’attuale governo è pessima! E’ infatti mia convinzione che i contenuti della riforma della giustizia, proposta dal ministro Cartabia e approvata dal parlamento, vadano in un senso che è diametralmente opposto a quanto auspicato in questo scritto su un sempre maggiore riavvicinamento, e maggiore comprensione, tra magistratura e comune sentire della società civile.

Uno dei principi che da sempre caratterizzano il nostro sistema giuridico è quello della “obbligatorietà dell’azione penale”, che assicura che discriminazioni e disparità di trattamenti non inquinino l’iter giudiziario fin dalla scelta dei reati (e dei possibili rei) da perseguire. Ora questo principio, non formalmente ma di fatto, è praticamente cancellato dalla riforma Cartabia.

Tutto origina dalla sacrosanta richiesta da parte dell’Europa di tagliare i lunghissimi tempi della giustizia nel nostro paese. I politici di casa nostra per risolvere la questione, piuttosto che investire nella giustizia, magari assumendo nuovo personale, migliorando le strutture e digitalizzando le procedure, oppure depenalizzando quella miriade di reati minori, a volte al limite dell’insignificante, che affollano in nostro ordinamento, hanno invece pensato bene di imporre semplicemente tempi certi per i processi, che nel caso fossero sforati porteranno alla cosiddetta “improcedibilità”, che è, come sottolineato da molti, un modo diverso di chiamare la vecchia prescrizione. In pratica i processi finiranno nel nulla. Cosa che praticamente avverrà in un numero enorme di casi, visto che null’altro dovrebbe cambiare rispetto alla situazione attuale. Il ministro dice che non sarà così. Ma a smentirla è la sua stessa riforma che prevede che la improcedibilità non si applichi per particolari reati, come per esempio quelli di mafia e di terrorismo, proprio per garantirne un iter regolare, che evidentemente non è assicurato in tutti gli altri casi.

Ma c’è di più e di peggio! I Pubblici Ministeri a questo punto saranno chiamati a scegliere quali reati perseguire prioritariamente, che in realtà significa, per dirla tutta, chi mandare possibilmente in galera e chi no! Ma nel fare questo (e qui siamo al colmo dell’aberrazione) i P.M. dovranno seguire le indicazioni del parlamento. Insomma le possibili politicizzazioni diversificate delle varie procure dovrebbero lasciare il posto a quella che potrebbe caratterizzarsi come una ingerenza della politica, centralizzata e sancita dalla legge.

Le conseguenze potrebbero essere molto gravi. Non solo, in senso generale, una grave compromissione del principio dell’autonomia della magistratura, ma anche, sul piano pratico, una sempre maggiore commistione tra politici e magistrati dagli esiti oscuri. La centralità della politica nelle scelte processuali potrebbe evolversi in varie pericolose direzioni. Non si può escludere infatti che le indicazioni sui reati da perseguire possano essere pesantemente influenzate dalle maggioranze parlamentari, ognuna delle quali è ovviamente caratterizzata da proprie scelte programmatiche, proprie idee e propria sensibilità. tutte cose improntate ad una visione di parte che è tipica della politica e che è invece l’esatto contrario di una etica giuridica. Ma nemmeno si può escludere che la situazione possa essere ulteriormente aggravata dalla logica propagandistica ed egemonica della politica “piglia tutto”, che potrebbe fare proprie ed accentuare le spinte giustizialiste che possono venire (e che inevitabilmente e periodicamente vengono) da vari settori della società civile.

In conclusione: quel possibile incontro tra esercizio della giurisprudenza e bisogno di giustizia che viene dal basso, che abbiamo auspicato a commento del processo di Locri contro Mimmo Lucano, potrebbe inabissarsi, grazie ad una sciagurata riforma, nel suo esatto contrario: Una pericolosa deriva politica, e forse anche giustizialista, dell’azione penale.