L’ultima volta che il sindacalismo conflittuale tentò di aprire un processo costituente unitario che provasse a ridare autonomia alla nuova composizione del lavoro, in antitesi alla rappresentazione fattane dalla c.d. “triplice concertativa” (cioè di quella composizione sindacale che viene definita – ope legis – “maggiormente rappresentativa”, indipendentemente dal numero di lavoratori iscritti nelle singole categorie o comparti), fu data nel periodo clou della crisi finanziaria, quella apertasi nella principale locomotiva economica con il crollo dei subprime americani, i cui effetti del crash debitorio vennero fatti ricadere sul sistema produttivo globalizzato.

Stiamo parlando della crisi determinatasi sul finire della prima decade degli anni duemila, quando anche sull’intero sistema bancario dell’eurozona incombeva la minaccia del default. Per scongiurare il rischio di tali nefasti esiti, sotto il governatorato della BCE (che si apprestava, da lì a poco tempo dopo, al passaggio delle consegne dalle mani di Trichet a Draghi), si cominciarono a scaricare i costi sui debiti sovrani, imponendo così agli Stati membri dell’UE politiche economiche ancor più restrittive, mordendo la carne viva delle classi subalterne europee, depauperate sempre più nelle loro condizioni esistenziali di vita; salvo successivamente intervenire con il quantitive easing a sostegno della liquidità interbancaria voluto dalla Banca Centrale Europea (QE fortemente caldeggiato dal suo nuovo governatore Mario Draghi), dopo che la governance multilivello-UE impose ai paesi debitoriamente più esposti la condizione del risanamento dei conti, con una serie di manovre economiche non congiunturali che prevedevano il varo di riforme strutturali che avrebbero prodotto solo lacrime e sangue a danno delle classi più deboli: pensioni, lavoro, welfare le direttrici, a cominciare dalla riduzione dei costi per i servizi sanitari.

Non è irrilevante quì ricordare la “riservata-BCE” a Berlusconi, quale momento storico in cui si appalesa, anche formalmente, il rapporto gerarchico tra la fonte costituzionale economica europea e le fonti giuridiche istituzionali degli stati-membri. In ogni caso, si deve dire che s’è trattato di manovre tutte poste in essere mediante processi di regolazioni concertative, avvallate dalle compagini sindacali confederali tradizionali, le quali hanno prestato piena acquiescenza, mostrandosi – quindi – delle vere e proprie “parti sociali” attive organicamente inserite nella governamentalità dell’economia sociale di mercato e non semplicemente soggetti silenti o arrendevoli alle politiche dei sacrifici.

Si era in presenza di un straordinario stato emergenziale che, in quelle condizioni, guardava soltanto alla messa in sicurezza dei rispettivi conti pubblici, nonché ad una più avanzata regolazione dell’economia neoliberista, accentuandone la governamentalità con misure eccezionali che riducessero definitivamente i margini di sovranità concessi alle istituzioni parlamentari: alla luce del caso-Italia e, soprattutto, di quello “greco” si definitiva il nuovo paradigma dominante. Ovvero, l’esercizio del “potere di veto” sospensivo della democrazia rappresentativa, da parte delle centrali economico-finanziarie (BCE, FMI e multilivello-UE: la famigerata Troika), prerogativa esercitata indipendentemente dalla volontà popolare elettoralmente espressa dai singoli paesi-membri dell’Unione.

Questa situazione necessitava di una risposta sul piano della difesa del potere d’acquisto dei salari e del mantenimento dei servizi pubblici destinati alla qualità esistenziale della società. A tutto ciò che si stava man mano delineando nel quadro del riassetto europeo, provò a dare una speranza resistenziale l’area del sindacalismo conflittuale. Dopo una lunga stagione di competitività fra le sigle che si autodefinivano tutte quante “di base” (difficile spiegarne le sottili differenze tattico-strategiche ai lavoratori) sembrò maturo l’avvio di un processo costituente unitario. Sembrava si stesse facendo strada una presa d’atto che certificava la necessità seconda la quale, contro la grande regolazione neoliberista della governamentalità europea, bisognasse costruire finalmente una soggettività antagonista in grado di respingere l’attacco alle conquiste operaie e sociali ottenute nelle lotte passate, allargando l’ambito politico-sindacale oltre il proprio specifico riferimento. La sigla di un “Patto” fra soggetti sindacali conflittuali apriva alla possibilità di una costruzione reticolare di nuove forme di aggregazioni. Nella prima fase venne prevista l’istituzione di una sorta di “camera di consultazione”, dalla quale scaturì il più unico che raro sciopero generale unitario del sindacalismo conflittuale, convocato nella giornata del 23 Ottobre del 2009 e proclamato sotto lo stendardo comune dell’istituendo “Patto di Base”. Purtroppo la strada si interruppe al primo refolo di vento, scompaginandosi trasversalmente, dando vita a nuovi aggregati che – come in un gioco a somma zero – nel complesso non aggiungevano nulla al rappresentativo già consolidato.

Abbiamo voluto brevemente ricordare il contesto in cui si muoveva la vicenda del sindacalismo conflittuale, nel suo unico tentativo di proporsi come soggetto unitario alternativo al modello classico confederale delle categoria verticali, un tentativo che aveva generato trasversalmente enormi aspettative fra i militanti delle diverse sigle e che, però, annegò ben presto nella delusione, spezzando sul nascere la possibilità del movimento sindacale conflittuale di costituire la concreta opzione di una forza reticolare anticapitalistica radicata non solo nei luoghi di lavoro, ma estesa nella società.

Insomma, vogliamo ricordare tutto ciò perché, pensiamo da giornalisti di parte, che non bisogna ripetere il mancato appuntamento con la storia e, soprattutto, stavolta non bisogna lasciarsi sfuggire questa seconda opportunità, evitando di perdersi in sterili minoritarismi egemonici, mostrando – invece – la massima generosa disponibilità nel concretarsi di una coalizzazione sociale ormai divenuta impellente, data la sfida a cui ci costringe il peso della crisi che stiamo attraversando che è ben diversa da quella registratosi a cavallo del decennio precedente.

Oggi la situazione di crisi è profondamente cambiata. Qui non c’è più soltanto in ballo la difesa dei diritti dei lavoratori che allora vennero sacrificati sull’altare del sistema finanziario, minacciato dalla credibilità fiduciaria che metteva tout court in discussione il modello capitalistico; c’è in gioco la determinazione conflittuale su quale tipo di ripresa scommettere per risolvere le tre grandi emergenze provocate dalla pandemia, non solo quella “economica”, ma soprattutto le emergenze “sociale” ed “ambientale”.

La destinazione delle enormi risorse messe sul piatto dall’UE (diversamente dalla stretta economica di dieci anni addietro) è la partita che decide il modello di sviluppo da qui ai prossimi decenni: giocarla per spostare gli impieghi finanziari secondo logiche alternative alla centralità dell’impresa e del mercato richiede un impegno e uno sforzo politico non indifferente. Dai segnali che irradiano dall’esecutivo tecnocratico (diretta filiazione dell’ ordoliberismo dei burocrati del mercato ben piazzati nei palazzi di Bruxelles) e guardando al merito del Piano nazionale di ripresa e resilienza – varato col sostegno subalterno di tutto il ceto politico-istituzionale – non sembrano venire incontro confortanti indicazione, visto com’è tutto spostato sul lato dell’Impresa il PNRR. Altro che rilancio del sistema sanitario per la tutela della salute e nuove misure di sostegno “per non lasciare nessuno indietro”. Senza dimenticare che la transizione ecologica, ogni giorno che passa, sembra rinviarsi sine die a data ancora da destinarsi, secondo le esigenze dell’apparato imprenditoriale.

Ora a distanza di poco più di un decennio, forse con una ben altra consapevolezza della partita che si sta giocando, il prossimo 11 ottobre sarà di scena il primo sciopero generale al tempo del coronavirus. Stavolta tutto il sindacalismo conflittuale si ritroverà in piazza per manifestare contro la manovra sul PNRR del governo-Draghi, i cui effetti sul rilancio delle condizioni sociali, che l’emergenza epidemiologica ha aggravato inesorabilmente, non lasciano intravedere nulla di buono. Anzi, l’aver “sbloccato” – con la complicità di Cgil-Cisl-Uil” (sottolineano incontestabilmente i sindacati di base) – i licenziamenti tanto invocati da Confindustria, così come la rivendicazione di legittimare le “delocalizzazioni” delle aziende e la pretesa di controllo sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sono indicazioni molto precise che legano il nostro paese “a doppio filo ai piani di ristrutturazione capitalistica messi in campo dai padroni attraverso le direttive del governo Draghi e dell’Unione Europea”.

Fra i promotori dello sciopero generale anche le CLAP-Camere del Lavoro Autonomo e Precari, l’ultima formazione nata nella galassia del sindacalismo di base che negli ultimi anni ha dato voce alle figure precarie delle nuove forme di sfruttamento del lavoro, per i quali questa è un’occasione importante che li unisce anche alle altre forze conflittuali sociali. Di fronte ad una situazione drammatica, nella quale l’emergenza sociale è subordinata alla ri-stabilizzazione della macchina sistemica dell’impresa capitalistica, questa iniziativa del prossimo autunno sarà una sfida importante: « In primo luogo – scrivono le Clap – perché si tratterà di far crescere lo sciopero nei luoghi di lavoro, ma anche e soprattutto nei bacini dello sfruttamento del lavoro precario, nero e grigio, tra le tante figure dell’illecito lavoro autonomo e non solo nel lavoro dipendente. In secondo luogo – continuano le Clap – perché riteniamo la piattaforma comune un passo importante, però ancora insufficiente: sottovalutate o assenti, infatti, questioni del tutto decisive, dall’estensione del Reddito di Cittadinanza alla riforma in senso universalistico degli ammortizzatori sociali; dai diritti del lavoro da remoto al welfare più in generale».

Insomma quella che sembra delinearsi è una convergenza decisiva per il rilancio dell’opposizione sociale, augurandosi (così come avevamo ravvisato la necessità in un nostro precedente articolo) che nei mesi che ci separano dallo sciopero generale possa crescere la massa critica, cercando di far comunicare fra loro tutte quelle esperienze di lotte molecolari che anche come Pressenza, attraverso le nostre redazioni locali, abbiamo voluto raccontare. D’altro canto è questo anche l’auspicio di tutto il sindacalismo conflittuale. «Da oggi – scrivono nel comunicato congiunto le organizzazioni di base – all’11 ottobre lavoreremo a costruire un vero e proprio stato di agitazione permanente, con assemblee e iniziative di lotta sui luoghi di lavoro e sui territori, con l’obiettivo di generalizzare la mobilitazione a tutti quei movimenti e quei settori sociali che intendono contrapporsi ai piani di supersfruttamento, precarietà, disoccupazione, devastazione sociale e ambientale imposti dai padroni su scala nazionale e internazionale: per questo dichiariamo fin da ora il nostro impegno alla costruzione delle mobilitazioni di fine ottobre contro il G-20 di Roma».

 

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IL COMUNICATO CONGIUNTO

Contro licenziamenti e macelleria sociale l’intero sindacalismo di base si unisce e proclama uno sciopero generale dei settori privati e pubblici su tutto il territorio nazionale per l’intera giornata del 11/10/2021

I licenziamenti alla Gianetti Ruote, alla GKN e alla Whirpool, si aggiungono alle migliaia avviati in piccole aziende che non arrivano alla cronaca nazionale e vanno a ingrossare gli oltre 900 mila lavoratori e lavoratrici licenziati nel corso di questi ultimi mesi.

Lo sblocco dei licenziamenti sottoscritto con la complicità di Cgil-Cisl-Uil è legato a doppio filo ai piani di ristrutturazione capitalistica messi in campo dai padroni attraverso le direttive del governo Draghi e dell’Unione Europea.

Il perdurare della crisi pandemica, col drammatico impatto sociale che questa ha già prodotto sia sul versante sanitario sia sulle condizioni di vita, di lavoro e salariali, non ha impedito al padronato di intensificare lo sfruttamento sia nel settore privato che nel pubblico impiego: aumentano i ritmi e il controllo, proliferano le forme di precarietà più selvagge, e con l’alibi di una crisi che spesso è solo apparente, le imprese agitano lo spettro dei licenziamenti di massa per delocalizzare e/o favorire il ricambio di manodopera garantita con masse di giovani ultra-ricattati e sottopagati

La crisi pandemica ha messo drammaticamente a nudo lo sfascio del sistema sanitario prodotto da una politica ultradecennale di tagli e privatizzazioni, così come la distruzione dei servizi sociali (istruzione, trasporti, asili nido, ecc).

Il governo Draghi, lungi dall’invertire questa tendenza, continua ad alimentarla, come dimostra la liberalizzazione dei subappalti e l’utilizzo dei fondi dello PNRR, gran parte dei quali sono destinati ai padroni e agli speculatori, cioè i primi responsabili della crisi economica e del disastro sanitario e sociale cui abbiamo assistito in quest’anno e mezzo di pandemia.

L’intollerabile escalation repressiva in corso contro gli scioperi e contro le lotte sociali, (con cariche della polizia, denunce sistematiche, fogli di via, ecc.) legittima nei fatti le violenze e le aggressioni contro lavoratori e attivisti sindacali da parte di squadracce padronali a cui abbiamo assistito in queste settimane e che hanno portato all’omicidio del sindacalista Adil Belakhdim..

Di fronte a questo scenario vi è la necessità e l’urgenza di una risposta decisa, compatta e coordinata su scala nazionale.

Per questo motivo le scriventi OO.SS. proclamano uno sciopero generale unitario che riguarderà tutti i settori privati e pubblici per l’intera giornata del 11/10/2021.

Lo sciopero generale è convocato per le seguenti ragioni e i seguenti obbiettivi:

  • Contro lo sblocco dei licenziamenti: per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario al fine di contrastare l’attacco all’occupazione e ai salari;
  • Per il rilancio dei salari, con forti aumenti economici e con l’istituzione di un meccanismo di piena tutela dei salari dall’inflazione;
  • Garanzia del reddito attraverso un salario medio garantito a tutti i disoccupati; per l’accesso gratuito e universale ai servizi sociali e un unico sistema di ammortizzazioni sociali che garantisca la effettiva continuità di reddito e salario;
  • Contrasto alla precarietà e allo sfruttamento: abrogazione del Jobs Act, superamento degli appalti e del dumping contrattuale e forte contrasto all’utilizzo indiscriminato dei contratti precari;
  • Rilancio degli investimenti pubblici nella scuola, nella sanità e nei trasporti, contro la privatizzazione, la mercificazione e lo smantellamento dei servizi pubblici essenziali, dei settori fondamentali, di pubblica utilità e delle infrastrutture; ; contro i progetti di autonomia differenziata e le attuali forme di regionalizzazione: per l’uguaglianza dei diritti e dei servizi su tutto il territorio nazionale;
  • Per una vera democrazia sindacale: contro il monopolio delle organizzazioni sindacali concertative, per dare ai lavoratori il potere di decidere chi deve rappresentarli; per il diritto di sciopero e l’abrogazione di ogni normativa repressiva che ne mini e riduca l’efficacia, a partire dal decreto-Salvini.
  • Per il rafforzamento della sicurezza dei lavoratori, dei sistemi ispettivi e del ruolo delle RLS
  • Per la tutela dei lavoratori immigrati: permesso di soggiorno a tutti gli immigrati;
  • Contro lo sblocco degli sfratti, per un nuovo piano strutturale di edilizia residenziale pubblica che preveda anche ilriuso del patrimonio pubblico in disuso;
  • Contro ogni discriminazione di genere: per una vera parità salariale, occupazionale e dei diritti delle donne, nei luoghi di lavoro e nella società;
  • Per la tutela dell’ambiente, il blocco delle produzioni nocive e delle grandi opere speculative;
  • Contro il G-20 di Roma e le ipocrite passerelle dei padroni del mondo: per l’unità e la solidarietà internazionale tra le lotte dei lavoratori e degli sfruttati.

ADL COBAS – CIB UNICOBAS – CLAP – CONFEDERAZIONE COBAS – COBAS SCUOLA SARDEGNA – CUB – FUORI MERCATO – SGB – SI COBAS – SIAL COBAS – SLAI COBAS SC – USB – USI AIT