Come è probabilmente ovvio in un momento così difficile e complesso come quello che stiamo vivendo, le discussioni e le divisioni tengono banco nei social, e da tutte le parti la parola “libertà” viene, a proposito e a sproposito, usata in modo sempre più inflazionato. Forse è il caso di fermarsi un attimo e chiedersi: “Cosa è da intendersi per libertà?”.

Sgombriamo subito il campo dal riferimento ad aspetti di tipo psicologico ed esistenziale e limitiamoci al significato del termine inerente alla politica e agli assetti della organizzazione sociale. Da questo punto di vista diciamo in partenza che la libertà può pure essere considerata un valore assoluto, ma non può mai avere uno specifico contenuto che si possa considerare “assoluto”, e per ciò stesso determinato e univoco nel tempo. La libertà, intesa nel senso della produzione di tutti i suoi possibili e multiformi aspetti, è sempre in un rapporto complesso e dinamico con l’insieme dei valori, delle regole condivise e dei comportamenti comuni che caratterizzano un assetto sociale, ivi compresa la normativa statale vigente col suo contenuto restrittivo e sanzionatorio, a sua volta in rapporto sempre problematico con l’insieme dei già menzionati caratteri plurali della organizzazione sociale. Una idea di libertà, per così dire univocamente definita e definitiva nel suo contenuto, la si può considerare solo nel caso, puramente ipotetico e sostanzialmente irrealistico, dell’eremita. Di colui cioè che si sottrae a qualunque rapporto con la società azzerando le sue relazioni sociali. (Ammesso che ciò abbia un senso, visto ce chi dovesse fare una scelta simile porterebbe comunque con sé una serie di pregressi condizionamenti sociali, da cui ritengo impossibile ci si possa liberare senza residui, perché, come diceva Aristotele, è nella nostra natura essere “animali sociali”).

Ma lasciamo gli eremiti al loro destino e occupiamoci di noi comuni mortali. Noi, quando rivendichiamo la nostra libertà, intendiamo spesso cose diverse. C’è innanzitutto la libertà più semplice e che dovrebbe essere la più ovvia in un regime democratico: La libertà cioè di potere esprimere con la parola e lo scritto il nostro pensiero sperando di influenzare l’opinione pubblica, la cui efficacia tuttavia dipende spesso dal “ruolo sociale” di chi parla (un conto sono io, un conto è un leader di partito. Ma questo è un altro discorso, sul quale possiamo facilmente soprassedere). Molto più significativa, ai fini della nostro discussione, è la libertà che riguarda la scelta dei comportamenti personali. Ovviamente solo nel caso in cui questi abbiano una forte rilevanza sociale, come per esempio quella legata alla questione attuale: “Ho il diritto di scegliere se vaccinarmi o meno?”.

Credo si possa assumere come premessa che la scelta di un comportamento individuale ha sempre, in partenza, una motivazione legata all’affermazione di un interesse personale, ma che tuttavia sia assolutamente necessario, perché eticamente imprescindibile, che tale scelta si ponga il problema della responsabilità nei confronti “dell’altro”, che determini cioè un comportamento che sia propulsore, o quantomeno nel solco dell’affermazione del bene comune e dell’interesse generale. È questa una questione delicatissima e di massima importanza perché, secondo la mia opinione, è proprio su questo che si può determinare una vera distinzione, che oserei definire “ontologica”, almeno nei suoi esiti, tra l’essere di sinistra (anche nel senso di una “nuova sinistra”) e l’essere di destra (anche nel senso di una “nuova destra”).

Sin dalle sue lontane origini il pensiero della sinistra, partendo dall’affermazione dell’esigenza della uguaglianza sociale, ha posto la questione dell’accesso universale e condiviso ai beni socialmente prodotti, con particolare attenzione a quelli che presupponevano una comune fruizione. È stato così a partire dal socialismo utopistico, passando per Marx, fino alle esperienze di socialismo reale del secolo scorso. Purtroppo come sappiamo il socialismo riformista si è arenato sulla sua incapacità di essere determinante, mentre il socialismo rivoluzionario è fallito, nella dimensione “reale” dello statalismo oppressivo e stalinista, proprio sulla incapacità di sapere coniugare libertà personale e interesse collettivo. (Almeno questa è la mia opinione. Ma non è di questo che dobbiamo discutere). Sta di fatto che il muro di Berlino è caduto e che una nuova sinistra non può non assumere il tema della libertà personale come questione fondamentale, giuridicamente e costituzionalmente garantita, ma anche fattualmente difesa e promossa. Ma senza mai dimenticare quei valori comunitari ed egualitari che sono alla base della sua storia. Una conciliazione complessa e difficile questa, inutile negarlo, che innanzitutto deve sconfessare qualunque modello prefigurativo di “sol dell’avvenir”, magari fondato su discutibili contorsioni di ingegneria costituzionale, ma che deve invece seguire un cammino pragmatico e sperimentale, ovviamente tenendo sempre fermi valori e principi che ci caratterizzano.

In concreto: sono convinto che la strada che una nuova sinistra deve percorrere sia quella della difesa di un massimo possibile di libertà di scelta personale, ma accompagnata da una battaglia anche culturale e di valore strategico, che presumo lunga e impegnativa, verso l’affermazione di una vera e propria ETICA DELLA RESPONSABILITÀ, finalizzata alla compattezza sociale (degli sfruttati e dei non-potenti) e alla affermazione dei valori sociali di tipo comunitario e egualitario, anche scontrandosi con valori diversi e con diverse visioni dei fondamenti delle relazioni sociali.

Questo modo di concepire la libertà come responsabilità, apparirà forse più chiaro se confrontato con quella idea di libertà che caratterizza la nuova destra, e che ad uno sguardo superficiale può apparire addirittura caratterizzata da una forte radicalità. Chiariamo subito che per “nuova destra” intendiamo qui il nuovo volto della “vecchia destra”, che per un verso ha trasfigurato, peggiorandolo, il vecchio pensiero liberale, inglobandolo nelle logiche del neo-liberismo, e per altro verso ha preservato i vecchi dis\valori dell’ideologia fascista camuffandoli entro nuove ipotesi istituzionali non dittatoriali, almeno dal punto di vista formale.

Per capire la radice storica di questa concezione di destra della libertà (irresponsabile) sarà forse il caso di riferirsi al cosiddetto anarcocapitalismo. Un movimento di pensiero poco conosciuto, almeno con questo nome, ma che può divenire esplicativo di comportamenti sociali, purtroppo diffusi anche a livello di massa. Il suo punto di partenza sta in una radicalizzazione del concetto di “mano invisibile” di A. Smith e dei presupposti del neo liberismo (da F. Von Hayek a M. Friedman).L’idea centrale sta nel considerare la cosiddetta libertà di mercato, come metafora e presupposto fondante di qualsiasi tipo di relazione sociale, non solo economica ma anche politica, culturale, giuridica ecc.. Così come nel mercato ognuno agisce in assoluta libertà badando solo al proprio interesse egoistico, basato sulle sole preferenze personali, ignorando in questo modo l’esistenza degli altri e dei loro bisogni, perché, secondo i presupposti della dottrina, il mercato si autoregola nell’interesse generale del sistema, che sia chiaro non è finalizzato al bene di ciascuno ma alla somma del bene prodotto con tutte le sue costitutive e funzionali diseguaglianze, allo stesso modo egoistico si immagina che si possa regolare qualsiasi altro ambito di vita o sistema sociale. I teorici dell’anarcocapitalismo (da R. Axelrod a M. Olson e P.Lemieux , e in parte fino al più noto R. Nozick) immaginano, con grandi contorsioni mentali e salti mortali logici, una società basata sull’ossimoro che vede la collaborazione sociale, in assenza di Stato, fondata sul trionfo del privato, dalla cui iniziativa si darebbero anche l’azione di polizia e il sistema penale. In questa dimensione la libertà diviene esclusivamente espressione di sé e della propria autopromozione egoistica senza attenzione a nient’altro, che non siano le formali regole del gioco entro le quali si da la competizione.

È ovvio che i portatori di comportamenti di massa non sanno nulla di tutte queste diatribe teoriche, ma è indubbio che nell’attuale incertezza sui valori, molti comportamenti sono assai simili a quelli dei “libertariani” (così in genere vengono definiti i [finti]libertari filo capitalisti). In sostanza “Io faccio così, perché cosi mi garba”.

In conclusione voglio dire che in questo scritto non si prende in considerazione una questione cruciale che ho trattato altrove: “posto che la libertà personale deve coniugarsi con il bene e l’interesse generale, chi decide su questo bene comune?”. Senza scendere in particolari penso che la risposta sia: “l’opinione prevalente”, ma purché siano rispettate due condizioni essenziali. La prima è che sia sempre dato il massimo spazio alla libertà d’espressione personale, e anche alla libertà comportamentale, fintanto che non diventi un chiaro ed evidente ostacolo al bene di tutti. La seconda è che siano promosse tutte le forme possibili di dibattito, discussione e confronto tra tutte le diverse posizioni, con ampio coinvolgimento dal basso. (È ovvio che queste ultime considerazioni non sono scontate, e la loro realizzazione resta comunque problematica e legate a più ampie riflessioni. D’altra parte in politica non è come nell’aritmetica semplice delle nostre scuole elementari, in cui due più due fa sempre quattro).