Se non proteggiamo il 30% del nostro pianeta entro il 2030, la Terra potrebbe risultare inadatta per la vita

30.05.2021 - Reynard Loki - Independent Media Institute

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Tedesco

Se non proteggiamo il 30% del nostro pianeta entro il 2030, la Terra potrebbe risultare inadatta per la vita
(Foto di Stock File)

Siamo i responsabili della più grande estinzione della storia umana. Ma se agiamo con urgenza c’è ancora una soluzione.

Il nostro pianeta è in uno stato di crisi, e noi ne siamo i responsabili. Siamo nel bel mezzo della Sesta Estinzione, la più grande perdita di specie nella storia dell’umanità. Tantissime specie stanno rischiando un totale annientamento. Quasi un terzo delle specie di acqua dolce si sta estinguendo. Così come il 40% degli anfibi, l’84% dei grandi mammiferi, un terzo dei coralli della barriera corallina e quasi un terzo delle querce. Rinoceronti ed elefanti vengono abbattuti a ritmi così allarmanti che potrebbero essere completamente eliminati dalla natura entro il 2034. Ci sono meno di 10 vaquita (una specie di focena endemica del Golfi di California, in Messico) a causa dalla pesca a rete illegale, pesticidi e irrigazione. Ci sono 130.000 specie vegetali che potrebbero estinguersi nella nostra epoca. Detto ciò, circa il 28% delle specie vegetali e animali valutate in tutto il pianeta sono oggi a rischio estinzione.

Il rapido declino nelle specie si è verificato di recente: negli ultimi 50 anni abbiamo perso il 60% degli animali che vivono in modo selvatico. Gli scienziati avvertono che nei decenni a venire, se non agiamo, più di 1 milione di specie potrebbero sparire per sempre dalla Terra.

I nostri compagni terrestri vengono eccessivamente cacciati, pescati e raccolti per il nostro cibo, vestiti e medicine. E quelli che non uccidiamo stanno perdendo le proprie case mentre noi distruggiamo i loro habitat naturali per far spazio alle nostre fattorie e città e per estrarre combustibili, minerali, legname e altre risorse per la società umana. E gli habitat che non cancelliamo completamente li inquiniamo con una vasta gamma di elementi tossici, dai pesticidi alla plastica, all’anidride carbonica, alle sostanze chimiche e alle specie invasive. Stiamo persino inquinando gli habitat naturali con la nostra luce e il nostro rumore. E gli scienziati temono che il peggio debba ancora venire. Come avvisa l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, la crisi di estinzione globale “peggiorerà con l’aumento della popolazione”. Secondo il Population Reference Bureau, la popolazione umana mondiale dovrebbe raggiungere i 9,9 miliardi entro il 2050. È oltre il 25% di persone in più sul pianeta rispetto ai 7,9 miliardi di persone che attualmente vivono sulla Terra. Altre specie saranno sicuramente eliminate.

La biodiversità non è solo bella da avere, è essenziale per la salute e il mantenimento degli ecosistemi del pianeta che, a loro volta, sono fondamentali per la salute umana. Oltre a fornire sostentamento, medicinali e mezzi di sussistenza a miliardi di persone, la biodiversità contribuisce al mantenimento degli elementi essenziali di supporto vitale della Terra come acqua e aria pulita, impollinazione delle colture, oltre ai servizi ecosistemici fondamentali come la fertilità del suolo, la decomposizione dei rifiuti e la ripresa dalle calamità naturali.

“Che sia un villaggio in Amazzonia o una metropoli come Pechino, gli esseri umani dipendono dai servizi forniti dagli ecosistemi”, scrive Julie Shaw, direttrice delle comunicazioni per il Critical Ecosystem Partnership Fund, un’iniziativa congiunta per la conservazione della biodiversità dell’Agenzia francese per lo sviluppo, Conservation International, Unione Europea, Global Environment Facility, governo giapponese e Banca mondiale. “Gli ecosistemi indeboliti dalla perdita di biodiversità hanno meno possibilità di fornire tali servizi, soprattutto date le esigenze di una popolazione umana in continua crescita”.

La biodiversità offre anche un enorme beneficio economico. La Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), un trattato internazionale adottato trent’anni fa da 193 paesi (esclusi, in particolare, gli Stati Uniti), fa notare che “almeno il 40% dell’economia mondiale e l’80% dei bisogni dei poveri derivano da risorse biologiche”. Damian Carrington, il redattore ambientale del Guardian, scrive che i servizi ecosistemici sono “stimati per un valore di trilioni di dollari, il doppio del PIL mondiale. La perdita di biodiversità nella sola Europa costa al continente circa il 3% del suo PIL [546 milioni di dollari] … all’anno”.

Quindi cosa si può fare per prevenire la rapida estinzione delle specie e proteggere la biodiversità mondiale? Nell’aprile 2019, un gruppo di 19 eminenti scienziati ha risposto a questa domanda pubblicando il “Global Deal for Nature” (GDN), un “piano temporale e scientifico per salvare la diversità e l’abbondanza della vita sulla Terra” che, se abbinato all’Accordo sul Clima di Parigi, ha lo scopo di “evitare cambiamenti climatici catastrofici, conservare le specie e garantire servizi ecosistemici essenziali”. Per raggiungere il suo scopo di “garantire una biosfera più vivibile”, l’obiettivo principale del GDN è definito nella sua proposta “30×30”: conservare il 30% della Terra nel suo stato naturale entro il 2030. L’idea ha preso piede, con 50 nazioni guidate da Costa Rica, Francia e Regno Unito che si uniscono al movimento per realizzare la visione 30×30 di difendere grandi fasce intatte di ecosistemi dallo sfruttamento.

“Proteggere il 30% del pianeta migliorerà senza dubbio la qualità della vita dei nostri cittadini, e ci aiuterà a raggiungere una società equa, decarbonizzata e resiliente”, ha affermato Andrea Meza, ministro dell’Ambiente del Costa Rica. “Guarire e ripristinare la natura è un passo fondamentale verso il benessere umano, creando milioni di posti di lavoro di qualità e rispettando l’agenda 2030, in particolare come parte dei nostri sforzi di recupero sostenibile”.

Anche le organizzazioni non governative hanno risposto al grido di battaglia. La Wyss Foundation, un ente privato di beneficenza con sede a Washington, D.C., dedita al rafforzamento delle comunità e al potenziamento delle connessioni con la terra, ha unito le forze con National Geographic per lanciare la Wyss Campaign for Nature, un investimento di 1 miliardo di dollari per aiutare nazioni, comunità, e popolazioni indigene a mobilitarsi per raggiungere l’obiettivo 30×30. La campagna include una petizione pubblica incitando a un’azione immediata per proteggere quegli ecosistemi che non sono stati ancora completamente depredati dall’inesorabile espansione dell’umanità. “Proteggere il 30% del nostro pianeta entro il 2030 (30×30) è un obiettivo ambizioso ma realizzabile”, afferma la campagna. “Per raggiungerlo, tutti i paesi devono abbracciare l’obiettivo e contribuire ad esso; i diritti indigeni devono essere rispettati e gli sforzi di conservazione devono essere completamente finanziati”.

E pur non essendo gli USA tra i firmatari del CBD, il presidente Biden può intraprendere un’azione unilaterale, dichiarando la crisi di estinzione della fauna selvatica un’emergenza nazionale. “La dichiarazione, ai sensi del National Emergencies Act, non sarebbe solo simbolica”, afferma il Center for Biological Diversity, un’organizzazione di conservazione no-profit con sede a Tucson, in Arizona, che ha lanciato una petizione pubblica esortando il presidente a compiere questo importante e potente passo. “Sbloccherà i poteri chiave presidenziali per arginare la perdita di animali e piante negli Stati Uniti e altrove”, dice il gruppo.

La dichiarazione di Biden raccoglierebbe le risorse federali necessarie per iniziare a salvaguardare le centinaia di specie, tra cui la farfalla monarca, la testuggine gopher e l’allocco macchiato del nord che giacciono in lista d’attesa per ricevere protezione ai sensi dell’Endangered Species Act. Potrebbe dirigere le agenzie federali verso azioni per frenare lo sfruttamento della fauna selvatica, difendere l’habitat naturale essenziale sul territorio federale e utilizzare l’influenza economica della nazione per aiutare a proteggere l’habitat della fauna selvatica di tutto il mondo dalla deforestazione e danni ambientali causati dal settore privato.

Per fortuna, c’è una spinta internazionale per rendere realtà la visione 30×30. Quando la 15° Conferenza delle Parti della CBD si riunirà in ottobre a Kunming, in Cina, ci saranno buone possibilità che i delegati si assicurino un fermo impegno multilaterale: l’attuale “versione zero” del quadro globale inteso a condurre gli sforzi di conservazione fino al 2030 include la visione 30×30 come obiettivo esplicito.

“Perdiamo una specie per estinzione ogni ora, ma l’estinzione non è inevitabile”, ha affermato a dicembre Tierra Curry, scienziata senior del Center for Biological Diversity. “Possiamo porre fine all’estinzione con finanziamenti e volontà politica. Dobbiamo smettere di inventare scuse e intraprendere le coraggiose azioni politiche necessarie per salvare la vita sulla Terra”.

Di Reynard Loki

Articolo prodotto da Earth | Food | Life, un progetto dell’Independent Media Institute.

Traduzione dall’inglese di Enrica Marchi. Revisione di Thomas Schmid


Reynard Loki lavora presso l’Independent Media Institute, come redattore e corrispondente principale per Earth | Food | Life. In precedenza ha lavorato come redattore per l’ambiente, il cibo e i diritti degli animali presso AlterNet e come reporter per Justmeans/3BL Media per la sostenibilità e la responsabilità sociale delle imprese. È stato nominato uno dei 50 migliori giornalisti di FilterBuy su salute e ambiente da seguire nel 2016. Il suo lavoro è stato pubblicato da Yes! Magazine, Salon, Truthout, BillMoyers.com, Counterpunch, EcoWatch e Truthdig, tra gli altri.

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Internazionale, Politica
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