A settecento anni dalla sua morte celebriamo il sommo Poeta con un ricordo che può diventare una speranza di salvezza, non solo nel 2021 ma per sempre

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Così ha inizio l’opera poetica italiana più celebre al mondo. Nei pressi dell’equinozio di primavera, il 25 marzo secondo molte fonti ma non tutte concordi, Dante ha iniziato il suo percorso poetico scrivendo la Comedia quando aveva più o meno 33 anni; egli scrisse un poema destinato a diventare un vessillo della lingua italiana: testimonianza della prima grande opera in volgare in luogo del latino poi battezzata Divina Commedia. Il suo primo significato, quello evidente, è il viaggio tra i tre regni oltremondani. Il poeta dichiara da subito il motivo del viaggio, si era perso, la dritta via era smarrita, solo a ripensarci stava male, aveva paura, ma come in ogni percorso doloroso c’è qualcosa da salvare e lui ce lo racconterà nelle celebri tre cantiche: Inferno, Purgatorio, Paradiso.

In questo 2021 ancora così difficile si celebrano i settecento anni dalla sua morte con tante manifestazioni, del resto il sommo poeta è studiato ovunque là dove si voglia conoscere l’origine della nostra lingua. Non possiamo festeggiare dal vivo ma non per questo dobbiamo rinunciarci, lo possiamo fare anche in famiglia non solo il 25 marzo ma ogni volta ne abbiamo il desiderio, è sufficiente una piccola lettura per assaporare la bellezza e la forza dell’opera. Le prime tre terzine con cui inizia il mio articolo sono oggi da molti interpretate come una quasi profetica previsione della pandemia. La poesia sa toccarci nel profondo, sa emozionarci, è in grado di far cadere le sovrastrutture del nostro pensare a volte stereotipato, la poesia è la voce dell’anima, della nostra interiorità messa a dura prova da un anno di sofferenza, di malattia, di morte. Ecco, Dante con la sua narrazione diventa ancora più attuale ricordandoci che dal dolore si può uscire, ci si può liberare dalla sofferenza in questo che per noi diventa un doppio cammino: quello della guarigione del corpo e della purificazione della nostra mente oppressa.

La dimensione simbolico-filosofica della Divina Commedia è racchiusa nel percorso di purificazione interiore rappresentata dal viaggio stesso che, partendo da una condizione terribile del poeta “Tant’è amara che poco è più morte”, diventa liberazione durante il passaggio intermedio nel Purgatorio per poi godere della catarsi compiuta quando si giunge nel Paradiso. Empedocle di Agrigento fu un filosofo presocratico convinto dell’esistenza di una legge di natura che fa scontare agli uomini le proprie colpe attraverso una serie continua di nascite e di morti, un percorso Dantesco ante litteram? Dante lo colloca insieme ad altri illustri filosofi, in quanto pagani, nel Nobile castello degli spiriti magni separati dalle altre anime del Limbo perché superiori. Aristotele, che per primo parlò di catarsi dal punto di vista filosofico, è tenuto dal poeta in grande considerazione definito “Il maestro di color che sanno”.

Il concetto di purificazione interiore è dunque influenzato da concezioni filosofiche antiche; il nostro percorso di liberazione dal dolore non avverrà, per ritornare all’oggi, solo con il contributo della Medicina ma con la capacità di intraprendere un viaggio interiore liberatorio. E se la pandemia è il nostro inferno possiamo sfruttare il momento per scoprire o riscoprire aspetti di noi dimenticati o sconosciuti ed incamminarci verso la fine del tunnel e dire con Dante “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. Quanto è bello riconquistare la salute dopo una malattia, così come lo è stare bene dopo un periodo di ansia e di depressione. Vi invito a guardare alla Divina Commedia come la commedia della nostra vita e nel celebrare Dante impegniamoci a celebrare noi stessi, esseri smarriti che ritroveranno la diritta via e la luce della doppia guarigione.