Sicilia e Lega: la menzogna identitaria

10.07.2020 - Ketty Giannilivigni - Redazione Palermo

Sicilia e Lega: la menzogna identitaria

La nomina del nuovo Assessore regionale ai Beni culturali, esponente del partito di Salvini e con trascorsi nel Fronte della Gioventù, ha suscitato forte dissenso.

Nelle ultime settimane in Sicilia si è registrato un forte dissenso per la nomina del nuovo Assessore regionale ai Beni culturali, esponente della Lega che vanta una militanza nel Fronte delle Gioventù suggellata da un libretto in versi che inneggerebbe alle SS – usiamo il condizionale perché, nel tentativo di valutare personalmente i contenuti del volume incriminato, almeno dalla banca dati online del Sistema Bibliotecario Nazionale, risulta in possesso di un unico istituto in Italia, la Biblioteca Etnografica di Palermo intitolata a Giuseppe Pitrè; se non altro, la coincidenza potrebbe rivelarsi un buon indizio per l’assessore che in questi giorni dichiara di voler valorizzare la cultura della Sicilia, essendo considerato Pitrè “il fondatore della scienza folkloristica in Italia”. Infatti la tanto sbandierata “identità culturale” dei siciliani, che trova adesioni da destra a sinistra, e che si è affermata in ambito amministrativo regionale con la denominazione di “Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana” della sede di via delle Croci n. 8 del capoluogo, durante la giunta guidata da Raffaele Lombardo, ha dato la stura a pericolose derive mentre appare sempre più manifesto che l’assioma può davvero contenere di tutto, anche le ultime virate sicilianiste del novello assessore. Dovrebbe essere evidente, invece, che il background culturale dell’Isola assume spessore solo se osservato da una dimensione che deborda i confini dell’Isola. Il “Re è nudo!”, vorrebbe gridare a questo punto il bambino della celebre favola di Andersen – altro studioso di tradizioni culturali europee contemporaneo di Pitrè –, ma il numero di “indipendentisti” è talmente consistente che il fanciullo non riesce a farsi largo, venire avanti e additare la menzogna.

La nomina del nuovo assessore, dunque, ha messo assieme un vero e proprio movimento trasversale contro il presidente della regione Nello Musumeci che ha osato affidare la cultura siciliana a un esponente di quel partito che, a cavallo tra prima e seconda Repubblica, nasceva con il nome inequivocabile pseudo-identitario di “Lega Lombarda”. È facile diffidare, quindi, di un politico col curriculum continuamente aggiornato dalle segnalazioni di “errori giovanili” (sì perché oggi anche a trent’anni si è ragazzini!). Tuttavia, non è possibile dire nulla sopra l’operato da assessore dell’esponente della Lega, in quanto il mandato è troppo recente, invece il settore dei beni culturali in Sicilia ha smarrito da tempo i principali obiettivi, per cui il godimento del patrimonio non può prescindere dalla tutela e dalla salvaguardia per la trasmissione alle future generazioni. La valorizzazione di siti di importanza mondiale, come la Valle dei Templi di Agrigento e il Parco Archeologico di Selinunte, che sono stati più volte concessi in esclusiva, dietro pagamento, a Google e ad alcune griffe della moda, ha lasciato una profonda amarezza in quanti hanno guardato con ammirazione alla Grecia che in pieno default finanziario ha avuto l’ardire – secondo i contemporanei mercanti del tempio – di non accettare i milioni offerti dal marchio Gucci per la sfilata nel Partenone, ritenendo di salvaguardare – a beneficio dell’intera umanità – l’integrità simbolica dei fondamenti della polis ereditati dalla cultura greca. A partire dalla necessità di riscoprire i presupposti della civiltà europea, sarebbe auspicabile che la vigilanza di cittadine e cittadini siciliani si spingesse fino ad individuare la vera questione attorno ai beni culturali che le scelte politiche e la conseguenti ricadute amministrative sottraggono alla fruizione democratica, per cui, a titolo d’esempio, gli studenti in visita scolastica nei musei e nei luoghi culturali pubblici non pagano la guida messa loro a disposizione dall’amministrazione qualora non sia stato esternalizzato il servizio, diversamente le famiglie degli alunni devono affrontare un costo da corrispondere alla gestione privatistica della ditta appaltatrice, con grave nocumento per i dettami costituzionali che garantiscono la gratuità didattica.

Tutto questo per segnalare che, mentre le piazze e i social sembrano aver a cuore le sorti dei beni culturali in Sicilia di fronte alla nuova nomina assessoriale, la V Commissione di Palazzo dei Normanni esamina un disegno di legge relativo alla materia del patrimonio culturale e del paesaggistico che ha già visto l’alzata di scudi del mondo associazionistico soprattutto negli aspetti che riguardano la tutela del paesaggio, e grazie ai parlamentari del movimento 5stelle e al deputato della “Lista Cento passi” si è ottenuto, almeno ad oggi, di stralciare dal ddl in questione il Titolo relativo alla tutela paesaggistica.

Il tema dei beni culturali, però, non può essere una questione solo fra addetti ai lavori, semmai è auspicabile che le forze culturali, politiche e sociali, nonché le cittadine e i cittadini che hanno mostrato il loro dissenso per la delega leghista all’assessore dei BB.CC., si mobilitino scendendo in piazza per scongiurare il saccheggio del territorio e la mercificazione del patrimonio culturale, secondo i dettami del paradigma neoliberista che considera la valorizzazione del patrimonio culturale alla stessa stregua di ogni altra merce di consumo.

Il ddl al vaglio dell’Istituzione parlamentare siciliana mostra di essere un testo di legge scellerato che mette nero su bianco la gestione privatistica commerciale dei beni pubblici: una visione condivisa trasversalmente dalle forze politiche. Non è un caso che il primo firmatario, l’onorevole Sammartino, sia un uomo dichiaratamente di centrosinistra, militante nelle file del partito di Renzi, giacché la proposta di riorganizzazione dei beni culturali in Sicilia è la copia conforme, arricchita da qualche “strafalcione” (vedi la svista che prevede d’introdurre misure legislative anche per gli archivi pubblici che sono di esclusiva competenza statale), della riforma Franceschini, rilevatasi – al di là dei proclami iniziali – una vera e propria débâcle sia sul versante della tutela e salvaguardia dei beni culturali sia sul versante della fruizione democratica del patrimonio culturale.

Ketty Giannilivigni

pubblicata anche su ‘Progetto Lavoro’ n.13 (Luglio 2020) – rivista cartacea di Democrazia e Lavoro-Cgil

Categorie: Cultura e Media, Europa, Opinioni, Politica
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