Toglimi il ginocchio dal collo

17.06.2020 - Pier Luigi Lattuada

Toglimi il ginocchio dal collo
(Foto di Black Lives Mattera a Pescara, foto di Benedetta La Penna)

A volte un ginocchio sul collo può avere esiti letali, altre opprime lentamente in modo subdolo, silenzioso, quasi non visto, causando un dramma sommerso al quale ci si abitua a poco a poco, altre ancora agisce per procura scandito dalle molteplici forme del potere.

Solitamente al ginocchio si associa il mantra “law and order”, infatti è molto spesso in nome della legge e dell’ordine costituito che si impongono le ginocchia sul collo.

Solitamente il collo è quello del trasgressore che fa rima con nero, povero, immigrato, diverso, fondamentalmente debole, in minoranza.

Il pretesto è sempre quello del rispetto delle regole di convivenza civile e del bene comune, lo stato, le istituzioni.

Fatte le debite eccezioni la dinamica ginocchio/collo decrive il gioco giocato tra guardie e ladri, onesti cittadini e delinquenti, potenti e minoranze devianti in un contesto dove i primi sono i buoni e i secondi i cattivi.

Guardando alla storia di questi tempi il ginocchio che tutti conosciamo è quello del poliziotto bianco sul collo del nero, in nome del quale le folle si radunano, reclamano diritti e uguaglianza, a volte usano violenza.

Volendo allargare lo sguardo possiamo riconoscere nel ginocchio anche il virus che impedisce di respirare ai nostri polmoni, oppure il governo cinese sui manifestanti di Hong Kong, gli insediamenti Israeliani nei territori palestinesi, i paesi ricchi su quelli del terzo mondo, la finanza mondiale sulla politica e l’economia, le attività umane sull’ambiente e così via.

Se volessimo limitarci a leggere due degli eventi principali che occupano il nostro immaginario culturale di questi tempi, l’emergenza COVID e il movimento black lives matter, ci accorgeremmo di come l’umanità, ancora una volta rischi di perdere un’occasione.

“ I can’t breathe”, ha fatto sussurrare il ginocchio del virus sul collo dei malati, portandone diversi alle estreme letali conseguenze, I can’t breathe ha implorato George Floyd al poliziotto che lo soffocava.

Cosa accomuna i due eventi che invadono le nostre case dagli schermi con una sincronicità sorprendente?

Legge e ordine, ristabiliamo la normalità, combattiamo il nemico sia esso un virus o un piccolo fuorilegge, dissidenti fate la vostra parte, inondate i social di fake news, innalzate i vostri cartelli, inneggiate ai vostri idoli, la legge e l’ordine saranno ristabiliti, presto o tardi.

Ad una prima attenzione potremmo lodare la pronta reazione dei governi e delle commissioni tecnico-scientifiche grazie alle quali sembra che si stia superando la pandemia limitandone i danni; potremmo anche sostenere la pronta reazione della gente nelle varie piazze del pianeta come un segno incoraggiante di impegno e di autentica volontà di cambiare le cose.

Il primo passo per uscire dalla trappola è vedere la trappola, recita il saggio.

Cosa manca?

Una seconda attenzione.

Se ci fermassimo e osservassimo con maggiore attenzione vedremmo svelarsi un quadro dipinto con il pennello della reazione e tinto con i colori della paura e della rabbia.

Proviamo a ripensare a quali parole, a quali immagini ci tornano alla mente, torniamo con il nostro sguardo per le strade e nelle piazze, alle parole dei politici e degli esperti, agli slogan dei dimostranti; se valutiamo il comportamento sociale ci imbattiamo diffusamente nel codice della paura e nella retorica della guerra; emozioni distruttive che non portano lontano.

Mi si dirà dei tanti eroi che compiono e hanno compiuto il loro dovere, ad essi va tutta la nostra gratitudine e rispetto, ma non è di mancanza di umanità e impegno che sto parlando bensì di mancanza di consapevolezza.

Sto affermando che stiamo vedendo solo una parte del gioco, quella più evidente sul palcoscenico, stiamo scordando il dietro le quinte, il luogo delle cause vere.

L’enfasi è sulle apparenze e di ciò che appare si coglie soprattutto l’aspetto traumatico.

Ecco alcune delle frasi riportate da un’indagine di Repubblica:

«Temo di perdere i miei risparmi». «Mi preoccupano i rischi ambientali». «Sono terrorizzato dall’insorgere di nuove epidemie».

Eppure saggi di ogni tempo ci suggeriscono la via, consideriamo quanto dice Fritz Perls, il fondatore della Terapia della Gestalt: “I traumi sono tutti delle bugie alle quali ci si attacca per giustificare la propria non disponibilità a crescere”. La frase può suonare fosse troppo semplicistica e anche provocatoria ma mette l’accento sulla responsabilità individuale una delle grandi dimenticate da chi reagisce piuttosto che agire consapevolmente.

Possiamo anche prendere in esame l’affermazione che Paracelso fece oltre quattro secoli fa: “Il ciarlatano studia le malattie negli organi colpiti, dove non trova altro che gli effetti già avvenuti, e rimane sempre un ignorante per quello che riguarda le cause. Il vero medico studia le cause delle malattie studiando l’uomo universale”.

Frase forte che getta una luce sulle ombre della nostra scienza, ombre che, figlia di una prima attenzione, cerca di nascondere senza riuscirci.

Se volessimo continuare ad allargare lo squarcio sul velo delle apparenze che la nostra cultura post -moderna sembra trascurare potremmo considerare la distinzione che Jung fa tra lo “spirito del tempo”, cioè i fatti contemporanei che stiamo vivendo, ciò di cui stiamo parlando e uno “spirito del profondo”.

La storia riconosce un potere spirituale, contrapposto al potere temporale, gli antichi greci per descriverne i diversi ambiti di competenza, affiancavano a un Cronos, il tempo lineare misurato col passare dei minuti, un Kayros, il tempo opportuno, l’attimo eterno, il luogo della giusta azione.

Riepilogando: consapevolezza, responsabilità, cause oltre le apparenze, uomo universale, opportunità, spirito del profondo.

Ma cosa c’entra questo con il ginocchio e il collo?

Il primo passo per uscire dalla trappola è vedere la trappola, dicevamo.

Quello che succede nel mondo, non è solo quello che succede là fuori, la nostra esperienza è frutto di un dialogo partecipativo tra noi e il mondo, tra il fuori e il dentro.

E questo è un fatto, tanto incontrovertibile quanto non visto.

Il virus, il poliziotto bianco, il potere politico e finanziario che impongono legge e ordine e le nostre reazioni sono la fuori, se ci limitiamo a questo, operiamo su metà del campo da gioco. Come potrebbe una squadra di calcio vincere una partita giocando solo nella sua metà campo, cosa capiremmo di uno spettacolo teatrale se pensassimo che ciò che vediamo sul palcoscenico sia vita reale?

Eppure è questo che facciamo, questo fanno i politici, gli economisti, gli scienziati, questo fa l’essere umano comune, figlia/o del culto della ragione, salvo rare eccezioni.

Sto ovviamente parlando del mainstream, della cultura dominante, la storia è sempre stata percorsa da correnti di pensiero dominante e da avanguardie o marginalità trascurate. Periodicamente nuovi paradigmi di pensiero si affacciano al proscenio e faticosamente operano per la loro affermazione.

E di questo sto parlando: un nuovo sguardo sul mondo, un nuovo sistema di pensiero, un nuovo modo di stare con sé stessi, antico come il mondo.

Antico come il mondo per il fatto che la tecnologia del suo sistema operativo è a disposizione dell’umanità da tempo immemorabile, si tratta della meditazione, della capacità di osservarsi osservare. Si tratta in fondo, dell’ammonimento Socratico scritto sul frontone del tempio di Apollo a Delfi,  gnoti sauton, “conosci te stesso”.
Quando ci accorgiamo che possiamo osservarci vivere, sentire, agire e pensare, un nuovo mondo si schiude.

Il mondo che si schiuse ai saggi di ogni tempo e che oggi, qui sta la differenza, è accessibile a chiunque tramite un semplice link.

Tra noi e l’osservazione consapevole si stende la palude delle emozioni resa insidiosa, dalla nebbia dell’importanza personale, dai tranelli delle proprie credenze limitanti e dalle ombre dell’identificazione proiettiva.

In sintesi all’osservazione consapevole, raggiungibile con un allenamento all’esperienza interiore,

il mondo appare come un dialogo tra soggetto e oggetto, individuo e collettività, materia e coscienza, interno ed esterno.

Grazie alla consapevolezza ci possiamo accorgere come ginocchio e collo siano due facce della stessa medaglia, e che il gioco giocato tra persecutore, vittima e salvatore che si svolge nel mondo esterno, si svolga prima di tutto dentro di noi; il mondo esterno è lo specchio che ci insegna come gestire i diversi personaggi che ci abitano.

Potremmo allora scoprire come ogni persecutore esterno, il virus o il poliziotto bianco sia espressione, mostrata in evidenza delle ombre, delle identificazioni emotive che ci abitano in profondità, la vittima sia il nostro Io, la nostra personalità cosciente limitata da ciò che non vediamo di noi stessi, il salvatore, vero e unico, sia il nostro Sé, la nostra vera natura, l’insieme delle nostre potenzialità realizzate.

Allo sguardo consapevole del Sé, che i religiosi possono tranquillamente riconoscere come riflesso del divino, i fatti del mondo esterno appaiono come un’opportunità per crescere, mettere nel mondo le proprie risorse e qualità migliori; in questo modo anziché reagire alle situazioni della vita spinti dalle nostre emozioni, impariamo ad agire mossi dalle nostre qualità più elevate come: compassione, accoglienza, fiducia, determinazione, giustizia, responsabilità, tolleranza, comprensione, empatia, fratellanza e così via.

Ecco che allora l’azione politica e l’impegno sociale acquistano un ‘autentico valore di servizio alla comunità e cessano di essere una reazione che compiamo per soddisfare nostre carenze e bisogni egoistici.

Finalmente ci saremo tolti il ginocchio dal collo e potremo respirare liberamente, a pieni polmoni.

Categorie: Diritti Umani, Europa, Opinioni, Umanesimo e Spiritualità
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