La risposta di Trump al COVID-19: negligenza criminale

20.05.2020 - San Francisco, California - Pressenza New York

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

La risposta di Trump al COVID-19: negligenza criminale

Qualche giorno fa, il presidente cileno Sebastian Piñera, come comunicato da La Moneda, ha ricevuto la chiamata del suo omologo statunitense, Donald Trump, per congratularsi per la gestione dell’emergenza COVID-19. La notizia è sembrata un brutto scherzo. Con 1,4 milioni di contagi e quasi 90.000 morti ad oggi, gli Stati Uniti continuano ad essere il Paese più devastato dalla pandemia e la responsabilità diretta di Trump nella catastrofe è sempre più evidente.

La risposta al Coronavirus “sarebbe stata sbagliata anche con il migliore dei governi”, ha recentemente dichiarato l’ex presidente Barack Obama in una telefonata ai membri del suo gabinetto. Con Trump “la risposta è stata un assoluto disastro caotico, frutto di una mentalità focalizzata sul vantaggio personale a scapito degli altri”.

Nonostante le disuguaglianze socioeconomiche siano state determinanti nel corso della pandemia negli USA, è chiaro che la gestione dell’emergenza da parte di Trump abbia peggiorato le cose, a causa di una catena di errori fatali, frutto della sua ignoranza, del suo egoismo e dei suoi interessi politici. A pochi mesi dalle elezioni e cosciente che solo un’economia sana possa salvarlo da una sconfitta a novembre, Trump ha preferito rispondere alla crisi nel proprio stile: ignorando la scienza e il benessere dei cittadini e optando per una campagna di relazioni pubbliche carica di cattivi consigli e false promesse.

Il 22 gennaio gli è stato chiesto se fosse preoccupato all’idea di una pandemia. “Per niente” è stata la sua risposta. “Abbiamo tutto sotto controllo. È una persona che viene dalla Cina e lo abbiamo sotto controllo. Andrà tutto bene”.

Come si è saputo dopo, Trump mentiva. Due mesi prima, a fine novembre, l’intelligence nordamericana, lo ha informato per la prima volta riguardo la rapida propagazione di una malattia contagiosa a Wuhan, in Cina. Un selezionato gruppo di funzionari e congressisti ha continuato a ricevere notizie al riguardo per tutto il mese di gennaio. La situazione era così grave che, rendendosi conto dell’alta probabilità di interruzione della vita quotidiana, un gruppo di senatori ne ha approfittato per disfarsi di milioni di dollari in investimenti che altrimenti sarebbero andati persi. L’FBI ha avviato un’inchiesta contro questi senatori per uso, a scopo personale, di informazioni riservate.

Durante tutto il mese di febbraio Trump ha continuato con la sua campagna di disinformazione. Mentre in pubblico la sua amministrazione tranquillizzava la cittadinanza, in privato i suoi consulenti continuavano a focalizzarsi sullo tsunami che era in procinto di arrivare. Larry Kudlow, consigliere economico di Trump, lo ha avvisato per la seconda volta riguardo la “crescente probabilità di un enorme focolaio che avrebbe potuto infettare 100 milioni di nordamericani, con una costo di 1.2 milioni di vite umane”. Nonostante ciò, pubblicamente, il suo messaggio era un altro. “Lo abbiamo contenuto. Non dico che è completamente isolato, ma quasi”, ha detto Kudlow a un giornalista a fine febbraio.

In quella fase, l’allarme era globale. In Cina, la provincia di Wuhan era confinata mentre in Italia, piccole città della Lombardia, focolaio del contagio, erano state messe in quarantena. Negli USA l’Associazione dei Laboratori Sanitari ha avvisato il governo riguardo la mancanza di forniture necessarie al contenimento del contagio. “Dopo tante settimane, non sono ancora disponibili esami diagnostici e di controllo,” è stata la comunicazione al governo. Come sarebbe risultato chiaro in seguito, anche i respiratori risultavano insufficienti, come anche i dispositivi di protezione individuale per il personale sanitario.

“Si tratta di un virus che si pensa possa scomparire ad aprile, con il caldo”, aveva detto Trump in quella fase, mentre criticava gli “allarmisti” nel suo governo e bloccava il flusso di informazioni a riguardo.

“È come l’influenza. Abbiamo un totale di 15 persone malate…in un paio di giorni, il numero arriverà quasi a zero…Scenderà, non salirà”, continuava a dire Trump. “Il virus scomparirà, come un miracolo”.

Sono dovute passare due settimane prima che Trump prendesse la decisione di chiudere le scuole e promuovere il distanziamento sociale. Era il 16 marzo, e a quanto pare, era già troppo tardi. Queste sono le conclusioni di un articolo pubblicato dal New York Times da Britta Jewell e Nicholas Jewell, epidemiologi dell’Università della California a Berkeley.

“L’istinto degli epidemiologi, quasi sempre è agire prima che sia troppo tardi”, affermano i due accademici. “Prevenire nuove infezioni il prima possibile può interrompere la catena di contagi e salvare vite. La nostra esperienza con il COVID-19 lo conferma”

Secondo Jewell e Jewell, per affrontare un nuovo virus come il COVID-19, quando non ci sono trattamenti efficaci né un vaccino, l’intervento delle autorità deve essere rapido nella gestione della prevenzione di base: “promuovere il distanziamento, proibire gli assembramenti, chiudere le scuole e chiedere alla gente di rimanere a casa”.

Le loro conclusioni sono devastanti per Trump e la sua amministrazione. Secondo gli accademici, se le misure necessarie fossero state adottate una settimana prima, il 2 marzo, il 90% delle morti per COVID-19, negli USA, sarebbero state evitabili. Fino a quel momento solo 11 persone erano morte in tutto il Paese, per cui le possibilità di isolare e contenere il virus erano maggiori. Adottare misure in quella fase del contagio avrebbe ritardato il picco di pazienti critici, evitando il collasso dei servizi sanitari e avrebbe dato tempo per rifornirsi dei mezzi necessari, inclusi gli esami diagnostici, i respiratori e i dispositivi di protezione individuale per non sacrificare chi era impegnato in prima linea.

Se non si fosse perso tutto questo tempo, secondo queste proiezioni, si sarebbe salvata la vita di quasi 80.000 persone. Anche se le misure fossero state adottate una settimana prima, il 9 marzo, il 60% delle morti sarebbero state evitate.

La Corea del Sud e gli Stati Uniti, hanno registrato i primi casi di COVID-19 con un giorno di differenza, rispettivamente il 20 e il 21 gennaio. Le autorità coreane hanno usato rapidamente un test sviluppato in Germania e distribuito dall’OMS, un’opzione che gli USA hanno respinto preferendo svilupparne uno proprio. La Corea ha iniziato a fare esami in maniera massiccia, ad isolare casi positivi e a identificarne i contatti. L’8 marzo, la Corea aveva effettuato 189.236 test e gli Stati Uniti solo 1.707. Una settimana dopo, la Corea registrava 274.000 test effettuati, e gli USA 25.000.

Al momento, gli Stati Uniti registrano 88.144 morti, 2.73 persone per milione di abitanti, con circa 2.000 nuovi morti ogni giorno. La Corea del Sud, invece, registra solo 260 morti in totale, ovvero lo 0.01 per milione di abitanti, con zero nuovi decessi nelle ultime 24 ore. Gregg Consalves, epidemiologo dell’Università di Yale, afferma che la risposta di Trump sia “pericolosamente vicina a un genocidio di fatto”.

L’esperienza della Corea del Sud, illustra chiaramente la differenza che una risposta seria e immediata può avere in occasione di una pandemia, soprattutto se la si compara con la risposta inetta di Trump o dello stesso Piñera. A differenza di USA e Cile, la Corea ha seguito una strategia trasparente e ancorata ai canoni della scienza e della sanità pubblica. Trump e Piñera, invece, hanno agito per calcoli politici, economici e comunicativi. I risultati, in ogni caso, sono sotto gli occhi di tutti.

Il dottor Rick Bright, dirigeva l’agenzia nordamericana incaricata di rispondere alle pandemie, fino alla sua rimozione da parte di Trump perché anteponeva scienza e salute pubblica alla politica. Bright ha presentato una protesta formale al fine di indagare sul comportamento di Trump nei confronti del COVID-19. Dalla sua prospettiva, se non fosse stato per la negligenza e la corruzione del governo, si sarebbero evitate migliaia di morti.

“Non abbiamo avvisato la popolazione. Non l’abbiamo formata. Non l’abbiamo educata al distanziamento sociale e all’uso delle mascherine come avremmo dovuto fare a gennaio e febbraio”, ha dichiarato sotto giuramento Bright davanti al Congresso degli Stati Uniti. “Tutte queste misure…avrebbero salvato molte vite”.

Di Nelson Soza

Tradotto dallo spagnolo da Maria Vittoria Morano

Categorie: Nord America, Opinioni, Politica, Salute
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