Lo spettro della questione meridionale

16.02.2020 - Foggia - Antonio Fiscarelli

Lo spettro della questione meridionale
Foggia, ragazzini giocano a pallone in strada (Foto di Antonio Fiscarelli)

La Nostra Affrica – Autoritratto di un territorio

1) Ipotesi genealogiche – Non c’è niente di stupefacente, e per varie ragioni, nel fatto che la cosiddetta questione meridionale resti ancora un problema inquietante per ogni coscienzioso e realista osservatore della concreta situazione italiana, che le problematiche di un sud sottosviluppato e gli immaginari comuni corrispondenti rivestano ancora il senso di 150 anni fa, con la differenza che oggi l’Europa, essendo una realtà economica e politica più compatta e unitaria, ne è più consapevole di quanto potesse esserlo allora (in quanto i primi governi dell’Italia unitaria non avevano alcun interesse a fare emergere le scandalose e drammatiche emergenze di un ex-impero diventato regione di un impero più vasto, monarchico-parlamentare). Ma andiamo per gradi.

In genere, l’incessante riproporsi di un problema, qualunque sia, testimonia delle difficoltà che si incontrano per risolverlo. Cosicché, per quanto riguarda la questione meridionale, possiamo dire che, in qualunque modo la si affronti, qualunque ipotesi si componga sulle sue caratteristiche distintive, essa non scomparirà se non quando non scompariranno, effettivamente, le condizioni di fatto per le quali essa sorge, insomma, la situazione reale che rivela un dislivello, una disarmonia, tra un Nord sviluppato e sempre propositivo e un Sud, semmai qualche volta propositivo, comunque mai in grado di raggiungere i livelli del Nord. Evidentemente questa disparità cronica, concreta, ha radici storiche e l’attuale situazione empirica dell’Italia riproduce in qualche misura la situazione originaria nella quale determinati intellettuali cominciarono a discutere propriamente di questione meridionale. C’è chi ha avuto l’ardire di far risalire la nascita della questione meridionale alle lotte di potere per il controllo del Meridione seguite alla caduta di Federico II. Ma se è per questo, niente ci impedirebbe di scovare altri indizi anche in periodi precedenti a quelli del noto imperatore. Si potrebbe anche aprire un capitolo sui segni del meridionalismo presenti anche nella rappresentazione dantesca di quei tempi.

A rigor di termini, se i disordini dell’Italia due-trecentesca hanno lasciato marchi indelebili nella formazione delle identità politiche e sociali della storia italiana, la questione meridionale propriamente detta non acquisisce i tratti di une vero problema, che dà luogo a un dibattito pubblico, se non il giorno seguente la Spedizione dei Mille.

Indubbiamente, prima di questo evento, e anche prima che il Sud diventasse oggetto di polemiche e di ricerche di approfondimento socio-politico, la raccapricciante realtà non mostrava ancor alcun segno di essere uscita dai paradigmi organizzativi di origine feudale. Nonostante il Sud abbia avuto un ruolo affatto non marginale nella successione degli eventi che hanno caratterizzato la vita dell’Europa sette-ottocentesca, nello specifico nell’epoca illuministico-rivoluzionaria (al riguardo ci diffonderemo in capitoli a parte, centrando il focus su alcuni de suoi più importanti intellettuali connessi al territorio oggetto del nostro studio e sul tema della “transumanza”), niente ci legittima a parlare di questione meridionale prima dell’Unità, proprio perché le istanze profonde della realtà non potevano ancora trovare espressione, perché i processi che avrebbero condotto l’intera penisola all’unificazione erano ancora molto lontani, si stagliavano su un orizzonte ancora meramente ideologico, e perché, insomma, il Meridione, con tutte le sue contraddizioni e i suoi dilemmi, era ancora un Impero ed era percepito in quanto tale. Al limite, dall’esterno, il problema, per gli altri “imperi” – non ancora diventati stati-nazione – poteva declinarsi nei termini di una guerra di conquista, come poi ce ne furono fino all’Unità, che è stata appunto una conquista in tutti i sensi. In altre parole, le istanze connesse alla questione meridionale avrebbero potuto trovare una rappresentazione e delle rappresentanze soltanto nel processo di formazione dell’Unità d’Italia. Anzi, nel processo di unificazione, queste istanze si trovarono quasi improvvisamente – ma il processo, in realtà, sarà graduale, come tenteremo di mostrare nel seguito – a costituire i presupposti indispensabili per la combinazione delle diverse forze politiche che, tra contrasti e contraddizioni a dir poco necessarie in una visione storicista, resero possibile l’unificazione stessa.

Ora, ci chiederemo, di quali istanze parliamo? La risposta a questa domanda ci permetterà senz’altro di entrare nel vivo della questione meridionale propriamente detta, come anche di giustificare il senso dell’apposizione usata nel titolo “ovvero italiana”, anche perché subentrano dati effettivi che non si possono in nessun modo trascurare, a fortiori in un approccio materialista alla Storia.

Facciamo soltanto una premessa. Come ha illustrato Massimo L. Salvadori nel libro L’Italia e i suoi tre stati, lo Stato italiano ha conosciuto tre fondazioni. La prima ha dato vita a uno Stato monarchico, la seconda allo Stato fascista e la terza allo Stato democratico repubblicano. Il primo grande problema con il quale il nuovo governo unitario dovette confrontarsi fu proprio quello della netta difformità non proprio tra il nord e il sud, bensì tra questo e le regioni centro-settentrionali. Prima del 1861, le classi dirigenti, in particolare « quella piemontese », non avevano una rappresentazione della situazione economica e sociale del Mezzogiorno. Ma non c’è niente di scandalizzarsi. Sul piano storico, non esistono meraviglie. Basti pensare che ancora dopo il 1948, la problematica della questione meridionale si ripresentava quasi identica. Ancora nel 1955, Norberto Bobbio, nella prefazione a Banditi a Partinico di Danilo Dolci, osservava che i politici e gli intellettuali del suo tempo non avevano nessuna idea della condizione del sud.

Vent’anni di fascismo avevano non soltanto sottratto alla collettività le libertà fondamentali, ma anche impedito a tutti di approfondire quel complesso sistema politico, economico, sociale e culturale dell’ex Regno delle due Sicilie. Si direbbe che proprio da questa deficienza sia sorto il dibattito sul Mezzogiorno, cioè la cosiddetta “questione meridionale”. Evolvendosi, questo dibattito ha ritmato la storia stessa delle politiche dei vari governi che si sono succeduti fino a oggi. Ciononostante, oggi siamo ben lungi dal considerare questa problematica storica risolta. Per questo, evidentemente, risalire alle sue origini non risulterà inopportuno e servirà anche a fare luce sulla storia nazionale. La questione meridionale si forma gradualmente, nella più ampia serie di vicende politiche e sociali seguite all’indomani dell’Unità d’Italia, vale a dire che essa è una sola cosa con la questione nazionale. In altre parole, il tema della parziale o totale conoscenza delle condizioni del Meridione condiziona ogni possibilità di approfondire le differenze tra Nord e Sud e quindi la nostra concezione della società italiana nel suo insieme. L’impostazione che qui adottiamo segue essenzialmente l’approccio storiografico adottato da Massimo L. Salvadori nel libro Il mito del buongoverno. La questione meridionale da Cavour a Gramsci, un libro degli anni sessanta, per moltissimi aspetti, tuttora insuperato.

2. Dati storici e rappresentazioni politicheNel 1861, l’Italia contava circa 22 milioni di abitanti. Non più di cinquemila possedevano un’istruzione elementare, e molto più basso era il numero di coloro che sapevano effettivamente leggere e scrivere. Il tasso di analfabetismo era del 78% e raggiungeva il 90% nel Mezzogiorno e nelle Isole. L’Italia era uno dei paesi europei con il maggior numero di centri urbani, che ruotavano attorno a irrilevanti attività produttive.

La città più popolosa era Napoli, con 450.000 abitanti, a cui facevano seguito Torino, Palermo e Roma; ma la popolazione urbana dell’intera penisola corrispondeva al 20% del totale della popolazione. La maggioranza degli italiani viveva ancora nelle campagne. L’agricoltura risultava ancora la base di sopravvivenza per il 70% della popolazione attiva, contro il 18% dell’industria e dell’artigianato e il 12% del terziario. Nel nord, nella zona irrigua della Pianura Padana, erano sorte aziende agricole a conduzione capitalistica che impiegavano manodopera salariata e che coesistevano con le aziende a conduzione familiare delle zone collinari del Veneto, del Piemonte e della Lombardia.

Nell’Italia centrale, soprattutto in Umbria, in Toscana, e nelle Marche, il sistema di mezzadria, se impediva l’innovazione tecnologica, assicurava quantomeno un certo livello di pace sociale. Nel Sud, e nelle isole, la situazione era molto diversa. Eccezion fatta per alcune zone della Campania, della Puglia e della Sicilia, coltivate prevalentemente a ortaggi, e di alcune zone montagnose dove si viveva di un’agricoltura e di una pastorizia comunque misere, il paesaggio meridionale non mostrava alcun segno di rinnovamento, le distese di terra coltivate prevalentemente a grano portavano piuttosto l’impronta del grande latifondo e del vecchio ordinamento feudale.

Tra gli osservatori politici del tempo, chi aveva visitato il Mezzogiorno, non mancava di sottolinearne l’arretratezza, rispetto al nord, sotto diversi aspetti : fame, basso livello di istruzione, disoccupazione, corruzione negli impieghi, ingiustizia, carenza di libertà civili, distacco del popolo dalla vita politica. Proprio questo quadro paralizzante aveva sotto agli occhi il Farini, luogotenente nelle province meridionali, quando scriveva a Cavour : « Altro che Italia ! Questa è Africa : i beduini a confronto di questi cafoni, son fior di virtù civili ». Un paragone che, paradossalmente, ricadeva proprio nel periodo in cui falliva il primo tentativo, da parte del neonato governo unitario, di occupare Lagos, in Nigeria.

Non c’è dubbio che Cavour, informato sulle condizioni del sud dai suoi corrispondenti, sia stato uno dei primi uomini politici a considerare la questione meridionale il più urgente dei problemi dell’Italia unita ; tanto che, nei suoi ultimi giorni diceva : « L’Italia del nord è fatta, non ci sono più né Lombardi, né Piemontesi, né Toscani, né Romagnoli : siamo tutti italiani ; ma ci sono ancora i Napoletani », termine con cui epocale si intendeva tutti i meridionali. Ed è vero che la questione meridionale rappresentava una piaga aperta dell’avvenuta unificazione, il problema che assillava gli ambienti governativi più di ogni altro problema, un problema così enorme che questi preferivano giustamente tenerlo in sordina, nascondendolo anche agli altri paesi europei, dove all’ordine del giorno c’era la nodosa “questione sociale” nella quale, evidentemente, la questione meridionale, italiana, rientrava a pieno titolo.

L’emergenza del dibattito sul Mezzogiorno

1. Le “Lettere Meridionali” e la rivoluzione etica di Pasquale Villari – Sebbene Cavour ed altri politici fossero edotti delle problematiche del sud, chi introdusse la questione meridionale nel dibattito pubblico nazionale, non fu un politico bensì un intellettuale, uno storico, per la precisione, Pasquale Villari, il quale si può considerare il principale precursore di quel filone di studiosi del Meridione che chiamiamo “meridionalisti”. Anzi, più che un precursore, Villari rappresentò un vero e proprio maestro del meridionalismo.

L’attività meridionalista del Villari si concretizzò nell’arco del primo trentennio dell’Italia unita. Le sue prime riflessioni sulla situazione del sud risalgono al 1860 quando, spinto dall’entusiasmo per l’unificazione in corso, scrive al suddetto Farini che una politica di buon governo nel Meridione deve basarsi prima di tutto sull’«onestà», e quindi su una strategia di lotta contro la disonestà, contro la « camorra » e la corruzione pubblica cresciute sotto il dispotismo borbonico. Questa lotta è da farsi su diversi livelli ma soprattutto attraverso la realizzazione di lavori pubblici, perché, secondo lo storico, « nel regno di Napoli, una strada vale assai più della libertà di stampa ; moralizza assai più del leggere e dello scrivere ». Sul tema della moralizzazione mediante opere pubbliche, in seguito, si diffonderanno anche altri studiosi e personalità politiche, non da ultimo lo stesso Danilo Dolci. Attivo nella Sicilia degli anni cinquanta e sessanta, Danilo Dolci poneva al centro di una riforma morale la costruzione di strade, dighe ed altre opere pubbliche (insomma la ricostruzione materiale). Ai suoi occhi, ad esempio, la costruzione della prima grande diga siciliana, nella valle di Jato, iniziata nel 1962, a seguito di innumerevoli iniziative nel decennio precedente, e terminata un decennio dopo, rappresentò un’esperienza unica di educazione di un popolo.

Nell’autunno 1861, dunque, cominciano ad apparire sul giornale « Perseveranza », le « Prime Lettere Meridionali », in cui il Villari denuncia le ingiustizie e le usurpazioni commesse alle spalle del popolo da parte degli amministratori pubblici ed esorta il governo a esaminare con attenzione soprattutto la situazione nel mondo contadino. Inoltre, si esprime a favore di operazioni di polizia contro il brigantaggio ma secondo un’ottica di « dispotismo moderato », immaginando azioni di repressioni finalizzate ad assicurare il passaggio dal dispotismo assoluto dello Stato precedente a un futuro Stato moderato (Ricordiamo che nel 1863 si mobiliterà la “Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio”).

In seguito, i tumulti comunardi del ‘70-71 lo condussero a un ripensamento sull’efficacia dei mezzi repressivi in un territorio come il Meridione, dove maggiore era l’insoddisfazione delle masse nei confronti del nuovo governo unitario. Nel 1875, Villari si persuade dell’esistenza di limiti strutturali nelle politiche governative. Quindici anni dopo le sue prime lettere, ai suoi occhi, la questione meridionale non riguardava più solamente il problema dell’onestà, ma anche il profondo disagio sociale ed economico della popolazione. Nelle nuove « Lettere Meridionali », Le sue nuove riflessioni puntano soprattutto a mettere in guardia il governo centrale contro l’eventualità di un’esplosione del malcontento popolare. Egli sostiene chiaramente che all’origine dei « delitti che si moltiplicano ogni giorno » c’è la miseria diffusa e il tipico disagio proveniente dalla distribuzione ineguale della ricchezza, e che il brigantaggio è essenzialmente il prodotto della irrisolta « questione agraria e sociale ».

É la disperazione della fame che, secondo lo storico napoletano, trasforma un onesto contadino in un brigante. Per cui il fuoco dei moschetti andrebbe sostituito con l’adozione di « mezzi preventivi », strumenti capaci di risolvere i problemi alla base. Fame, malattia, penuria di strutture socio-educative, basso tasso di alfabetizzazione, rigide politiche di repressione (sprechi di risorse pubbliche per le operazioni militari a fronte di spese bassissime per l’istruzione e lo sviluppo economico), “omissione” di interventi da parte dello stato, sono le cause storiche classiche del fenomeno del banditismo ed in genere di rivalse violente di alcuni gruppi sociali. È così che sorge il tema delle cause sociali ed economiche della violenza nel sud, un tema che impugnerà lo stesso Danilo Dolci nelle sue analisi del banditismo siciliano contemporaneo nel libro, già citato, Banditi a Partinico (1955).

2. Dalla scuola del Villari alle inchieste di Sonnino e Franchetti – Possiamo dunque affermare chela questione meridionale nasce come problema fondamentale dell’unità d’Italia, con le lettere di Villari e che, prima di queste lettere, una rappresentazione del sud non esisteva. Sulla scia di Villari, si creò un orientamento politico-culturale che da Napoli investì gradualmente il panorama nazionale ed in seguito europeo e internazionale. Alle lettere di Villari, seguirono gli studi di Pasquale Turiello, Giustino Fortunato, Napoleone Colajanni, Saverio Nitti, Ettore Ciccotti, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, Luigi Sturzo fino ad Antonio Gramsci, che possiamo considerare come la prima corrente del meridionalismo italiano, a cui farà seguito la corrente maturata sotto il fascismo e fiorita nell’immediato secondo dopoguerra (nella quale occorre annoverare Rocco Scotellaro, Tommaso Fiore, Ernesto De Martino, Carlo Levi, Danilo Dolci, Corrado Alvaro, Francesco Jovine ed altri intellettuali, politici ed artisti). Villari incoraggiò anche la visita di Jessie White Mario (scrittrice inglese, infermiera garibaldina definita la ‘Giovanna d’Arco della causa italiana’) nei bassifondi di Napoli che in seguito descriverà nel libro La Miseria di Napoli (1877). E fu sempre lui a sollecitare i toscani Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino a interessarsi del Sud.

Del 1875 è l’indagine, a firma del primo, intitolata Condizioni economiche e amministrative delle province napoletane, che portava in appendice uno studio del corregionale sulla mezzadria in Toscana. Franchetti descriveva le condizioni del contadino meridionale in una prospettiva antitetica al mito diffuso allora di una generosità delle risorse del Mezzogiorno che favorirebbe la pigrizia dei suoi abitanti. Inoltre, metteva in luce come l’ignoranza, la superstizione, l’assenza di senso civico e quindi dei propri diritti, facilitassero il suo assoggettamento al “galantuomo”, ovvero a quel tipo di meridionale piccolo borghese di cui Salvemini disegnerà il ritratto qualche decennio più avanti. Infine, Franchetti rimarcava le contraddizioni del governo, padre giusto nell’ideale, ingiusto nei fatti, richiamandolo al dovere di far rispettare le sue leggi soprattutto ai suoi stessi funzionari. Le analisi di Franchetti sulla condizione del contadino e sulla corruzione degli amministratori in Meridione, trovavano appoggio nel saggio di Sonnino, il quale proponeva come soluzione il modello della prosperosa agricoltura toscana. La visione di Sonnino era abbastanza simile a quella di Villari. La mezzeria, di cui in Toscana si erano sperimentati i benefici effetti già da mezzo secolo, poteva garantire anche nel Meridione una certa pace sociale e quindi la stabilità stessa del governo conservatore.

Ma l’opera cui è più legata la fama di Sonnino e Franchetti è l’inchiesta dedicata alla regione siciliana, intitolata Sicilia nel 1876, anch’essa divisa in due parti, la prima rivolta all’analisi dei fatti, la seconda incentrata sui rimedi. In linea di massima, il metodo e l’obiettivo di fondo sono i medesimi della ricerca sulle province napoletane. Da una parte la denuncia delle scandalose condizioni della società siciliana, “tutta ordinata a vantaggio della classe abbiente”, con lunghe digressioni sulla formazione del clientelismo, nonché sulla mafia, concepita come organizzazione illegale operante nei punti sensibili delle amministrazioni locali; dall’altra l’accusa verso il governo di favorire, non sostenendo i funzionari nell’adempimento dei loro doveri, il processo di corruzione in continua espansione. Essi vedevano nei ministeri italiani “dare per primi l’esempio di quelle transazioni che sono la rovina della Sicilia”, e spostarono in definita la questione meridionale dal piano sociale al piano etico-morale, quello su cui speravano agisse il governo, speranza che non videro mai realizzata.

3. La questione meridionale attraverso la “Rassegna” – La propaganda meridionalista dei due intellettuali toscani si svolse, oltre che con le due opere sopra menzionate, anche attraverso la rivista “Rassegna settimanale”, fondata a Firenze nel 1878 con lo scopo di illustrare alla borghesia al potere i profili di gravi problemi sociali, primo fra tutti quello del Meridione. La rivista ospitava gli interventi di eminenti studiosi come il napoletano Giustino Fortunato, il foggiano Antonio Salandra, lo stesso Villari, e fu determinante nel contribuire, come scrisse Benedetto Croce, “a Fare smettere alle classi colte italiane quell’istintivo movimento di chiudere gli occhi, del quale aveva parlato il Villari, e a introdurre la pacata discussione sul socialismo e sui doveri della borghesia verso contadini e operai, a dare maggiore rilievo […] ai problemi sociali ed economici concernenti il benessere delle classi popolari”. Il tono battagliero degli scritti di Sonnino e Franchetti, i ripetitivi appelli alla classe dirigente di prendere in considerazione le loro ardite proposte, riflettevano quel mélange, peculiare a entrambi, di passione politica, scienza e umanesimo, quest’ultimo più incidente nel secondo.

Sebbene militanti nell’area conservatrice, antisocialista e anti-parlamentarista, specie per ciò che concerne Sonnino, le idee della Rassegna non apparivano meno progressiste di quelle degli avversari politici. Anzi, sembravano alimentate da un forte spirito di autocritica, prospettando alla borghesia rimedi di ampia apertura sociale, tali da renderle possibile, come ci dice Salvadori, la crescita nelle classi popolari della fiducia nelle nuove istituzioni uscite dall’Unità.

I problemi principali, che non divennero mai contenuto di un concreta azione politica, riguardavano la discussione dei poteri dell’esecutivo, la riforma a favore delle classi agricole, la lotta al socialismo (che nel caso del Sonnino, era un’unica cosa con la lotta al clericalismo), al richiesta di un governo capace di stare al di sopra di tutti gli interessi di classe e l’allargamento del suffragio anche a coloro che non sapevano leggere e scrivere, l’atto del voto ritenuto esso stesso un primo atto di educazione degli analfabeti. Ma al centro di tutte le istanze della Rassegna, c’era una preoccupazione più profonda che faceva sì che la visione dei due toscani apparisse più sotto la luce di una vivace riformismo ideale, che di un efficace metodo praticabile nella realtà. Essi denunciavano sì le condizioni arretrate del Meridione, ma anche “l’egoismo” e le trame che tramortivano le istituzioni, la “decadenza degli istituti politici”, come osservò Zanotti Bianco in un saggio su Franchetti. Essi individuarono la soluzione della questione sociale nella questione etica, nella moralizzazione delle istituzioni, del governo, della classe che lo rappresenta. “Essi cercarono – afferma Salvadori – di dare alle classi dirigenti la coscienza del problema meridionale”, di fornire loro i lumi per fare chiarezza su un’oscura condizione. Certo. In questo i due intellettuali erano più nell’ideale che nel reale. Ma ciò non toglie che con essi la conoscenza del Mezzogiorno “ebbe un grande approfondimento”. Le loro inchieste restano tuttora una privilegiata fonte storica.

Categorie: Cultura e Media, Politica
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