Crisi ambientale e sociale vanno affrontate insieme. Ma potrebbe non bastare

19.09.2019 - Italia che Cambia

Crisi ambientale e sociale vanno affrontate insieme. Ma potrebbe non bastare
(Foto di Italia che Cambia)

Qualche giorno fa Donald Trump, intervistato da un reporter di fronte alla Casa Bianca, ha indirizzato la sua quotidiana dose di odio contro gli sfollati che fuggivano alla furia devastatrice dell’uragano Dorian per trovare riparo negli Stati Uniti: “Non voglio permettere a persone che non dovrebbero nemmeno trovarsi nelle Bahamas – ha affermato – di venire negli Stati Uniti, comprese alcune persone molto cattive pericolosi membri di gang e spacciatori”.

 

Il giorno precedente era scoppiata la polemica quando 119 sfollati non erano potuti partire con un traghetto che da Freeport li avrebbe portati a Fort Lauderdale, in Florida, perché privi di visto per gli Stati Uniti. Il giorno successivo invece, alle dichiarazioni del Presidente sono seguiti i fatti: gli Stati Uniti – ha riferito a NBC News un funzionario dell’amministrazione – hanno deciso di non concedere ai cittadini delle Bahamas sfollati dall’uragano Dorian lo status temporaneo di soggiorno, che consentirebbe loro di lavorare e vivere negli Stati Uniti fino a quando non sarà ritenuto sicuro tornare a casa. Poco importa se Grand Bahama, l’isola principale dell’arcipelago, è completamente rasa al suolo e centinaia di persone non sanno dove dormire.

Al di là dello sdegno che può generare l’atteggiamento incurante e un tantino spaccone del presidente Usa di fronte a catastrofi di questa portata, la notizia apre a riflessioni e domande ben più ampie. I cambiamenti climatici e più in generale la crisi ecologica in corso causeranno eventi catastrofici sempre più frequenti e renderanno intere aree del pianeta non più abitabili: di conseguenza le migrazioni di massa saranno sempre più numerose e frequenti.

 

Secondo l’IPCC, il panel internazionale che studia i cambiamenti climatici, ciò che ci aspetta da qui al 2050 sarà la migrazione di almeno 200 milioni di persone a causa del surriscaldamento globale. Come pensano i paesi più ricchi di fronteggiare questa crisi? Quali politiche si stanno attuando a livello mondiale per limitarne gli effetti? Come si può immaginare le risposte a queste domande sono piuttosto desolanti.

 

E l’uragano Dorian non è certo il primo caso in cui un evento naturale mette allo scoperto la ferita purulenta dell’apartheid climatico. In un rapporto uscito nel giugno scorso,  Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite sull’estrema povertà e diritti umani, cita un altro caso indicativo: “Quando l’uragano Sandy ha causato il caos a New York nel 2012, lasciando i newyorkesi a basso reddito e più vulnerabili senza accesso alla corrente elettrica e all’assistenza sanitaria, il quartier generale di Goldman Sachs è stato protetto da decine di migliaia di sacchi di sabbia e alimentato dall’energia dal suo generatore”.

Secondo Alston l’apartheid climatico è uno scenario “in cui i ricchi pagano per sfuggire al surriscaldamento, alla fame e ai conflitti mentre il resto del mondo è lasciato a soffrire”. Ed è quello che sta succedendo. I paesi più poveri sopporteranno circa il 75% dei costi della crisi climatica nonostante la metà più povera della popolazione mondiale sia responsabile solamente del 10% delle emissioni di anidride carbonica.

 

In questo scenario, sempre secondo Alston, “la democrazia e lo stato di diritto, nonché una vasta gamma di diritti civili e politici sono tutti a rischio. Il rischio di malcontento della comunità, di crescente disuguaglianza e di livelli ancora più elevati di privazione tra alcuni gruppi, probabilmente stimolerà le risposte nazionaliste, xenofobe, razziste e altre. Mantenere un approccio equilibrato ai diritti civili e politici sarà estremamente complesso”.

 

Che la crisi ambientale non possa essere slegata dalla crisi sociale, e che dunque, come ci ricorda Guido Viale su Comune-Info,  “la salvaguardia e il rispetto della Terra, non può essere disgiunta dalla giustizia sociale, cioè dal riscatto degli oppressi, degli sfruttati e degli esclusi” è ormai evidente a molti, dai movimenti come Fridays for Future e Extinction rebellion, ad alcuni esponenti politici di spicco come Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, a Papa Francesco che aveva posto questo nesso al centro della sua enciclica Laudato si’. Non ha più senso parlare di diritti sociali e umani senza inserirli nel contesto di crisi climatica in atto. E a ben vedere non lo ha mai avuto, visto che in quel sistema estremamente complesso chiamato mondo che si trova attorno a noi, tutto è collegato con tutto e ha effetti su tutto.

Forse però non tutti si rendono conto del tipo di cambiamento che il contesto ci richiede per continuare ad abitare su questo pianeta. Siamo nel bel mezzo di una crisi sistemica, una “tempesta perfetta”. E le crisi sistemiche non si risolvono “partendo dal basso” né “cambiando i vertici”: si risolvono soltanto cambiando profondamente il funzionamento del sistema, in tutti i suoi livelli, lavorando ovunque ci sia possibile intervenire.

Immaginiamo che la società umana sia un’automobile. Quello che abbiamo fatto fin qui è stato rendere la nostra automobile sempre più moderna e performante, veloce, aerodinamica, sicura, riparando di volta in volta i guasti che si andavano a creare. Col passare del tempo però i guasti si sono fatti sempre più frequenti, complessi e difficili da risolvere. Oggi non basta più fare qualche modifica qua e là: ci siamo accorti che il problema è l’automobile in sé. Non ci serve più una macchina, avremmo bisogno di un aeroplano. Trasformare una macchina in un aereo è più complesso che riparare la nostra vecchia macchina: alcuni pezzi della macchina non serviranno più a niente mentre ci serviranno pezzi nuovi, che non dobbiamo procurarci; inoltre dobbiamo capire come assemblarli e avremo bisogno di strumenti differenti da quelli che usavamo prima. Infine dovremo abituarci a pilotare un aereo e smettere di guidarlo come se fosse una macchina.

 

Con la nostra società dobbiamo fare lo stesso: trasformarla profondamente nei suoi meccanismi, nel suo funzionamento, nelle finalità. Sappiamo che si può fare – ormai gli esperimenti in questo senso sono sufficientemente numerosi – ed è ipotizzabile che questi processi trasformativi possano avvenire su diverse scale. Ma per farlo abbiamo bisogno di “pezzi” e “strumenti” nuovi: nuove forme organizzative, nuovi modelli di governance, pensiero sistemico, e così via. Solo così potremo trasformare la nostra vecchia auto nell’aeroplano di cui abbiamo bisogno.

 

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Opinioni
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