Il rapporto sulla violenza della polizia europea contro i rifugiati mostra come le pratiche della polizia croata seguano delle linee guida

16.05.2019 - No Name Kitchen (NNK) - Šid (Serbia) - Redacción Perú

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Il rapporto sulla violenza della polizia europea contro i rifugiati mostra come le pratiche della polizia croata seguano delle linee guida
(Foto di http://www.nonamekitchen.org/wp-content/uploads/2019/05/April-2019-Monthly-Report-on-Border-Violence.pdf)

Mentre No Name Kitchen (le cui relazioni mensili sono ora sostenute anche da altre organizzazioni indipendenti) denuncia la violenza della polizia da quasi due anni, la Croazia nega tutto. Il report di questo mese raccoglie testimonianze che presentano uno schema molto simile.

Come ogni mese, l’organizzazione indipendente No Name Kitchen ha pubblicato il suo ultimo rapporto che raccoglie le testimonianze di rifugiati e migranti che descrivono in dettaglio le deportazioni illegali effettuate velocemente, e in alcuni casi con violenza, delle autorità croate. La relazione, appena pubblicata nel mese di aprile, è stata prodotta da Border Violence Monitoring e Reports Sarajevo. In particolare, ci sono 28 documenti in tutto. Di questi, 21 riguardano delle deportazioni dalla Croazia alla Bosnia (7 di questi gruppi erano stati catturati in Slovenia), 8 sono deportazioni dalla Croazia alla Serbia, 3 dalla Bosnia al Montenegro e 1 dal Montenegro all’Albania.

Richieste d’asilo senza risposta: l’unica alternativa è attraversare di nascosto le frontiere

Ricordiamo che le migliaia di rifugiati e migranti che si trovano in Grecia sono intrappolate a volte anche da tre anni in attesa di una risposta alle loro richieste di asilo o in attesa di trasferimento. Disperati per la situazione, alla fine dell’inverno 2018, in molti hanno deciso di andare a piedi al confine che separa la Bosnia dalla Croazia (quest’ultima parte dell’Unione Europea). Fin dall’inizio si è osservato che, come già accadeva al confine tra Serbia e Croazia da quando è stato chiuso, le persone vengono espulse molto rapidamente e molte deportazioni sono accompagnate da percosse che si manifestano nei lividi sui corpi delle persone. Di fronte all’impossibilità di raggiungere l’Europa attraverso i canali legali, ciò che resta ai rifugiati intrappolati nei Balcani è attraversare le foreste per raggiungere l’Italia e arrivare in un paese dell’Europa centrale o occidentale dove la loro richiesta di asilo sia almeno presa in considerazione.

Sintesi del rapporto di aprile

Quest’ultima relazione riguarda, per la prima volta, le deportazioni dalla Bosnia verso il Montenegro, fenomeno relativamente recente che è aumentato con l’arrivo della primavera (con la fine dell’inverno la gente si è nuovamente mossa a piedi dalla Grecia verso il confine tra la Bosnia e l’Unione europea). Nel rapporto è evidenziato che in tutti i casi di deportazioni registrate dalla Bosnia al Montenegro erano presenti minori.

La relazione afferma che “è ancora troppo presto per dire che il comportamento delle autorità della Bosnia-Erzegovina segua uno schema, ma è necessario ricordare che tutti i casi di deportazione raccolti su questa frontiera parlavano di fermi di ore nella città di Klobuk prima di essere rimpatriati in Montenegro”. In due dei casi segnalati, ai rifugiati è stata negata la possibilità di chiedere asilo nel paese.

Il centro di detenzione in Croazia è presente in molte testimonianze

Da dicembre molti gruppi di rifugiati hanno parlato di un luogo particolare in cui vengono trattenuti per ore prima di essere rimpatriati in Bosnia. E, per coincidenza, nell’ultimo mese molti gruppi di persone ci hanno descritto questo posto.  Mentre le autorità croate e slovene negano che esista un processo di espulsione e che sia inoltre coordinato tra i diversi agenti, il fatto che ci siano così tante testimonianze che descrivono lo stesso luogo e pratiche simili dimostra che queste dichiarazioni non sono altro che un discorso ufficiale.

“Il pavimento è tutto di cemento, fa freddo e dobbiamo dormirci sopra. C’è solo un rubinetto dell’acqua e una piccola stufa sulla parete. La porta è blu e ci sono molti messaggi scritti in molte lingue, come date, nomi e luoghi di origine come il Pakistan, Algeria, Marocco, Arabia, Iran, Siria eccetera.”

“E’ un garage, come una vecchia caserma. Proprio accanto c’è un ingresso, e una centrale di polizia di fronte all’edificio. La stanza è grande 25 o 30 metri quadrati con porta blu. C’è un cortile tra la centrale di polizia e l’edificio. Il viottolo per raggiungere questo posto è molto stretto.

“Puzzava come un bagno sporco. Mi scuso per la scelta della parola, ma c’erano merda, piscio e spazzatura sul pavimento. L’odore era pessimo. Il garage non era molto grande, ma c’era molta gente all’interno.”

“…..siamo stati messi in una cella, ma non credo fosse una cella, è più simile a un garage, c’è una porta azzurra e piastrelle sul pavimento. Al centro c’è un foro per l’evacuazione dell’acqua. Nel parcheggio c’è un’auto della polizia, una Ford Fiesta e due furgoni.”

 

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Nocera

Categorie: Diritti Umani, Europa
Tags: , , ,

Notizie giornaliere

Inserisci la tua email qui sotto per ricevere la newsletter giornaliera.


Documentario: L'inizio della fine delle armi nucleari

2a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza

App Pressenza

App Pressenza

Milagro Sala

Canale di youtube

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

International Campaign to Abolish Nuclear Weapons

Archivi

Except where otherwise note, content on this site is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International license.