La cultura del ritorno al passato

15.01.2019 - Maria Giovanna Farina

La cultura del ritorno al passato
(Foto di “FASTFOOD”, 120x250, tecnica mista di Paola Giordano)

Si sente dire spesso che dobbiamo cambiare la cultura, che la violenza si può contrastare solo con una nuova educazione dei giovani. Forse sarebbe il caso, per iniziare, di andare a recuperare un’antica visione troppo frettolosamente archiviata come fuori moda

Paolo e Francesca erano cognati, Dante ne parla nel V canto della Divina Commedia ponendoli nell’Inferno e precisamente nel cerchio dei lussuriosi perché amanti e destinati di conseguenza alla dannazione eterna. Due personaggi reali, lei la moglie di Cianciotto Malatesta, lui fratello di suo marito: insieme sono andati al di là della pura e semplice divinizzazione dell’amore per vivere la passione reale fatta di corpo che si unisce ad un altro corpo. Cianciotto li uccise e finì anch’egli, secondo la fantasia poetica di Dante, nell’Inferno. Oggi la vicenda non farebbe scalpore, forse alimenterebbe il gossip, ma null’altro. Celebre il passo che decretò il passaggio dall’amore spirituale a quello materiale: galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Dante si riferisce alla storia di Lancillotto e Ginevra, vicenda che riuscì a far capitolare Paolo Malatesta e Francesca Da Polenta.

Al di là della morale cattolica a cui lo scritto si rifa, ciò che colpisce è la violenza dell’omicidio per vendicare l’onore, ma anche la stigmatizzazione di chi uccide. Siamo nel Medio Evo, Dante è un rappresentante del dolce stil novo, una nuova era della poesia che esalta la donna-angelo, un essere da venerare come lui fece con Beatrice di cui celebrò le doti spirituali, una cultura quindi del rispetto del femminile. Rilevante come all’epoca accanto al “delitto d’onore” convivesse il rispetto, testimonianza dell’esistenza degli opposti che da sempre convivono nell’essere umano. La violenza e l’amor cortese del dolce stil novo risalgono ad un tempo lontano, ma purtroppo mentre la prima vive tuttora e acquista sempre più forza, il secondo si è quasi del tutto estinto. Dove è andato a finire? In tante occasioni mi sono sentita rispondere che il femminismo ha inibito i maschi, che la donna emancipata spaventa l’altro sesso e quindi poiché i maschi hanno perduto il potere assoluto diventano più aggressivi? La risposta che mette d’accordo tutti è che deve cambiare la cultura.

Il mio suggerimento, per un primo passo non verso una nuova cultura, ma verso un ritorno ad un’antica cultura che abbiamo dimenticato, è di rileggere Il Roman de la Rose(“Romanzo della Rosa”), un poema narrativo-allegorico in lingua d’oil di grande successo nel Medio Evo, opera risalente al XIII secolo scritta a più mani e iniziata da Guillaume de Lorris.

Eccone un passaggio:

Servi e onora ogni donna, e sempre ti devi pensare e affaticare a servirle. E se tu senti qualche maldicente che vada sparlando delle donne, riprendilo e fallo tacere. Se puoi, cerca di far cosa gradita alle signore e alle signorine, sì che esse abbiano motivo di parlare bene di te: e così potrai salire in pregio”.

E in un altro punto il poema suggerisce di donarsi ad un solo amore:

E, affinché tu sia amante perfetto, io voglio e comando che tu ponga in un solo oggetto tutto il tuo cuore [..] Chi divide il proprio cuore in più luoghi, non ne salva che una piccola parte; e invece non diffido affatto di chi mette tutto il suo cuore in un solo amore: e per questo voglio che tu rivolga il tuo cuore verso un unico oggetto”.

Questi suggerimenti ci sembrano inapplicabili? In una società caratterizzata dalla prevaricazione e dall’usa e getta? Dipende molto, per la loro ampia diffusione, come li “pubblicizziamo”. Gli antichi versi ci suggeriscono non solo il rispetto verso la figura femminile, ma anche quello reciproco perché amore e rispetto sono alla base di ogni relazione possibile: rispetta se vuoi essere rispettato per acquisire onore e salire in pregio. Se poi sarai fedele al tuo amore, ancor più comprenderai il valore del rispetto.

Le cose vecchie si buttano via, ce lo insegna anche la tradizione ogni Capodanno, ma a tutto c’è un limite, non scordiamo che nell’ansia consumistica contemporanea abbiamo buttato in pattumiera anche le buone maniere. Diamo del tu alla maestra, l’abbiamo relegata quasi del tutto a mera esecutrice burocratica: questo esempio è utile per comprendere il grave errore educativo del non riconoscere l’autorità che non ha nulla a che fare con il sottomettersi al dittatore. Autorità non è autoritarismo, come corteggiamento non è stalking, come amare non è possedere. Troppa confusione ci ha resi incapaci di discriminare tra bene e male, giusto e sbagliato, limite e illimitato e così la violenza trova terreno fertile per dilagare mentre noi siamo distratti e incapaci di amarci davvero.

Categorie: Cultura e Media, Europa, Opinioni
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