Migranti: l’Europa usa i metadati degli smartphone per controllare (ed espellere) rifugiati e richiedenti asilo

09.07.2018 - AgoraVox

Migranti: l’Europa usa i metadati degli smartphone per controllare (ed espellere) rifugiati e richiedenti asilo
(Foto di UNHCR)

di Francesca Barca

Lo smartphone e i migranti. Già motivo di querelle speudo-razziste questo strumento, in realtà fondamentale per chi intraprende un viaggio di questo tipo, sta diventando un’arma di repressione e controllo. 

Lungo il percorso di viaggi che durano mesi o addirittura anni un telefono connesso a Internet è uno strumento essenziale: per dare notizie alla famiglia, ma anche per sapere come e dove spostarsi, per contattare chi organizza i viaggi, per avere notizie sugli eventuali pericoli o sui confini chiusi.

Per l’UNHCR (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) insieme acibo, acqua e a un rifugio, la connessione a un dispositivo mobile per un migrante è uno strumento necessario alla sicurezza.

Forti di questa evidenza le scienze forensi europee si stanno armando, specializzandosi nell’estrazione di dati dagli smartphone.

Quali dati? Lo storico delle localizzazioni, i messaggi e le chat di Whatsapp. Queste informazioni possono – e sono – essere usate contro i proprietari dei telefoni. 

Alcuni Stati europei hanno iniziato a utilizzare questa tecnologia per accelerare il processo per rifiutare un dossier e il respingimento che ne consegue: “I governi stanno usando gli smartphone dei migranti per deportarli”, racconta un articolo di Morgan Meaker per Wired UK. Queste politiche fanno parte del tentativo di ridurre il numero dei migranti in Europa: rendere più difficile l’entrata da una parte, e aumentare i controlli dall’altra. Grazie ai metadati si può dimostrare che una persona mente o nasconde informazione e, di conseguenza, e invalidare il suo dossier.

Nel 2017 la Germania e la Danimarca hanno ampliato i dispositivi legali per permettere ai funzionari dell’immigrazione di estrarre dati dai cellulari dei richiedenti asilo. Una legislazione simile è stata proposta in Belgio e in Austria mentre, per quanto riguarda Norvegia e Regno Unito, queste pratiche esistono da anni, avverte Wired.

Per esempio, un caso particolare sono i cosiddetti “dublinati“: il regolamento di Dublino, infatti, obbliga una persona a chiedere asilo nel primo Paese di arrivo in cui si è registrata. C’è chi cerca di nascondere questa informazione perché, ad esempio, vuole chiedere accoglienza in un altro paese: per scoprire la verità sul viaggio e le tappe le autorità europee ora possono consultare i metadati di un telefono. In questo modo è possibile, ad esempio, sapere se la persona in questione è entrata dalla Grecia ma è riuscita ad arrivare in Germania senza passare controlli.

Nel 2017 “più di 7.000 persone sono state espulse dalla Germania ai sensi del regolamento di Dublino”.

Altra informazione sensibile: da dove arriva veramente la persona? Usando lo storico delle localizzazioni si può risalire all’informazione e sapere se viene davvero dal Paese dal quale la persona dichiara di provenire.

Sempre in Germania, nel 2015, solo il 40% dei richiedenti asilo è stato in grado di fornire documenti di identificazione ufficiali. In assenza di questi, per il restante 60%, la nazionalità è stata verificata attraverso un mix di analisi linguistiche – utilizzando traduttori umani e computer per confermare se l’accento è autentico – e dati di telefonia mobile.

“Sei mesi dopo l’entrata in vigore della legge che consente le ricerche telefoniche in Germania, le autorità per l’immigrazione hanno cercato 8.000 smartphone”, continua Wired. In caso di dubbi venivano “estratti i metadati dal telefono cellulare, tra cui le informazioni che rivelavano le preferenze linguistiche e i luoghi da cui si effettuavano le chiamate o si scattavano le foto”.

Le autorità tedesche usano un programma che si chiama Atos, che combina la tecnologia di due società di telefonia mobile forense, T3K e MSAB. “L’analisi dei dati della telefonia mobile non è mai l’unica base sulla quale viene presa una decisione in merito alla domanda di asilo”, dice un portavoce dell’agenzia tedesca per l’immigrazione a Wired. Ma se una incongruenza emerge si continuano le ricerche.

La Danimarca per esempio va oltre e chiede ai richiedenti asilo direttamente la loro password di Facebook.  L’agenzia danese per l’immigrazione ha confermato di chiedere ai richiedenti asilo di vedere il loro profilo su Facebook. Anche se non è una procedura standard, può essere utilizzata se un funzionario ritiene di aver bisogno di maggiori informazioni. Per ora Facebook è il solo social network per il quale viene chiesta la password.

In tutta l’Ue, i gruppi per i diritti umani, associazioni e partiti di opposizione si stanno chiedendo se queste pratiche sono costituzionali.

“A mio avviso, chiedere la password di Facebook o controllare il cellulare di qualcuno è una violazione dell’etica e della privacy”, dice a Wired Michala Clante Bendixen del movimento danese Refugees Welcome. “Per un richiedente asilo questo è spesso l’unico spazio personale e privato rimasto”.

Inoltre l’immagine della persona che offrono i dati di un telefono non rispecchia necessariamente la verità: “Poiché ci sono così tanti dati su un telefono, è possibile formulare giudizi che potrebbero non essere necessariamente veri”, dice Christopher Weatherhead, di Privacy International.

Per esempio? Bendixen cita il caso di un uomo la cui domanda di asilo è stata respinta dopo che le autorità danesi hanno esaminato il suo telefono e trovato commenti sul suo profilo Facebook in un periodo in cui questi aveva dichiarato di essere in carcere. L’uomo ha spiegato che anche il fratello usava lo stesso profilo, ma la risposta non è stata sufficiente e la domanda resta pendente.

Un portavoce dell’Home Office britannico ha detto a Wired che l’ufficio non controlla i social media di un richiedente asilo, tranne in caso di sospetto di reato. Ma avvocati e attivisti britannici dicono il contrario, e il Ministero non ha fornito una spiegazione in merito, per ora.

“C’è un’ironia strisciante nel fatto che lo smartphone, a lungo uno strumento di liberazione, sia diventato una sorta di Giuda digitale. (…)

Lo smartphone è diventato l’accessorio essenziale per la migrazione moderna. Viaggiare in Europa come richiedente asilo è costoso. Le persone che non possono permettersi un telefono in genere non possono permettersi il viaggio. I telefoni sono una caratteristica costante lungo il percorso verso il Nord Europa: a Calais, gruppi di persone si affollavano intorno ai punti di ricarica. Nel 2016, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha riferito che i telefoni cellulari sono così importanti per i migranti che si spostano in Europa, che spendono fino a un terzo del loro reddito per il credito telefonico.”

Se non fosse già abbastanza complicata, la realtà dei migranti e dei richiedenti asilo si complica perché queste pratiche di controllo aumenteranno: l’anno scorso l’immigrazione statunitense ha speso 2,2 milioni di dollari per software di hacking telefonico.

Dal lato opposto, anche i richiedenti asilo stanno cambieranno il loro comportamento: rendendosi conto che lo smartphone, il dispositivo che ha dato loro tanto libertà, può essere lo stesso che li blocca nel percorso verso una nuova vita, potrebbero cambiare strategie comunicative.

Categorie: Europa, Non discriminazione, Opinioni
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