La volpe nel pollaio: perché i tassi crescono

24.04.2018 - Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

La volpe nel pollaio: perché i tassi crescono

La Federal Reserve si definisce indipendente, ma è indipendente solo dal governo. Marcia al ritmo dei tamburi delle banche che sono i suoi proprietari privati. Per impedire un’altra grande recessione o una grande depressione, il Congresso deve emendare la legge sulla Federal Reserve, nazionalizzarla e trasformarla in un’azienda pubblica che risponda ai bisogni del popolo e dell’economia.

di Ellen Brown. L’articolo originale si trova su Truthdig del 20/04/2018.

 

Il 31 marzo la Federal Reserve ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento per la sesta volta in tre anni e ha manifestato l’intenzione di aumentarli altre due volte nel 2018, puntando a un obiettivo del 3,5% entro il 2020. Il LIBOR (Tasso Interbancario di Londra) è aumentato ancor più velocemente del tasso dei fondi Fed, fino al 2,3% da appena lo 0,3% due anni e mezzo fa. Il LIBOR è stabilito a Londra con un accordo privato fra le più grandi banche; ad esso sono collegati gli interessi su 3.500 miliardi di dollari a livello globale, compresi 1.200 miliardi di mutui dei consumatori.

Commentatori allarmati avvertono che i livelli del debito globale hanno raggiunto 233 miliardi di dollari, più di tre volte il PIL globale e che gran parte di tale debito è a tasso variabile ancorato al tasso di prestito interbancario della Fed o al LIBOR. Aumentare ulteriormente i tassi potrebbe spingere i governi, le imprese e i proprietari di case oltre il limite dell’insolvenza. Nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria globale nell’aprile 2017, il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che i previsti aumenti di interesse potrebbero mandare in fallimento il 22% delle aziende statunitensi.

Poi c’è il debito federale degli Stati Uniti, che è più che raddoppiato dalla crisi finanziaria del 2008, salendo da 9.400 miliardi a oltre 21.000 miliardi oggi. In aggiunta a questo onere del debito, la Fed ha annunciato che scaricherà, al ritmo di 600 miliardi all’anno, i titoli di stato acquisiti attraverso il quantitative easing. Venderà 27.000 miliardi di titoli federali al ritmo di 50 miliardi al mese, a partire da ottobre. Aggiunti a un deficit del bilancio governativo di 1.200 miliardi, si arriva a quasi 2.000 miliardi di nuovi debiti governativi che dovranno essere finanziati annualmente.

Se la Fed seguirà i suoi piani, le proiezioni prevedono che entro il 2027 i contribuenti statunitensi dovranno pagare 1.000 miliardi all’anno solo per interessi sul debito federale. Questo equivale al piano originale del presidente Trump di infrastrutture per 1.000 miliardi/anno, ed è un trasferimento diretto di ricchezza dalla classe media ai ricchi investitori che detengono la maggior parte delle obbligazioni. Da dove verranno questi soldi? Non basteranno a coprire il conto neppure tasse paralizzanti, privatizzazioni dei beni pubblici a prezzi da saldo ed eliminazione dei servizi sociali.

Con così tanto in gioco, perché la Fed sta aumentando i tassi di interesse, incrementando così i livelli del debito pubblico?
Le sue giustificazioni non superano la prova del naso.

Politica monetaria basata sulla fede

Nel fissare i tassi di interesse, la Fed fa affidamento su uno strumento chiamato “curva di Phillips”, con cui si presume di dimostrare che i prezzi aumentano a mano a mano che l’economia si avvicina alla piena occupazione. Si presume che lavoratori con buone prospettive di impiego richiederanno salari più alti, facendo salire i prezzi. Ma la curva di Phillips si è rivelata praticamente inutile nel prevedere l’inflazione, secondo i dati della stessa Fed. L’ex presidente della Fed Janet Yellen, come pure il governatore della Fed Lael Brainard, ha ammesso che i dati non supportano quella tesi. Il presidente della Fed di Minneapolis, Neel Kashkari, dice che la continua dipendenza dalla curva di Phillips è politica monetaria “basata sulla fede”. Ma il Federal Open Market Committee (FOMC), che definisce la politica monetaria, resta imperterrito.

La “piena occupazione” è definita come disoccupazione pari al 4,7%. Se la disoccupazione scende al di sotto di questo, suonano campanelli d’allarme e la Fed entra in azione. Il dato ufficiale della disoccupazione ignora la grande massa di disoccupati scoraggiati che non cercano più lavoro, mentre include persone che lavorano part-time o ben al di sotto della loro capacità. Ma la Fed segue modelli e numeri, e da questo mese il tasso ufficiale di disoccupazione è sceso al 4,3%. Sulla base delle proiezioni della curva di Phillips, il FOMC sta quindi prendendo provvedimenti per stringere in modo aggressivo l’offerta di denaro.

L’idea che ridurre la massa monetaria impedirà l’inflazione si basa su un altro modello controverso, il detto monetarista secondo cui “l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario”: l’inflazione è sempre causata da “troppi soldi a caccia di pochi beni”. Ciò può accadere, e si chiama inflazione “trainata-da-domanda”. Ma molto più comune storicamente è l’inflazione “spinta-dai-costi”: i prezzi aumentano perché i costi dei produttori aumentano. E un importante costo della produzione è il costo del denaro in prestito. Commercianti e produttori devono prendere prestiti per pagare gli stipendi prima che i loro prodotti vengano venduti, per costruire fabbriche, acquistare attrezzature ed espandersi. Piuttosto che abbassare l’inflazione dei prezzi, il prevedibile risultato dell’aumento dei tassi di interesse sarà quello di far salire i prezzi al consumo, rallentando i mercati e aumentando la disoccupazione, un’altra grande recessione. L’aumento dei tassi di interesse dovrebbe raffreddare un’economia “surriscaldata” rallentando la crescita dei prestiti, ma i prestiti non stanno crescendo oggi. L’economista Steve Keen ha dimostrato che, quando il debito privato arriva attorno al 150% del PIL, i governi e le popolazioni non fanno più debiti. Piuttosto, pagano i debiti, contraendo la massa monetaria. Questo è il punto in cui siamo ora.

La dipendenza della Fed dalla curva di Phillips non regge a un esame accurato. Ma, piuttosto che abbandonare il modello, la Fed cita “fattori transitori” per spiegare l’incoerenza dei dati. In un articolo del dicembre 2017 su The Hill, Tate Lacey ha osservato che la Fed ha usato questa scusa dal 2012, citando un “fattore transitorio” dopo l’altro, dai movimenti temporanei dei prezzi del petrolio al calo dei prezzi delle importazioni con un dollaro forte, alla caduta dei prezzi dell’energia, ai cambiamenti nei piani wireless e dei farmaci prescrivibili. Queste scuse calzano strette.

La Fed sostiene inoltre che gli effetti delle sue politiche monetarie si realizzano in ritardo rispetto ai dati comunicati, il che rende necessari gli attuali rialzi dei tassi per prevenire problemi in futuro. Ma, come osserva Lacey, il PIL non è un indicatore ritardatario e dimostra che la politica della Fed sta fallendo. Negli ultimi due anni, che hanno preceduto e continuato il ciclo di inasprimento della Fed, la crescita del PIL nominale è stata di poco superiore al 3 percento, mentre nei due anni precedenti il ​​PIL nominale è cresciuto di oltre il 4 percento. Quindi “l’indicatore più affidabile della politica monetaria, il PIL nominale, sta già mostrando l’impatto contrattivo delle decisioni politiche della Fed”, afferma Lacey, “segnalando che il suo piano si tradurrà in un ulteriore contrazione dell’offerta monetaria o, peggio, addirittura in recessione”.

Segui il denaro

Se la curva di Phillips, il tasso di inflazione e la crescita dei prestiti non spiegano la spinta per tassi di interesse più elevati, che cosa lo fa? La risposta è stata suggerita in un articolo di Yalman Onaran su Bloomberg del 12 aprile, intitolato “LIBOR crescente: prima segnale di pericollo, ora macchina da soldi per le banche“. Ha scritto:
“Ciascuno dei maggiori istituti di credito statunitensi potrebbe ricavare almeno 1 miliardo di dollari di profitto pre-tasse aggiuntivo nel 2018 dal rialzo del tasso interbancario offerto a Londra, stando ai dati comunicati dalle società. Questo perché i clienti che prendono prestiti sono costretti a pagare di più quando il LIBOR aumenta, mentre il costo del credito interbancario è rimasto sostanzialmente stabile”.

Durante la crisi del 2008, gli alti tassi LIBOR significavano che i mercati dei capitali erano congelati, poiché i tassi di indebitamento delle banche erano troppo alti per consentire loro di ricavare profitti. Ma le banche degli USA non dipendono dai mercati esteri a breve termine come lo erano un decennio fa. Stanno finanziando gran parte delle loro operazioni attraverso i depositi, e il tasso medio pagato dalle maggiori banche statunitensi sui loro depositi è salito solo dello 0,1% circa lo scorso anno, nonostante un aumento dello 0,75% del tasso sui fondi della Fed. La maggior parte delle banche non rivela quanto del loro prestito sia a tassi variabili o indicizzato al LIBOR, ma Onaran commenta:
“JPMorgan Chase & Co., la più grande banca degli Stati Uniti, ha dichiarato nel suo rapporto annuale 2017 che 122 miliardi di prestiti all’ingrosso erano a tasso variabile. Supponendo che fossero stati tutti indicizzati al LIBOR, l’aumento di 1,19 punti percentuali del tasso nell’ultimo anno significherebbe 1,45 miliardi di entrate supplementari”.

Aumentare il tasso dei fondi della Fed può essere lo stesso tipo di vacca da mungere per le banche degli Stati Uniti. Secondo un articolo del Wall Street Journal del dicembre 2016 intitolato “I sogni d’interesse delle banche” diventano realtà“:
“Quando lottavano con i tassi di interesse ultra bassi, le principali banche hanno anche pubblicato aggiornamenti regolari su quanto bene sarebbe andata se i tassi di interesse si fossero improvvisamente spinti al rialzo. … Bank of America … afferma che un aumento di 1 punto percentuale dei tassi a breve termine aggiungerebbe 3,29 miliardi. … Un calcolo approssimativo suggerisce un incremento di 2,9 miliardi di dollari pretasse nel 2017, cioè l’11,5% del profitto pre-tasse previsto dalla banca nel 2016…”.

Come osservato in un articolo del 12 aprile su Seeking Alpha:
“Circa la metà dei mutui stanno … aggiustando il tasso [ARM] con meccanismi che consentono aumenti automatici dei tassi, spesso molto più che l’aumento dei tassi ufficiali…
Si può capire perché il settore finanziario è interessato all’aumento dei tassi: hanno minato l’economia con tassi dei prestiti esplosivi e hanno bisogno che il consumatore venga intrappolato nel campo minato…

Anche un modesto aumento dei tassi d’interesse invierà grandi flussi di denaro al settore bancario. Ciò produrrà una crescita inflazionistica “spinta-dai-costi” poiché la finanza è parte di quasi tutto ciò che facciamo, e il costo delle imprese e della vita aumenterà a causa di ciò senza alcun guadagno”.

L’inflazione “spinta-dai-costi” farà alzare l’indice dei prezzi al consumo, giustificando apparentemente ulteriori aumenti del tasso di interesse, in una profezia che si autoavvera in cui il FOMC dirà: “Abbiamo provato, non siamo riusciti a tenere il passo con l’Indice dei Prezzi al Consumo”.

Uno sguardo più attento al FOMC

Il FOMC è composto da sette membri del Consiglio di amministrazione della Federal Reserve, dal presidente della Fed di New York e da quattro presidenti delle altre 11 banche della Fed, a rotazione. Tutte le 12 banche della Federal Reserve sono società per azioni, il cui capitale è detenuto al 100% dalle banche nei loro distretti; e New York è il distretto di Wall Street. Il consiglio dei governatori ha attualmente quattro posti vacanti, il che lascia alle banche associate il controllo di maggioranza del FOMC. Wall Street decide, e Wall Street vuole far bottino con l’aumento dei tassi di interesse.

La Federal Reserve si definisce indipendente, ma è indipendente solo dal governo. Marcia al ritmo dei tamburi delle banche che sono i suoi proprietari privati. Per impedire un’altra grande recessione o una grande depressione, il Congresso deve emendare la legge sulla Federal Reserve, nazionalizzare la Fed e trasformarla in un’azienda pubblica che risponda ai bisogni della gente e dell’economia.

 

Categorie: Economia, Internazionale, Nord America, Opinioni, Politica, Questioni internazionali
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