Diario di Ponary: fare i conti col proprio passato

24.02.2018 - Leopoldo Salmaso

Diario di Ponary: fare i conti col proprio passato
(Foto di Mimesis)

Testimonianza diretta della shoah lituana. Nessuno può dare lezioni di moralità se prima non ha fatto un serio esame di coscienza. La pace non si raggiunge senza l’umiltà e la sincera bene-volenza di leccarsi vicendevolmente le ferite, perché la banalità del male è dappertutto.

 

E’ appena uscito per i tipi di Mimesis Diario di Ponary – Testimonianza diretta del genocidio ebraico in Lituania 1941-43, di Kazimierz Sakowicz, tradotto e curato da Gigliola Bettelle, professoressa di Italiano e Latino al liceo Tito Livio di Padova. Ecco un sua intervista.

D: Perché ritiene sia importante far conoscere questo diario?
R:
Perché è una fonte storica diretta, rimasta sconosciuta per troppo tempo, dello sterminio ebraico compiuto a Vilnius dai collaborazionisti lituani con la regia dei nazisti tedeschi. Vilnius era conosciuta come la “Gerusalemme di Lituania” per la ricchezza del suo patrimonio culturale.
Questo diario è “un documento unico, senza paralleli negli annali della Shoah”, dice nella prefazione all’edizione inglese un personaggio che se ne intende davvero, Ytzhak Arad, lituano di Święciany che combatté da partigiano i nazisti e i collaborazionisti lituani, autore di Ghetto in Flames (Ghetto in fiamme) e presidente, dal 1972 al 1993, di Yad Vashem, l’Ente Nazionale Israeliano per la Memoria della Shoah.
Sakowicz era un giornalista che fra il 1939 e il 1944, anno in cui fu trovato ucciso, abitava al limitare del bosco di Ponary (Panerių), 10 km a sudovest di Vilnius, dove avvenivano i massacri ad opera dei lituani che, come lui scrive, “più di ogni altra nazione al mondo hanno così tanti omicidi sulla coscienza”. Sakowicz faceva parte del movimento clandestino di resistenza polacca, l’Armia Krajowa. Dalla soffitta della sua baita egli continuò ad osservare per tre anni ciò che avveniva quasi ogni giorno sotto i suoi occhi, lo annotava su striscioline di carta che mise in bottiglie di limonata vuote interrate poi nel suo giardino. I suoi vicini, dopo la guerra, le trovarono e le portarono al Museo Ebraico di Vilnius.

D: Ma che cosa “avveniva sotto i suoi occhi”?
R: Nel 1941, con l’avanzata tedesca in Lituania, i sovietici abbandonarono un’area vicino a Vilnius in cui stavano costruendo una base aerea e lasciarono incompiuti gli scavi di grandi fosse in cui avrebbero interrato i serbatoi di carburante. Sul bordo di queste cave larghe fino a 30 metri e profonde fino a 8, destinate a divenire fosse comuni, i “fucilieri di Ponary” lituani e i nazisti uccisero almeno 60.000 ebrei e centinaia di oppositori polacchi, lituani, comunisti, prigionieri di guerra sovietici. I plotoni di esecuzione erano formati da giovani fra i 17 e i 25 anni; essi massacravano fino anche a 500 persone al giorno, a gruppi di 10 o 20 alla volta, anche donne e bambini persino neonati strappati al seno che stavano succhiando. I lituani incameravano gli indumenti e gli effetti personali delle vittime, i più preziosi dei quali andavano all’Einsatzkommando 9, una delle tante squadre omicida delle SS, sotto la cui direzione il 2 luglio 1941 era cominciato lo sterminio organizzato degli ebrei di Vilnius. I lituani facevano uno sporco commercio con gli abitanti dei paesi limitrofi, che venivano a comprare i beni degli uccisi. Talvolta, le scarpe “erano ancora calde”. Scrive Skowicz: “300 ebrei per i tedeschi sono 300 nemici dell’umanità; per i lituani sono 300 paia di scarpe, di pantaloni, cappotti, etc”.

D: Come mai il mondo non ha saputo nulla di tutto ciò fino al 2005, anno dell’edizione inglese?
R: In effetti la prima edizione in polacco è del 1999, e quella inglese dista 61 anni dalla morte dell’autore! Evidentemente questo è un libro molto, ma molto, scomodo. Ha dovuto superare decenni di insabbiamenti da parte delle autorità sia lituane che sovietiche. Oltre al fatto che, con l’Operazione 1005, i nazisti avevano tentato di cancellare ogni traccia dei massacri. Gli stati che ancora non sono riusciti a fare i conti con la propria storia come, appunto, la Lituania, hanno voluto mettere a tacere le pesanti accuse che venivano rivolte ai loro collaborazionisti. Accuse troppo vere, e Sakowicz il 17 settembre 1943 annota: “A Vilnius dicono che non è stato fucilato nessuno, che questo è solo quello che scrivono sui manifesti! E’ falso!”. Himmler, nel suo discorso ai capi delle SS a Poznan il 4 ottobre del 1943, disse: “Questa è una pagina gloriosa della nostra storia ma essa non è stata, né sarà mai, scritta”. E’ falso, direbbe Sakowicz! Lui l’ha fotografata questa pagina vergognosa e terribile. E ci ha passato il testimone.

D: Che insegnamento potrebbero trarre i lettori del Diario di Ponary per l’Europa di oggi, pervasa da rigurgiti di negazionismo e di nazionalismo?
R: Historia magistra vitae… Gli stati che non sono ancora riusciti a guardare con obiettività ai fatti e misfatti del proprio passato diventano un pericolo per un’Europa che voglia essere unita e realmente pacifica, equidistante dalle superpotenze che continuano a giocare a Risiko. La Lituania diffida storici, giornalisti, e chiunque altri voglia togliere qualche scheletro dal grande armadio nazionale.
Non decenni fa, ma nel 2016, è uscito un libro di Ruta Vanagaite, “Our people”, che scava nel passato della nazione e della sua stessa famiglia portando alla luce eventi tragici di stretta collaborazione della popolazione civile coi nazisti. Ebbene, l’autrice è stata minacciata di morte e invitata a lasciare il paese.
Non decenni, ma poche settimane fa, la Polonia ha promulgato quella discussa legge che nega il collaborazionismo dei polacchi e in base alla quale chi divulgasse un’opera come il Diario di Ponary, che pure è una fonte storica diretta, si farebbe tre anni di galera.
Per non parlare delle politiche filo-naziste di Poroshenko in Ucraina, di Orban in Ungheria, o della Cekia e della Slovacchia sempre più spostate a destra…
Tutti questi governi stanno commettendo lo stesso errore di un guidatore che, avendo sbandato verso il fossato a sinistra della carreggiata, con una controsterzata troppo violenta dirige il veicolo verso il fossato di destra. Chi vuole la pace con la mutua collaborazione dei popoli può davvero lasciare il destino dell’Europa intera nelle mani di siffatti guidatori?
La pace non si raggiunge senza l’umiltà e la sincera bene-volenza di leccarsi vicendevolmente le ferite, perché la banalità del male è dappertutto. Chi è senza peccato scagli la prima pietra: nessuno può dare lezioni di moralità se prima non ha fatto un serio esame di coscienza. La divulgazione dei fatti sia rispettosa dei sentimenti delle persone e l’amore per la verità non dimentichi che la sofferenza non divide ma accomuna gli esseri umani.

 

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Educazione, Europa, Interviste
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