Grande mercato transatlantico e norme sociali ancora in vigore in UE: uno smantellamento programmato

10.04.2014 - Raoul Marc Jennar

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Progetto di area di libero scambio transatlantico, TAFTA: GIi Stati Uniti e l’Unione europea in blu scuro. Gli altri eventuali membri in azzurro (NAFTA e EFTA). | Wikimedia Commons

L’Europa sociale non esiste. Nonostante promesse e impegni, nonostante la magnifica carta sociale di Torino e tutti i testi che l’hanno seguita e che hanno solo valore indicativo. Ognuno sa, ed i giuristi meglio di altri, che non ci sono diritti senza possibilità di farli rispettare. È la drammatica debolezza delle convenzioni sociali dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

Fin dal Trattato di Roma del 1957, i sei governi fondatori hanno rinunciato all’obbligo d’armonizzazione sociale parallelamente alla volontà d’armonizzazione commerciale ed economica. L’armonizzazione sociale doveva risultare, come indica l’articolo 117, “dal funzionamento armonioso del mercato„. Si vedono oggi i risultati, con 27 milioni di disoccupati ed un diritto del lavoro in totale arretramento!

L’armonizzazione dall’alto delle politiche sociali praticate in un numero elevato di quello che era l’Europa dei quindici s’è scontrata alla sistematica opposizione da parte della Commissione europea. Questa, forte del monopolio sull’iniziativa di cui è investita, ha sempre rifiutato di presentare proposte in questo senso al Consiglio dei Ministri.

Occorre dunque constatare che gli orientamenti fondamentali delle scelte europee tendono a smantellare le politiche sociali negli stati in cui esse ancora sussistono. La volontà di subordinare tutte le scelte politiche al primato della concorrenza in un quadro di libertà di circolazione e di soggiorno ha portato a questo smantellamento. Quando osserviamo le proposte e le raccomandazioni della Commissione europea agli Stati membri dell’Unione europea, diventa chiaro che l’obiettivo è quello di abolire poco a poco il diritto del lavoro come dominio giuridico specifico e non assimilabile ai rapporti civile privati. Cosa questa che ci riporterà a quel XIX secolo tanto caro ai liberali, epoca nella quale il diritto civile regnava supremo nei rapporti di lavoro, epoca nella quale è stata sempre la voce del datore di lavoro a prevalere su quella del dipendente.

Nessuno si stupirà allora se vanno nella stessa direzione le proposte fatte dalla Commissione europea al Consiglio dei ministri, approvate da quest’ultimo il 14 giugno 2013, in vista dell’adozione del mandato negoziale per la creazione di quello che viene chiamato un “partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti ” (o grande mercato transatlantico-GMT). Difatti, questo GMT fornisce l’opportunità di procedere con lo smantellamento di ciò che resta ancora in materia di norme sociali in un certo numero di Stati dell’Unione europea. Occorre forse precisare che, per la preparazione del mandato di negoziato, la Commissione europea riconosce essa stessa di avere tenuto a tale scopo, tra gennaio 2012 e aprile 2013, 119 riunioni con i rappresentanti degli ambienti padronali e finanziari?

Con il GMT, uno dei grandi obiettivi perseguiti da UE e USA – cioè dalle multinazionali transatlantiche la cui staffetta è fedelmente ripresa dai governi e dalla Commissione europea – è quello di arrivare al minore denominatore comune in materia di legislazioni e di regolamentazioni sociali. Il testo parla di “compatibilità delle regolamentazioni“ di “armonizzazione”. Tuttavia, poiché il libero scambio riguarda non solo i dazi doganali ma anche i cosiddetti “ostacoli non tariffari”, sappiamo che questo tipo di trattative tende ad ottenere norme le meno restrittive possibili per le aziende. È l’obiettivo degli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio, rispetto al quale l’articolo 3 del mandato europeo annuncia una «elevata ambizione di andare al di là»di tali accordi.

Sedicenti garanzie

Si trova, in quel documento segreto che è il mandato di negoziato, un certo numero di disposizioni presentate dalla Commissione europea e dal governo francese come garanzie atte a proteggere le norme sociali. Come, ad esempio, questa frase all’articolo 8 “L’Accordo dovrebbe riconoscere che le parti non incoraggeranno il commercio o gli investimenti diretti stranieri mediante la regressione della legislazione e delle norme in materia d’ambiente, di lavoro o di salute e di sicurezza sul luogo di lavoro, o con l’ammorbidimento delle norme fondamentali del lavoro o delle politiche e delle legislazioni che mirano a proteggere e promuovere la diversità culturale.„ Ancora, si può leggere, all’articolo 32 che “L’Accordo comporterà meccanismi per sostenere la promozione del lavoro dignitoso attraverso l’applicazione efficace a livello nazionale delle norme fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) come definite nella dichiarazione dell’OIL del 1998 relative ai principi e diritti fondamentali al lavoro, (…)».

 

Quale credibilità dare a queste«protezioni»?

Va notato che all’articolo 8 si esprime semplicemente un desiderio, e che le garanzie dell’articolo 32 non possono nulla di fronte al fatto che gli USA non hanno ratificato le norme fondamentali dell’OIL.

Non si può accordare alcun credito alle cosiddette garanzie contenute nel mandato negoziale europeo. E questo perché, all’interno dell’ordine europeo, le istituzioni europee prendono decisioni che vanno in direzione opposta.

Dalla metà degli anni ottanta e con l’arrivo di Jacques Delors a capo della Commissione europea, tutte le proposte della Commissione vanno nella stessa direzione: dare alla libertà di circolazione e di soggiorno l’interpretazione la più ampia possibile; accordare al principio della libera concorrenza un’applicazione senza limiti. Così, prendiamo ad esempio una comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 13 settembre 2001:Se sorgono problemi specifici, la Commissione vorrebbe ricevere contributi dal settore privato e dalla società civile per individuare le soluzioni che dovrebbero o potrebbero essere prese. Per contribuire a definire le possibili soluzioni, la comunicazione include un elenco non esaustivo delle possibili soluzioni. Le soluzioni proposte sono:

  • lasciare al mercato la soluzione di qualsiasi problema;

  • promuovere l’elaborazione di principi non vincolanti, comuni».

Dall’inizio della crisi, la Commissione, dotata di competenze nuove (semestre europeo, il MES, il cosiddetto Fiscal compact), emette raccomandazioni che richiedono, tutte, la liberalizzazione o la privatizzazione dei servizi pubblici, la rimessa in discussione del diritto del lavoro, lo smantellamento della sicurezza sociale. Occorre vedere con quale insistenza la Commissione si applica ad esigere dagli stati che ancora lo applicano di rinunciare al sistema di adeguamento di salari e indennità al costo della vita.

Quattro sentenze della Corte di giustizia europea (CGUE) hanno sancito il primato del mercato e della concorrenza sul diritto sociale. Le sentenze Viking, Laval, Rüffert, Commissione contro Lussemburgo hanno in comune la creazione di una gerarchia delle norme europee nella quale al primo posto si colloca il primato del mercato e della concorrenza senza limiti e che subordina il diritto sociale alle leggi di mercato.

Quale credito può essere dato alla sbandierata volontà della Commissione europea di difendere le norme sociali quando sappiamo che la stessa commissione ha presentato presso il WTO (Organizzazione mondiale per il commercio) una denuncia contro l’Egitto per aver questi imposto un salario minimo applicabile alle società europee che lavorano nel paese ?

Come possiamo, di conseguenza, credere per un solo momento che le disposizioni del mandato relative alle norme sociali siano difese di fronte agli USA da una Commissione europea che concentra i suoi sforzi interni proprio nel rimettere in discussione il lavoro dignitoso e le norme sociali?

Le “garanzie” presenti nel mandato vi sono state inserite principalmente per ottenere il supporto di tutti i governi dell’UE e fornire a questi ultimi gli argomenti utili a rassicurare la Confederazione dei sindacati europei, le centrali sindacali nazionali, i parlamentari e i cittadini, ormai legittimamente preoccupati quando si parla di liberalizzazione e grande mercato. Nemmeno per un momento si può dar credito alla Commissione europea, negoziatore unico, di avere la volontà di far rispettare quelle stesse disposizioni che essa combatte ogni giorno in ambito europeo.

Una «giustizia» privata per il settore privato

Inoltre, prevedendo, all’articolo 32 del mandato negoziale europeo, il ricorso ad un meccanismo di risoluzione delle controversie in materia sociale, i nostri governi sono disposti ad affidare a gruppi di arbitrato privato il compito di risolvere qualsiasi conflitto su leggi e regolamentazioni in materia sociale tra un’azienda o società privata e le istituzioni, togliendo quindi ai nostri tribunali qualunque potere decisionale su tali controversie. Un meccanismo di risoluzione delle controversie non rappresenta in alcun modo un tribunale: è una struttura creata caso per caso, composta da individui scelti dalle parti, che delibera in segreto e le cui decisioni sono senza appello. Una struttura di questo tipo persegue un unico scopo: dare ragione all’azienda privata. Lo dimostra chiaramente l’esempio dell’accordo di libero scambio Canada-USA-Messico firmato 20 anni fa e che funge da modello per il GMT.

Bisogna fare di tutto per far fallire queste negoziazioni UE-USA che trasformerebbero, se andassero in porto, i 28 stati dell’UE in 28 colonie americane.

Raoul Marc JENNAR

Autore di «Le grand marché transatlantique. La menace sur les peuples d’Europe», Perpignan, Cap Bear Editions, marzo 2014.

Traduzione dal francese di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Categorie: Economia, Europa, Internazionale, Opinioni
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