L’Africa e gli africani nello specchio degli altri

25.06.2013 - Nelsy Lizarazo

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

 Di Mbuyi Kabunda.

Pubblicato in alai.net.

Quando si parla di realtà africana, generalmente prevalgono due linee opposte, quasi dogmatiche che sono da una parte l’afro-pessimismo cronico e dall’altra l’afro-ottimismo di compiacimento. E’ necessario allontanarsi da questi paradigmi per intraprendere il cammino dell’afro-realismo e della afro- responsabilità, che consistono nello spiegare la realtà non già a partire dai suoi effetti bensì dalle sue cause, storiche e attuali, strutturali e congiunturali, esterne e interne, liberandosi dai facili semplicismi.

In un mondo dominato dai pregiudizi eurocentrici, scrivere qualcosa di positivo sull’Africa – che si tende a considerare una nazione omogenea invece di un continente – vuol dire scrivere ciò che nessuno leggerà. Vale a dire che esiste un vero e proprio complotto mediatico nei confronti dell’Africa e degli africani, collocati in fondo nella gerarchia delle società umane.

Afro-pessimismo o ultimo avatar della ideologia razzista

L’afro-pessimismo, che si ispira alle tesi di Hegel del XIX secolo, è rinato agli inizi degli anni ’60 con l’analisi negativa di René Dumont, che pose la questione allarmante del modello di sviluppo adottato dai paesi africani, prima di trasformarsi in afro-pessimismo cinico o afro-catastrofismo, descritti dalla “negrologia” di Stephen Smith e nel discorso di Nicolas Sarkozy a Dakar nel luglio 2007, nel quale si affermava che gli africani non hanno né storia né cultura dato che “continuano a vivere da millenni secondo i ritmi delle stagioni e della natura”.

L’afro-pessimismo vigente è l’ultimo avatar del disprezzo e dell’ arroganza occidentale nei confronti dell’Africa e dei suoi abitanti – sia per il ragionamento superficiale che per le mezze verità – attribuendo la responsabilità degli insuccessi africani a fattori interni, grazie all’ambiguità intellettuale sia delle organizzazioni internazionali  e dei loro rapporti negativi riguardanti il continente (per poter giustificare soprattutto negli anni ottanta le politiche di aggiustamento strutturale) sia dei mezzi di informazione che in tal modo hanno contribuito alla diffusione dell’idea di “disordine africano” e disperazione in quanto a futuro del continente.

Se la povertà continua a crescere, così come fame, calamità naturali, migrazioni, “guerre tribali e crudeli”, colpi di stato e dittatori corrotti, ebbene se questa lunga serie di tragedie che vivono i popoli africani persiste, le cause sono da ricercare nell’incapacità e nell’inettitudine degli africani stessi.

Raramente si parla dei successi, del dinamismo di questi popoli e del “rinascimento africano”. E nemmeno si sottolinea ad esempio la responsabilità del peso del debito nel dramma africano, dei disastri umani e sociali generati appunto dai programmi di aggiustamento strutturale, del vero e proprio saccheggio delle risorse naturali e dell’occupazione della terra africana da parte delle multinazionali, o infine del fallimento degli aiuti allo sviluppo, ovvero delle perverse pratiche che hanno trasformato l’Africa in fulcro per esportare di capitali.

Questa ideologia è pericolosa non soltanto per la sua connotazione razzista ma anche perché è stata assimilata e riprodotta da alcuni intellettuali africani, che hanno creduto di dover adottare nei confronti delle loro società un’attitudine critica molto apprezzata dai méntori occidentali. Si tratta però di una critica spicciola, spesso superficiale, che riproduce le critiche occidentali stesse.

Sfortunatamente, secondo quando denuncia Boris Diop, il problema con il pubblico occidentale in genere è godere nel sentire che proprio gli africani denigrano l’Africa. Secondo questo autore, i così detti intellettuali africani, interessati ad attirare attenzioni e simpatica da parte del pubblico europeo, sono abituati a denigrare le proprie società, presentandole come retrograde, oppressive e crudeli. L’obiettivo è mantenere la coscienza tranquilla e responsabilizzare gli africani circa le proprie disgrazie e i propri problemi.

La afro-destra del latinoamerica, secondo la definizione offerta da Jesús Chucho García, sta riproducendo lo stesso discorso in Africa per compiacere i conquistatori e ottenere più o meno gli stessi risultati. Questa corrente della discendenza afro, che si è nutrita dell’euro-centrismo e dei suoi giustizieri, si rifiuta di considerare l’Africa come la madre patria a causa dei presunti insuccessi che  questo continente incarna, cui si aggiunge la vergogna per le umiliazioni subite nel passato, fino a cadere nell’apologia degli argomenti negativi diffusi dai media e da alcuni ambienti occidentali. Ha interiorizzato la storia dei “vincitori” per convenienza o opportunismo, diventando così detrattrice della “autenticità africana”.

In altre parole, quella che viene definita la afro-destra è caduta nell’euro-centrismo impregnandosi di letteratura negrofoba e alleandosi con i peggiori responsabili e con i colpevoli di crimini contro l’umanità o contro i suoi stessi antenati. Ci troviamo dunque di fronte ad altre vittime, tuttavia consapevoli. Questa attitudine masochista di etno-colonizzazione e autoflagellazione, analizzata nelle opere di Aimé Césaire, Frantz Fanon o Albert Memmi e propria dei popoli che hanno subito dominazioni, si spiega con la tendenza di alcuni membri di questi gruppi a giudicare loro stessi, non tanto con il proprio metro ma piuttosto con i criteri interiorizzati dai conquistatori.

In definitiva, come afferma lo studioso accademico Abiola Irele, l’afro-pessimismo invece di essere una vera preoccupazione per la situazione attuale e del futuro, diventa una visione cinica che consente ad alcuni intellettuali occidentali di sfruttare l’Africa come risorsa per il loro commercio e giustificare le loro carriere nei programmi delle istituzioni incaricate di sviluppo e organizzazione dei governi in Africa, insistendo in una visione negativa e distorta del continente.

Decostruzione delle basi del pensiero afro-pessimista

“I popoli africani sono privi di storia e cultura”

La presunta disgrazia permanente degli africani ha origine nella versione biblica della “maledizione di Cam”, figlio di Noé, dal quale discenderebbe la razza negra (“razza camitica”). Si tratta di un’invenzione, di un discorso medioevale per legittimare o giustificare il fenomeno della schiavitù, dato che consisteva nel negare agli africani la loro umanità e con l’obiettivo ultimo di recuperare la mano d’opera necessaria per le piantagioni del nuovo mondo.

In quanto alla teoria sull’assenza di storia nel continente, questa fu elaborata dai colonizzatori per giustificare la colonizzazione stessa e la “missione civilizzatrice”. Non ha nessun fondamento. E’ di fatto ampiamente dimostrato che la civiltà faraonica nera fu figlia e non madre delle civiltà africane (vedere i lavori del professor Cheikh Anta Diop). L’antropologo Maurice Delafosse dimostrò che fino al XV secolo le società africane avevano lo stesso grado di sviluppo delle equivalenti società arabe o europee (regno del Congo, imperi del Gana, Mali, songhai, Danem-Bornù. Benin, Monomotapa…)

Non si può neppure affermare che l’Africa fosse priva di cultura prima dell’arrivo degli europei.

A provarlo la persistenza dei valori culturali africani nella santeria cubana, nel candomblé, nella macumba brasiliana e nella cultura latinoamericana in generale.

I racconti dei navigatori del XV e XVII secolo mettono in evidenza il fatto che l’Africa nera fosse una terra di brillanti civiltà ben strutturate.

 “ L Africa é un continente destinato al sottosviluppo e alla povertà”

Siamo soliti  ignorare il fatto che il sottosviluppo africano non è una fatalità irreversibile. E’ bensì il risultato di meccanismi di sfruttamento e aggressione, di ingiustizie internazionali istituzionalizzate, insieme alla cattiva gestione dei governi post coloniali inclini al neopatrimonialismo (clientelismo) e alla predoneria. E’ importante sottolineare in questo la responsabilità dell’educazione ricevuta dalle classi dirigenti, cresciute nell’ammirazione di tutto ciò che è europeo e, al contrario, nel disprezzo di ciò che è africano, e che René Dumont esprime in questi termini: “I governanti africani sono nostri studenti. Sono stati educati nelle nostre università, eserciti o amministrazioni, oppure nelle università africane neocoloniali. Sedotti dal nostro modello di vita e di sviluppo, hanno appreso da noi come rovinare l’Africa”.

In ogni caso, bisogna relativizzare l’insuccesso del continente africano che ha fatto importanti passi avanti per ciò che riguarda lo sviluppo umano. Si confonde l’insuccesso con la resistenza dei popoli africani nei confronti del modello economico e sociale dominante, coloniale e occidentale.

Il giudizio degli insuccessi africani contrasta con le seguenti realtà: il tasso di crescita annuo intorno al 5% nel 2012-2013, ha evidenziato che l’Africa è il continente che meglio ha resistito alla crisi fra tutti i paesi industrializzati, del Medio Oriente e emergenti, divenendo fonte di rivalità tra Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Cina, tutti in corsa per conquistare i mercati africani.

“I conflitti africani sono etnici e l’Africa non è pronta per la democrazia”

 Vari studi, anche accademici, attribuiscono le cause dei conflitti a semplici e unici aspetti etnici o tribali. I fatti hanno dimostrato negli ultimi dieci anni che questa convinzione è sbagliata. I conflitti che coinvolgono paesi come Sudan, Angola, Ruanda, Sierra Leone, Liberia e Somalia, hanno evidenziato vari fattori, locali, nazionali, regionali e internazionali, in particolare guerre per il potere e abusi di potere, la rottura tra stato e nazione, insieme a interessi geopolitici delle potenze esterne e delle multinazionali petrolifere o minerarie che, in cerca del monopolio sui profitti, appoggiano i governi, la guerriglia, o entrambi a seconda dei casi.

La tesi sulla mancanza di maturità degli africani per la democrazia, prevalente in molti ambienti politici occidentali, ha una forte connotazione eurocentrista nell’identificare la democrazia, e anche lo sviluppo, con la civiltà occidentale. I fatti non corrispondono a queste convinzioni. Sta infatti nascendo una nuova generazione di governanti africani più democratici e rispettosi dei diritti umani.

Ciò che ha distrutto l’Africa non è lo sviluppo o la democrazia, che non sono prodotti di importazione o esportazione, ma il mimetismo del modello occidentale o occidentalizzazione. Questo va interpretato come la resistenza dei popoli africani a modelli imposti.

Conclusioni

Si tratta di rifiutare qualsiasi modo di pensare all’Africa e alle sue diaspore partendo dal punto di vista degli altri o dei vincitori, di coloro che hanno il monopolio dei mezzi di informazione. Scommettiamo nell’afro-centrismo (aperto, non chiuso) o nell’afro-centralità che consiste nel subordinare le relazioni interne alla razionalità interna, nel dare priorità alle esigenze dello sviluppo interno rafforzando le capacità di azione degli africani. Solo così l’Africa uscirà dall’esclusione internazionale e avrà un certo controllo sul proprio destino, oggi in mano ad altri.

 –          Mbuyi Kabunda è professore di Relazioni Internazionali e Studi Africani all’Istituto Internazionale di Diritti Umani di Strasburgo e del Gruppo di Studi Africani dell’Università Autonoma di Madrid. Direttore dell’Osservatorio degli Studi sulla Realtà Sociale dell’Africa Sub-Sahariana.

Articolo pubblicato nel numero di giugno (486) della rivista America Latina en Movimiento, intitolato “Sguardi del movimento afrolatinoamericano” http://alainet.org/publica/486.phtml

http://www.alainet.org/active/64986

Tradotto da Eleonora Albini

Categorie: Africa, Opinioni, Politica, Questioni internazionali

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