Nakba e Diritto al Ritorno: Nuove Sfide per i Palestinesi delle Nuove Generazioni

15.05.2013 - Elisa Gennaro

“Vi chiedo di rimanere gli stessi

per quelli che sono in esilio e quelli che sono rimasti.

Il tempo passa e se io tornassi a casa mia

La dipingerei di hennè per i miei cari “

(Canzone palestinese)

 

di Miriam Abu Samra*

Sin dalla Nakba il Ritorno dei profughi è stato una prerogativa della lotta palestinese. Eppure, l’approccio a questa fondamentale Questione è radicalmente cambiato nel corso degli anni a causa delle numerose trasformazioni nella visione e nelle strategie politiche che hanno caratterizzato il movimento nazionale palestinese. E’ quindi necessario fare un’analisi approfondita di questo cambiamento della retorica, delle linee politiche e degli obiettivi del movimento, che sì è esemplificato negli accordi di Oslo del 1993 e che ha plasmato la lotta palestinese, al fine di elaborare delle strategie di successo che finalmente consentano ai palestinesi di soddisfare la loro ambizione di giustizia, di liberazione e, ovviamente, di ritorno alle loro case e villaggi originari.

Infatti, mentre nei primi anni di lotta l’indirizzo politico, il programma e gli obiettivi dei movimenti di resistenza erano ispirati a principi anti-coloniali e l’ambizione alla liberazione e al ritorno permeavano il movimento nazionale, a partire dalla metà degli anni 70 si è assistito ad un graduale cambiamento, lento ma costante, del linguaggio politico e delle strategie dell’ Organizzazione pe la Liberazione della Palestina (OLP) che ha inevitabilmente influenzato l’approccio politico e strategico al diritto al ritorno. All’indomani della Nakba la lotta palestinese ambiva ad ottenere Giustizia: totale liberazione della Palestina e ritorno di tutti i profughi erano due facce della stessa medaglia, due concetti impossibili da separare, essendo il raggiungimento della liberazione della Palestina ancestrale e il ritorno della sua popolazione indigena, intrinsecamente interconnessi. La trasformazione dell’OLP nelle sue pratiche organizzative e nel indirizzo politico – da movimento rivoluzionario in lotta per ottenere liberazione e  giustizia, ad apparato “quasi-statale” disposto a creare un mini-stato[1], impegnato solo a negoziare confini e a discutere di “autonomia” e di rappresentanza – ha privato la lotta del suo spirito anti-coloniale e ha lentamente minato la sua unità di intenti e obiettivi. Questo processo si è concretizzato definitivamente con gli Accordi di Oslo.

Gli accordi del 1993 hanno, infatti, formalizzato questa trasformazione e compromesso drasticamente la visione politica della lotta: Oslo ha sancito la frammentazione della società palestinese dividendola in “entità diverse” con scopi politici apparentemente diversi ed ha decretato la marginalizzazione della maggioranza del popolo palestinese escludendo i profughi dal fantomatico processo di pace e ponendoli, di fatto, fuori dal movimento nazionale.[2] Riducendo la lotta rivoluzionaria, anticoloniale palestinese per la giustizia, la liberazione e il ritorno a una mera negoziazione di “terra in cambio di pace”, e rifiutando di riconoscere la natura “di principio” della lotta e l’unità, la coerenza e l’omogeneità dei suoi obiettivi, il “processo di pace” ha trasformato la frammentazione geografica a cui la società palestinese è costretta in una frammentazione di ambizioni, di visione e di strategie politiche. La lotta palestinese per la giustizia, la liberazione e il ritorno è quindi diventata la questione della “linea verde” o un “problema di confini”, la “questione di Gerusalemme”, la “questione di Gaza”, la “questione degli arabi-israeliani”, e la “questione dei profughi”, solo per citare alcuni esempi. Numerosi tentativi sono stati fatti a vari livelli politici e diplomatici per trovare soluzioni a queste diverse “questioni”, come se queste “questioni diverse” non fossero tutti parte della stessa lotta: una lotta che può essere vinta solo se combattuta nella sua complessità, affrontando le diverse problematiche come emanazione di uno stesso progetto di oppressione, repressione e disprezzo della giustizia. Queste “questioni” quindi, devono essere analizzate e combattute per quello che sono: la conseguenza della colonizzazione sionista della Palestina e la pulizia etnica della sua popolazione indigena.

La frammentazione politica palestinese si è ulteriormente e definitivamente acuita con la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e la conseguente marginalizzazione dell’OLP. Il “riposizionamento” dell’OLP e la sua trasformazione politica e infrastrutturale che Oslo ha sancito, hanno contribuito in maniera sostanziale all’isolamento di vari “settori” della società palestinese, e di fondamentali “aspetti” della lotta. Infatti, con gli accordi di Oslo, il progetto trans-nazionale di liberazione nazionale, che l’OLP aveva originariamente guidato, è stato drasticamente interrotto e le divisioni geografiche e politiche che hanno smembrato e spezzettato la lotta palestinese sono state rafforzate. L’OLP è diventata un “guscio vuoto”, che tenta di ristabilire la sua legittimità sull’eredità di ciò che è stato in passato, di ciò che simbolicamente rappresentava, e di ciò che milioni di palestinesi hanno sperato che potesse ritornare ad essere: di fatto però, l’OLP ha lasciato le ambizioni politiche della sua gente nel vuoto.

In questo processo di “depoliticizzazione della lotta palestinese,”[3] i profughi hanno pagato un prezzo salato: non solo sono geograficamente e politicamente separati dal resto del loro popolo, ma all’interno della stessa  “categoria di profughi palestinesi,” sono stati identificati “gruppi” diversi: varie soluzioni sono state discusse per i palestinesi nei campi profughi nei paesi arabi mentre la “shatat”, la “diaspora”[4] in particolare nei paesi occidentali, viene considerata sempre meno, e sempre meno frequentemente gli viene riconosciuto un ruolo politico nella lotta, come se le “migliori condizioni” delle quali questi palestinesi godono, il non vivere in una tenda o un campo profughi, li privasse di qualsiasi rilevanza e ruolo quando si discute la “questione dei rifugiati.”

In questo contesto, è stato notato che

“Due discorsi hanno dominato il ritorno dei profughi palestinesi nel corso degli ultimi due decenni. La prima – sostenuta dal processo di Oslo – intende il ritorno in una ottica di realpolitik: Qualsiasi attuazione di ritorno palestinese deve essere conforme alla volontà politica, economica e demografica dell’establishment israeliano. Questo approccio è emerso recentemente  nella dichiarazione di Mahmoud Abbas, che ha dichiarato di non avere più diritto di vivere nella sua città natale di Safad. Il secondo riguarda il diritto di ritorno individuale e collettivo così come è articolato dal diritto internazionale, le convenzioni umanitarie e delle risoluzioni dell’ONU. I discorsi non si escludono a vicenda, né sono di dominio di un particolare gruppo sociale, palestinesi, israeliani o altro.

Tuttavia, le prospettive palestinesi in questi due discorsi hanno questo in comune: entrambi sono essenzialmente di natura difensiva. Il discorso sostenuto da Oslo cerca “soluzioni creative” per accomodare l’eccezionalismo sionista – in particolare il desiderio di una etnocrazia basata su e garantita da una maggioranza ebraica. Il discorso basato sui diritti tenta di difendere diritti acquisiti dei rifugiati palestinesi contro i tentativi di minarli, offuscarli o negoziarli e cancellarli. Nessuno dei due approcci parla direttamente dei bisogni immediati e le aspirazioni dei palestinesi stessi, siano essi rifugiati, profughi o sfollati.”[5]

In questo senso, gli analisti di Al-Shabaka continuano, la “discussione sul ritorno dovrebbe essere basata sul concetto di decolonizzazione. Considerando le dimensioni dell’esilio palestinese, le implicazioni di questa decolonizzazione trascendono i confini della Palestina storica.”[6]

Prendendo questa analisi come punto di partenza, ritengo che l’unico approccio sensato e possibile per il ritorno dei profughi palestinesi è “ri-inquadrare” la lotta nella sua natura originale anti-coloniale: è necessario ri-inserire il ritorno dei rifugiati nel quadro più ampio di una lotta di resistenza, rivoluzionaria, per la giustizia e la liberazione, l’unico contesto che restituisce autenticità di principi e l’unica lotta che può essere vinta. E, il primo passo in questo senso, a mio avviso, è correggere ciò che la frammentazione di visione e strategie, la graduale trasformazione nella politica palestinese cristallizzata con gli accordo di Oslo, hanno causato: i palestinesi devono ritrovare l’unità di intenti e riscoprire i principi fondamentali alla base della la lotta. Il popolo palestinese deve riunificare stesso, i palestinesi devono superare la dispersione e “ricostruire” la loro società intorno a una visione condivisa che (ri)conosca finalmente la coesione intrinseca ed inestricabile della lotta per il ritorno dei profughi e la lotta anti-coloniale per la liberazione totale dalle sovrastrutture coloniali ed imperialiste imposte alle loro vite.

Oggi, a 65 anni dall’inizio della Nakba, questa sfida è ancora più ambiziosa: due e addirittura tre generazioni di palestinesi hanno vissuto fuori della Palestina, e mentre il legame con i villaggi e con le città d’origine rimane forte anche tra i più giovani, le differenze culturali, economiche, di esperienze sociali e di vissuto quotidiano sono più marcate e significative dei decenni precedenti. I palestinesi in tutto il mondo affrontano oggi una nuova e più impegnativa responsabilità: “costruire” un’identità politica palestinese comune, in grado di integrare queste diversità e riformulare una visione della causa basata sui principi “rivoluzionari”, di giustizia, liberazione, resistenza, una visione condivisa collettivamente, al fine di elaborare una strategia di successo per la lotta palestinese. In questo senso, l’esperienza del Movimento Giovanile Palestinese (PYM) rimane il tentativo contemporaneo più radicale.

Il PYM è un movimento transnazionale fondato da giovani palestinesi, dalla Palestina e in esilio in tutto il mondo: è un movimento che sta giocando un ruolo fondamentale nello sviluppo di strategie transnazionali che permettano alle nuove generazioni di riorganizzare la lotta con una visone comune, una linea programmatica ed organizzativa unitaria, obiettivi politici e strategie condivise collettivamente. Il PYM è consapevole del ruolo fondamentale dei giovani nella lotta nazionale e del loro indispensabile contributo nella ri-elaborazione di  un approccio politico che affronti la vera natura della lotta. Soprattutto, nel PYM si è della convinzione che le nuove generazioni debbano assumersi la responsabilità di rimettere in collegamento la società palestinese dispersa e frammentata: “molti giovani palestinesi continuano a sostenere la necessità di un movimento popolare come unico meccanismo per vincere la loro lotta per la libertà.”[7]

La risposta del PYM alla frammentazione sociale e politica imposta al nostro popolo è permeata delle memorie eterne dei nostri antenati, della resistenza persistente dei nostri fratelli e sorelle eroicamente rimasti nei loro villaggi, della dolorosa nostalgia di coloro che sono nati in esilio , della fame dei nostri prigionieri e della convinzione che solo la giustizia può renderci liberi. Re-inserendo la lotta nel suo contesto originario anti-coloniale, il PYM identifica la giustizia, la liberazione e il ritorno quali principi fondamentali che ispirano la lotta, sottolinea il legame intrinseco e inscindibile tra la liberazione della Palestina e la liberazione del mondo arabo e rimarca il ” modello di lotta comune “con gli altri popoli oppressi nel mondo.

La risposta del PYM alle sfide contemporanee si basa sulla consapevolezza che la lotta palestinese è la lotta di tutti gli oppressi, che la nostra Nakba è la “Catastrofe” di tutti i popoli colonizzati del mondo, che il nostro ritorno è la fine del viaggio doloroso di tutti gli espropriati ed esiliati: la nostra lotta non ha “confini”, la nostra lotta è una lotta di principio, è una lotta per la giustizia.

“Si ritorna in Palestina per mezzo della liberazione e con dignità, e non con attesa e compromessi, da tutte le regioni, urbani e rurali, con lo spirito di rivolta generato dalle ingiustizie e la motivazione collettiva ad affrontarle. La liberazione della Palestina e di altri territori arabi occupati sarà raggiunta non senza l’istituzione di una entità politica, un movimento nazionale, con obiettivi unitari che imponga la fine di qualsiasi sistema di dipendenza e di dominio, e chieda la liberazione della Palestina dal Giordano al Mediterraneo.”[8]

Miriam.Abu.SamraMiriam Abu Samra

Mjriam Abu Samra è una donna italo-palestinese. Ha vissuto tutta la sua vita in Italia dove ha contribuito alla creazione dell’associazione giovanile “Wael Zuaiter” e alle attività culturali e politiche dei giovani palestinesi a Roma. Al momento vive in Giordania dove sta completando le ricerche per il dottorato in Relazioni Internazionali presso l’Università di Oxford, Regno Unito. La sua ricerca riguarda i Movimenti studenteschi e giovanili palestinesi dalla Nakba alle Rivoluzioni Arabe. E’ membro del Consiglio Centrale internazionale del Movimento Giovanile Palestinese transnazionale (PYM).

 

Una versione di questo articolo verrà inclusa in inglese nel booklet del PYM “Nakba 2013”

 


[1] Alain Gresh “The Palestinian Dream On”, Le Monde Diplomatique, 149, Paris, Jul/Sept 1998.

[2] Joseph Massad “Oslo and the end of the Palestinian Independence”, Al-Ahram Weekly, 982, 21-27 Jan 2010 disponibile a http://weekly.ahram.org.eg/2010/982/re7.htm visionato il 05 Settembre 2010.

[3] Ibid.

[4] L’utilizzo del termine “Diaspora” con riferimento ai Palestinesi è controverso ed oggetto di dibattito tra intellettuali e politologi: si è infatti  notato che  il termine Diaspora sembra implicare una accettazione della condizione di esiliato e di conseguenza una “astrazione” del diritto al ritorno. I palestinesi quindi andrebbero identificati non come Diaspora ma come comunità di profughi in modo tale da riconoscere la natura forzata del loro esilio e la necessità di trovare meccanismi che implementino il diritto al ritorno. Per approfondimenti vedi: Arrar, Tareq “Palestinians exiled in Europe” in Al Majdal (Spring 2006) pp. 41-45.

[5] Ahmad Barclay and Dena Qaddumi “Reframing Palestinian Return: A New Al-Shabaka Policy Circle” Al Shabaka, 25 November 2012, disponibile a http://www.al-shabaka.org/reframing-palestinian-return-new-al-shabaka-policy visionato il 28 Gennaio 2013. (Traduzione dell’autore)

[6] Ibid. (Traduzione dell’autore)

[7] Loubna Qutami “Arab Revolutions and the Palestinian Youth Movement” contributo presentato presso American Studies Association Conference, (Ottobre 2011) (traduzione dell’autore)

[8] Comunicato stampa finale del Arab Youth Conference for Liberation and Dignity organizzato dal PYM (Dicembre 2012) (Traduzione dell’autore).

 

Categorie: Comunicati Stampa, Medio Oriente, Politica, Popoli originari, Questioni internazionali
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