Il lungo viaggio della parola nella cura della follia

22.01.2013 - Maria Giovanna Farina

La parola e la cura iniziarono un comune cammino tanto tempo fa, inconsapevoli del loro imprescindibile, indissolubile e benefico rapporto di cooperazione nella terapia. Quanto è efficace la parola nella cura della malattia mentale? Questo mio breve percorso di indagine desidera focalizzare il suo punto di origine, la sua evoluzione e i suoi sviluppi per cercare una risposta attraverso il pensiero di taluni studiosi di grande importanza teorica e pratica. Prendo le mosse, partendo dalla contemporaneità, ritornando al passato e poi ancora al presente, dalle considerazioni del filosofo Michel Foucault (1926-1984) circa la condizione di esclusione sociale della follia: le sue riflessioni sono a mio avviso imprescindibili. Chi è folle, alienato, altro da sé, o ritenuto, tale non ha alcun diritto, è escluso e tenuto a opportuna distanza. Dopo l’apertura dei cosiddetti manicomi, la follia avrebbe dovuto farsi epifania: mostrarsi senza alcun velo protettivo, ma non è stato così. Ma siamo certi di cosa sia davvero Follia? Non sarà qualcosa che ancora volutamente viene obliato? Una condizione umana da nascondere agli occhi della presunta normalità?

Nel dicembre del ’70, il filosofo Michel Foucault durante la lezione inaugurale al Collège de France di Parigi lesse un discorso, divenuto il famoso testo L’ordine del discorso, dove afferma:

[…] suppongo che in ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurare i poteri e i pericoli, di padroneggiare l’evento aleatorio, di schivarne la pesante, terribile materialità. 1

Il filosofo francese considera come la produzione del discorso sia soggetta ad una sorta di censura che si attua attraverso un certo numero di procedure come quella di esclusione, interessante per la nostra riflessione:

Esiste, nella nostra società, un altro principio di esclusione: non più un interdetto ma una partizione (partage) e un rigetto. Penso alla opposizione tra ragione e follia. Dal profondo Medioevo il folle è colui il cui discorso non può circolare come quello degli altri: capita che la sua parola sia considerata come nulla e senza effetto, non avendo né verità né importanza, non potendo far fede in giustizia, non potendo autenticare un atto o un contratto, non potendo nemmeno, nel sacrificio della messa, permettere la transustanziazione e fare del pane un corpo; capita anche, in compenso, che le attribuiscano, all’opposto di ogni altra parola, strani poteri, quello di dire una verità nascosta, quello di annunciare l’avvenire, quello di vedere del tutto ingenuamente quel che la saggezza degli altri non può scorgere. 2

Nell’antitesi ragione-follia si insinua indisturbato e con un certo grado di prepotenza il potere del divieto. Del divieto ad esprimere il proprio pensiero: sei folle e ciò che dici, in ogni produzione della tua esistenza, rimane inattendibile. Con questo criterio si può far tacere anche una profonda verità. La sua verità, quella visione del mondo reale e concreta che appartiene solo a lui. Se è vero che il folle nella propria alterazione e allucinazione scorge una dimensione altra rispetto a quella condivisa universalmente, è altrettanto plausibile e sacrosanto il suo poter/dover raccontare la propria esperienza di esistenza a qualcuno cui interessi: questa diventa libertà nella e della cura.

[….] per secoli in Europa la parola del folle o non era intesa [….] O cadeva nel nulla – rigettata non appena proferita; oppure vi si decifrava una ragione ingenua o scaltrita, una ragione più ragionevole di quella della gente ragionevole [….] La follia del folle si riconosceva attraverso le sue parole; ma non erano mai accolte né ascoltate. 3

Per comprendere la follia, la psicosi, è invece assolutamente necessario ascoltare e saper decodificare la parola, quel suono umano che il linguista Ferdinand de Saussure, nella sua distinzione tra langue/parole, significante/significato, ritiene altro dalla lingua. La lingua è un codice di regole e di strutture grammaticali che ognuno prende dal proprio contesto sociale senza poterle alterare. La parole invece è il momento individuale, variabile e creativo del linguaggio, il modo cioè con cui chi parla

utilizza il codice della lingua in vista dell’espressione del proprio pensiero personale” 4

Questo studio sulla lingua fornisce lo spunto culturale e teorico per la nascita dell’ascolto terapeutico, ascolto di ciò che esiste al di là di quella cosa che si palesa: il mettersi in ascolto di quell’Altro che parla esprimendosi con determinate parole e non con altre. Parole che vanno indagate. La deleteria consuetudine all’in-ascolto del folle ha creato terreno fertile al non accoglimento di chi non è ritenuto conforme, atteggiamento negativo che non si è fermato al disinteresse bensì, andando oltre, si è spinto alla negazione della sua verità.

Dice Foucault

Mai prima della fine del XVIII secolo, un medico aveva avuto l’idea di sapere ciò che era detto (come era detto, perché era detto), in questa parola che pur tuttavia stabiliva la differenza. Tutto l’immenso discorso del folle si risolveva in rumore; e la parola non gli era data che simbolicamente sul teatro in cui si faceva avanti, disarmato e riconciliato, poiché vi sosteneva la parte della verità con la maschera. 5

Colpisce la grande attualità del discorso, il parlare di sé del folle che si fa, diviene, rumore: il rumore è qualcosa di fastidioso che si oppone al suono ritenuto invece armonioso e di gradevole ascolto. Quando il rumore è sottofondo costante conduce al non-ascolto e, anche se può trasmettere significando qualcosa di rilevante, nessuno presta più attenzione. Il rumore procura fastidio, quando si fa troppo rumore si ottiene disinteresse. Pensiamo al caso in cui per criticare con la satira si fa spettacolo spettacolarizzando anche su gravi fatti di corruzione, collusione e abuso: tutto portato al paradosso e all’eccesso desta interesse e ilarità ad un’analisi più superficiale, in realtà col tempo si risolve in tanto rumore per nulla. Così l’immenso discorso del folle, divenendo rumore, perde la sua natura significante. Al folle, e a chi non è conforme allo status quo, viene data solo la possibilità della maschera, una tragica copertura della verità negata.

[…] si dirà che tutto questo è finito oggi…ma tanta attenzione non prova che la vecchia partizione non sia più valida oggi: basta riflettere a tutta l’armatura del sapere attraverso cui decifriamo questa parola; basta pensare a tutta la rete di istituzioni che consente a qualcuno, medico, psicoanalista, di ascoltare questa parola e che consente nello stesso tempo al paziente, di venir a portare o a trattenere disperatamente, le sue povere parole; basta riflettere a tutto questo per sospettare che la partizione, lungi dall’essere cancellata, agisce altrimenti, secondo linee diverse, attraverso nuove istituzioni […] e quand’anche il ruolo del medico non fosse quello di prestare orecchio a una parola finalmente libera, l’ascolto si esercita pur sempre nel mantenimento di una cesura […] 6

L’opposizione ragione-follia è solo apparentemente estinta e in questo discorso Foucault mette in luce il potere di chi ascolta. Un potere che può diventare arbitrio se chi ode non è libero dagli stereotipi sulla diversità, sul non senso delle parole degli alienati che, nei casi gravi, divengono “insalate verbali”. Eppure quelle parole, se studiate, sanno comunicarci qualcosa. Le parole sono la materializzazione del pensiero, per conoscere ed indagare il pensiero si parte dal discorso del soggetto. È importante sottolineare che chi ascolta e deve comprendere fa una traduzione, deve dare senso e nel farlo può fuorviare e tradire il senso. Questa condizione ha le sue origini in Ermes, il messaggero degli dei, colui che spiega e quindi tra-duce il loro dire, l’interprete è di conseguenza sempre un tra-ditore. L’Ermeneutica filosofica ai suoi albori è pertanto teologica, Heidegger ci spiega con chiarezza il suo significato filosofico:

[…] ermeneuein è quell’esporre che reca un annuncio, in quanto è in grado di ascoltare un messaggio […] Ermeneuein non significa primariamente interpretare ma prima di questo il portare messaggio e annuncio 7

Questa condizione dell’ermeneuta, svincolata dalla Teologia, diventa capacità di ascolto che non tradisce il senso ma lo porta fuori, nel senso che lo sa condurre-al-di-fuori della mente simbolicamente rappresentata dall’entità divina: si porta fuori attraverso il mediatore che, ascoltando, si fa messaggero. Chi “estrae” non può subito interpretare, o meglio non può farlo se non prima abbia compreso, studiando, osservando e ascoltando, chi parla e le sue parole. Quella parole di cui raccontava de Saussure: la produzione personale.

Anche se il matto è stato liberato, sciolto dai vincoli dalle catene da Philippe Pinel, la cui opera Il trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale e la mania è uscita nell’ottobre del 1800, per Foucault non sembra esserci via di scampo. Facendo quindi un balzo indietro di oltre un secolo prendiamo in considerazione Pinel, psichiatra e filosofo che libera i folli custoditi in un regime di vera deprivazione della libertà, non solo fisica ma anche morale. Durante gli anni 1793-1795 in cui è medico presso l’ospedale di Bicêtre a Parigi, Pinel attuando la liberazione dalle catene fa un gesto che mette in risalto la possibilità della cura per ogni malato di mente, e con ciò non dice che tutti sono guaribili, ma dà inizio alla psichiatria moderna creando una vera e propria rottura epistemologica con la concezione antica della malattia mentale. Anche dal punto di vista etico c’è la presa di coscienza che ogni folle è una persona che non può essere trattata in modo disumano. In un passo della sua opera afferma, riferendosi ai luoghi, ciò che ben rappresenta la detenzione psichiatrica dell’epoca:

[…] la grossolana durezza, i colpi, le percosse, oserei dire i trattamenti atroci, e talora mortali che si possono perpetrare in quegli ospizi di alienati in cui gli inservienti non sono tenuti sotto controllo con la più attiva e severa vigilanza. 8

La teoria psichiatrica di Pinel è una teoria delle passioni, passioni che se portate all’eccesso conducano alla follia. Va sottolineato che terapia morale non ha nulla a che vedere con l’Etica e la Morale, ma si tratta di una vera e propria terapia psicologica da applicare al malato a partire dalle condizioni in cui lo si trattiene in ospedale. La descrizione è di straordinaria modernità e sintetizzando la possiamo riassumere in tre punti:

1- Il malato va tenuto il più possibile lontano dall’ambiente famigliare 2- i manicomi devono essere suddivisi in reparti 3- devono ricercarsi dei metodi psicologici per contrastare la malattia mentale.

Effettivamente si comprende come il vivere nel contesto patogenetico sia assolutamente opponente alla guarigione, come abitare in promiscuità con persone più gravi sia deleterio; questo trattamento psicologico, se pur rudimentale, si avvicina al concetto di cura moderno in cui la parola inizia ad entrare.

I cupi malinconici saranno messi in un sito piacevole e in luogo adatto alla coltivazione dei vegetali; i maniaci in stato di furore […] saranno confinati nel luogo più appartato dell’ospizio […] Coloro che sono affetti da mania periodica, saranno tolti da questo locale nei loro intervalli di lucidità e riportati tra i convalescenti [..] 9

Il direttore del manicomio, descritto come una persona dall’alto valore morale in grado di fungere da esempio per tutti i degenti, è una sorta di padre giusto in cui identificarsi per ristabilire quell’ordine interiore andato perduto. Un ordine esterno, la divisione in reparti, una terapia precisa, una disciplina nella conduzione del trattamento, riportano a quell’ordine interiore che la malattia ha disabilitato. Naturalmente non tutto ciò che Pinel afferma è da prendere come esempio assiomatico, ma è degno di nota il grande passo avanti fatto compiere alla psichiatria nel suo cammino verso lo strumento della parola.

La mania di cui parla Pinel verrà sostituita con il termine psicosi, definizione che si diffonderà nella letteratura psichiatrica di origine tedesca a partire dal XIX secolo, sarà poi la psicoanalisi a dividere le psicosi in due grandi gruppi:

1 – paranoia e schizofrenia da un lato 2- mania e melanconia dall’altro.

Con queste premesse ci avviciniamo ad una rinnovata visione della psicosi e del soggetto che ne è affetto. È il nuovo approccio a far da terreno produttivo all’ascolto sempre più approfondito del senso della parola in rapporto al contesto. In questa prospettiva, Gregory Bateson, l’iniziatore della terapia famigliare, è culturalmente rilevante nel ‘900 in campo psichiatrico: non è psichiatra, ma il suo grande apporto allo studio e all’analisi della comunicazione diventa una pietra miliare. L’antropologo Bateson nella sua opera V erso un’ecologia della mente ci racconta come studia l’insorgenza della schizofrenia nelle famiglie da lui prese in esame. Lì scopre il doppio vincolo ( double-bind ), situazione in cui la madre trasmetterebbe al figlio messaggi tra loro discordanti. Ciò che lo studioso ha evidenziato sono delle particolari situazioni famigliari in cui è presente una madre che non sa gestire l’affettività e in contemporanea la mancanza di una figura di riferimento forte come un padre: fin qui nulla di nuovo. Ciò che fa della teoria di Bateson una profonda innovazione nel campo dell’analisi della comunicazione è l’individuazione del doppio vincolo: una sfasatura tra messaggio digitale e analogico per dirla in modo tecnico. Un esempio tratto dalle sue parole si rivela del tutto esaustivo per comprendere il ruolo comunicativo materno:

[…] il bambino deve sistematicamente distorcere la sua percezione dei segnali metacomunicativi. Ad esempio se la madre comincia a provare ostilità (o affetto) per il figlio e contemporaneamente si sente spinta a ritrarsi da lui, potrebbe dirgli: “Va’ a dormire sei stanco e voglio che ti riposi”. Questa frase apertamente affettuosa tende a negare un sentimento che potrebbe essere espresso con le seguenti parole: “Va’ fuori dai piedi perché sono stufa di te”. 10

Con le scoperte di Bateson, dallo studio della lingua come produzione individuale, si giunge alla studio all’analisi della tonalità della voce nel tentativo di trovare qualcosa che vada oltre il significato simbolico, il significante o il mero significato lessicale. La metacomunicazione dello schizofrenico diventa il punto di accesso alla sua sfera emotiva e comportamentale, un nuovo ed efficace metodo di indagine che tiene conto delle sue relazioni sistemiche. La famiglia è un piccolo organismo di relazioni incrociate che ripercorre il grande sistema relazionale della società in cui il malato deve vivere: se nel suo piccolo e protetto nucleo privato non riesce a relazionarsi in modo adeguato come potrà farlo in balia dell’estraneo nel grande mare pubblico?

Se il bambino interpretasse correttamente i segnali metacomunicativi dovrebbe fare i conti col fatto che la madre non desidera averlo vicino e per di più lo sta ingannando dimostrandosi affettuosa. Egli sarebbe “punito” per aver appreso con cura l’ordine dei messaggi, e quindi piuttosto che riconoscere l’inganno materno tende ad accettare l’idea di essere stanco. 11

Per continuare a vivere con la madre, il bambino è spinto ad ingannare se stesso dall’interno, ciò che percepisce dentro di sé, e dall’esterno, ciò che riceve dalla comunicazione materna: si rivela così un doppio errore di discriminazione comunicativa.

Il bambino dunque è punito se discrimina correttamente i messaggi della madre, ed è punito se li discrimina scorrettamente: è preso in un doppio vincolo. 12

Se decodificasse correttamente i segnali della madre dovrebbe ammettere dolorosamente di non essere gradito, se li negasse mentirebbe a se stesso: nell’ impasse sceglie di mentire. Questa particolare condizione accade anche ai bambini normali, ma nel doppio vincolo studiato da Bateson si crea una distorsione comunicativa permanente e di conseguenza deleteria per l’equilibrio del piccolo che deve crescere.

L’analisi e la decodificazione corretta della comunicazione distorta conduce così nell’area della cura: ora è possibile instaurare un dialogo, seppur particolare e con delle regole precise, anche con uno psicotico. Nella cura della schizofrenia entra in gioco il dialogo che è dià, “attraverso” e logos , “discorso”, è un parlare passando attraverso, direi perforando il muro dell’incomunicabilità. Socrate ne era maestro, ne fece un uso, forse, inconsapevolmente terapeutico ante litteram. Il dialogo ricostruttivo del sé nasce con la sua arte maieutica e percorrendo un lungo viaggio fino al lettino cerca il suo maieuta nella rete di relazioni in cui siamo immersi. Ma è il famoso sofista Gorgia da Lentini vissuto nel V secolo a.C. a fornire un significato alla parola del tutto originale e precursore dei tempi. Nel suo Encomio di Elena si esprime così

[…la parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere, riesce infatti a calmar la paura, e a eliminar il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentare la pietà. 13

La sua spiegazione è legata alla fisiologia e lo afferma poche righe dopo

C’è tra la potenza della parola e la disposizione dell’anima lo stesso rapporto che tra l’ufficio dei farmaci e la natura del corpo. 14

Per i Greci il farmaco ( farmakon ) ha il duplice valore di veleno e filtro magico, la parola come la medicina può rivelarsi infatti un rimedio efficace o un veleno mortale. Comprendere questa estrema e antitetica potenza della parola, il suo essere tagliente e violenta mentre all’opposto è indagatrice e lenitrice della sofferenza, rivela una dote di profonda analisi della comunicazione che ci mostra come certe cognizioni sulla vera natura dell’animo umano provengano da molto lontano. Certo, Gorgia era un sofista e la sua arte rivolta alla persuasione ingannevole lo dipinse come venditore di parole, maestro di retorica, ma ciò non offusca minimamente queste intuizioni così acute. Da filosofi non dobbiamo farci condizionare dalle etichette, dagli stereotipi, e prendere il meglio della produzione intellettuale di ogni pensatore.

Per concludere il nostro breve viaggio possiamo considerare il fatto che conoscere, e sapere riconoscere, le psicosi e le sue manifestazioni diviene un punto fondamentale per non commettere gravi errori di valutazione, per non proporre una cura filosofica con la parola a chi non la può e non la deve intraprendere. Ricordiamo che la parola è un esser-ci finito e infinito dove l’essere si esprime attraverso il linguaggio, strumento in continua evoluzione che assume significazione anche nel contesto della follia. La parola nella cura della psicosi può dare il suo prezioso apporto: prima di tutto nell’ascolto di quel rumore di cui parlava Foucault : “Tutto l’immenso discorso del folle si risolveva in rumore”.

Che ciò non sia più.

 

1 M. Foucault, L’ordine del discorso, Einaudi 1985, pag. 9

2 Ibidem, pag. 10-11

3 Ibidem, pag. 11

 

 

4 Ferdinand de Saussure Corso di linguistica generale, Laterza, Bari, 1978, p. 24

5 Ibidem, pag. 11

6 Ibidem, pag 12

7 M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Mursia, 1974, pag. 89-90

8 Pinel, 1987, pag. 56

9 Pinel, 1987, pag. 118

10 Verso un’ecologia della mente, Gregory Bateson, Adelphi, 1997, pag 258

11 Ibidem, pag 259

12 Ibidem, pag 260

13 Encomio di Elena, 82 B11, 8

14 Encomio di Elena, 82 B 11, 14

 

articolo pubblicato in origine su CriticaMente http://costruttiva-mente.blogspot.it/

Categorie: Cultura e Media, Opinioni
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