Plutonomia e precariato: il declino dell’economía statunitense

19.05.2012 - Boston - Noam Chomsky

Il fatto che sia del tutto senza precedenti è particolarmente significativo. Dopotutto, siamo in un’era a sua volta senza precedenti, un’epoca che parte dagli anni 70, punto di svolta nella storia americana. Per secoli, sin dalla sua nascita, il paese ha visto una società in continuo sviluppo, anche se non sempre in modo molto piacevole. Ma questa è un’altra storia: in genere il progresso tendeva alla ricchezza, all’industrializzazione, allo sviluppo e alla speranza. L’aspettativa generale era che tutto sarebbe continuato così. E questo anche nei periodi più bui e difficili.

Sono abbastanza vecchio da ricordare la Grande Depressione. Dopo i primi anni, nella seconda parte degli anni ‘30, per quanto la situazione fosse oggettivamente molto più dura di oggi, lo spirito era ben diverso. Anche tra i disoccupati, come per esempio tanti miei parenti, c’era la sensazione che “stiamo per venirne fuori”, una convinzione che la situazione sarebbe migliorata.

C’era un sindacato militante, specie all’interno del CIO (Congress of Industrial Associations, confederazione di sindacati di diversi settori industriali). Cominciarono a nascere i cosiddetti sit-down strike (sciopero con occupazione del posto di lavoro), quelli che fanno paura al mondo degli affari – lo si può vedere leggendo la stampa economica del tempo – perché solo ad un passo dall’autogestione della fabbrica. L’idea di lavoratori che assumono direttamente il controllo della fabbrica, per inciso, è all’ordine del giorno ancora oggi, e dovremmo tenerlo a mente. Inoltre, sotto la pressione popolare stava cominciando a nascere e a svilupparsi la legislazione del New Deal. Nonostante i tempi duri, come dicevo, c’era la convinzione che, in qualche modo, “ne saremmo venuti fuori”.

Ora è molto diverso. Nella maggioranza della popolazione degli Stati Uniti regna una marcata mancanza di speranza, che talvolta diventa disperazione. Credo sia una cosa del tutto nuova nella storia americana. Ed ha una base oggettiva.

**La classe operaia**

Negli anni 30, i disoccupati potevano sperare di riavere il lavoro. Oggi, con un livello di disoccupazione più o meno simile, se sei un lavoratore dell’industria, e se la tendenza attuale continua, sai che il posto di lavoro perso non tornerà.

Il cambiamento è cominciato negli anni 70, e aveva alla base tutta una serie di motivi. Uno dei fattori chiave, ben analizzato dallo storico dell’economia Robert Brenner, è stato il diminuito rendimento nel settore industriale. C’erano però anche altri fattori, che tutti insieme portarono a modifiche importanti nell’economia, con centinaia d’anni di progressi verso industrializzazione e sviluppo trasformati nel loro opposto, de-industrializzazione e decrescita. Naturalmente, la produzione industriale è continuata altreoceano con ottimi profitti, ma questo a detrimento e non a beneficio dei lavoratori.

Insieme a questo cambiamento iniziò anche un significativo spostamento dell’economia dalle imprese produttive (quelle che producono i beni di cui la gente ha bisogno o che potrebbero essere utili) alla speculazione finanziaria. Ecco quando la finanziarizzazione dell’economia ha veramente preso piede.

**Le banche**

Prima del 1970, le banche erano banche. Svolgevano i compiti che ci si aspetta dalle banche in un’economia capitalista: prendere fondi inutilizzati da un conto corrente, per esempio, e utilizzarli per una finalità potenzialmente utile, quale aiutare una famiglia a comprarsi una casa o mandare i figli all’università. Tutto è cambiato drasticamente negli anni 70. Fino ad allora, dopo la Grande Depressione non c’era stata alcuna crisi finanziaria. Gli anni 50 e 60 erano stati anni di grandissima crescita, la più alta nella storia americana e forse nella storia economica.

Ed era una crescita egualitaria. Statisticamente, le fasce sociali più deboli se la cavavano quasi altrettanto bene di quelle più alte. Moltissimi raggiunsero uno stile di vita discreto, quello che qui si chiama da “classe media” e altrove da “classe operaia”. Gli anni 60 videro un’accelerata di questo processo. La grande attività di quegli anni, dopo un decennio piuttosto tetro, ha veramente modernizzato il paese sotto vari punti di vista, con effetti permanenti.

Con gli anni 70, arrivarono improvvisamente drastici cambiamenti: deindustrializzazione, delocalizzazione della produzione, e enorme crescita degli istituti finanziari. Bisogna aggiungere che negli anni 50 e 60 iniziò anche, e quasi totalmente nel settore statale, lo sviluppo di quello che vari decenni più tardi sarebbe diventata l’economia high tech: computer, internet, la rivoluzione informatica.

I cambiamenti degli anni 70 scatenarono un circolo vizioso, portando prima di tutto ad una sempre maggiore concentrazione di ricchezza nelle mani del settore finanziario, senza tuttavia apportare benefici all’economia, che anzi ne risultò probabilmente danneggiata, al pari della società.

**Politica e denaro**

La concentrazione della ricchezza portò con sè concentrazione di potere politico. E la concentrazione del potere politico portò a una legislazione che dava nuovo impulso al ciclo, accelerandolo. Una legislazione essenzialmente bipartisan, con nuove politiche fiscali e modifiche nelle regole di governo delle imprese fino alla deregolamentazione. Parallelamente si verificò un drastico aumento del costo delle elezioni, cosa che portò i partiti politici ancor più a dipendere dalle tasche del settore imprenditoriale.

Ma i partiti avevano cominciato a dissolversi in vari modi. Di solito, se una persona aspirava a una qualche posizione al Congresso, come per esempio la presidenza di un comitato, vi arrivava principalmente per anzianità e capacità. Nel giro di pochi anni, si cominciò a dover immettere soldi nelle casse del partito per ottenerla, aspetto studiato principalmente da Tom Fergusson. E anche questo non fece che portare l’intero sistema a dipendere sempre più dalle tasche del settore imprenditoriale e soprattutto finanziario.

Questo ciclo portò ad una incredibile concentrazione di ricchezza principalmente nelle mani di quel privilegiato 1 per cento della popolazione. Allo stesso tempo, aprì un periodo di stagnazione e persino di declino per la maggioranza dei cittadini. La gente tirava avanti in qualche modo, ricorrendo a sistemi artificiosi come più ore di lavoro, ricorso al credito e al sovraindebitamento, o investimenti speculativi come quelli che hanno poi portato alla recente bolla immobiliare. Ben presto, le ore lavorative negli Stati Uniti superarono quelle di altri paesi industrializzati come il Giappone e vari paesi europei. Ne derivò un lungo periodo di stagnazione e declino per la maggioranza, parallelamente a una forte concentrazione di ricchezza. E il sistema politico prese a dissolversi.

C’è sempre stato un certo divario tra politica istituzionale e volere dei cittadini, ma ora il divario è cresciuto in modo gigantesco. Lo si può constatare facilmente. Diamo un’occhiata all’argomento principale sul quale tutti si concentrano a Washington: il deficit. Per il cittadino, giustamente, il deficit non rappresenta poi tutta questa gran questione. E infatti non lo è. La questione è la disoccupazione. C’è una commissione sul deficit, ma non sulla disoccupazione. Per quanto riguarda il deficit, i cittadini hanno delle opinioni precise. Date un occhiata ai sondaggi. La stragrande maggioranza è a favore di maggiori tasse sui ricchi, vuole l’inversione della tendenza regressiva degli ultimi anni e la difesa delle prestazioni sociali.

Ma i risultati della commissione sul deficit andranno probabilmente nella direzione opposta. Il movimento Occupy potrebbe fornire la base popolare per cercare di fermare quella che è una vera e propria spada puntata al cuore del paese.

**Plutonomia e precariato**

Per la popolazione generale, quel 99% nell’immagine del movimento Occupy, i tempi sono stati duri, ma la situazione potrebbe ancora peggiorare. Potremmo trovarci di fronte ad un periodo di inesorabile declino. Per l’1% (e anche meno) va tutto bene. Sono più ricchi che mai, più potenti, controllano il sistema politico, si disinteressano totalmente del resto della popolazione. E se nessuno lo impedisce, perchè non continuare così?

Prendiamo Citigroup, per esempio. Per decenni, Citigroup è stata, tra le grandi società di investimenti bancari, una delle più corrotte, salvata varie volte dai contribuenti, prima con Reagan, e di nuovo ora. Non voglio entrare qui nel discorso della corruzione, ma la cosa è piuttosto allucinante.

Nel 2005, Citigroup ha pubblicato una brochure dedicata agli investitori chiamata “Plutonomia: comprare beni di lusso. Una discussione sugli squilibri globali.” Invitava gli investitori a a scommettere sull'”indice della plutonomia “. L’opuscolo diceva: “Il mondo si sta dividendo in due blocchi: “La plutonomia, e il resto”.

La nozione di plutonomia fa appello ai ricchi, a quelli che comprano beni di lusso, con tutto ciò che vi è collegato. L’opuscolo asseriva che investire nel gruppo della plutonomia avrebbe migliorato di molto il rendimento dei mercati finanziari. Quanto agli altri, potevano andare a fondo. Non avevano importanza. Non c’era bisogno di loro. Dovevano esserci per sostenere uno stato forte che avrebbe protetto e salvato i ricchi nel caso questi si fossero messi nei guai, ma per il resto non avevano alcuna utilità. Fanno parte di quello che ora si chiama “il precariato”: gente che conduce una esistenza precaria alla periferia della società. Ma non si tratta più di periferia. Sta diventando una sostanziosa parte della società negli Stati Uniti, e anche altrove. E questo è considerato positivo dai ricchi.

Così, per esempio, il Presidente della Fed Alan Greenspan, quando era ancora “Saint Alan” – salutato dai professionisti dell’economia come uno dei più grandi economisti di tutti i tempi (questo prima del crollo di cui in sostanza responsabile) – era intervenuto al Congresso al tempo di Clinton, spiegando le meraviglie della grande economia che aveva l’onore di sovrintendere. Affermò nell’occasione che il suo successo si basava principalmente su quello che chiamò “crescente insicurezza dei lavoratori”. Se i lavoratori sono insicuri, se fanno parte del precariato, se conducono vite precarie, non avanzeranno richieste, non chiederanno di ottenere migliori salari e prestazioni sociali migliori. Si possono mandar via facilmente. Questo è quello che chiamò una economia “sana”, tecnicamente parlando. Ricevendo grandi lodi per questo, grande ammirazione.

E così, ora il mondo si sta davvero dividendo tra plutonomia e precariato, l’1% e il 99%, secondo lo slogan di Occupy. Non si tratta di numeri esatti, ma rendono bene l’idea. Adesso, è la plutonomia ad avere l’iniziativa, e potrebbe continuare ad essere così.

Se succede questo, allora il rovesciamento iniziato negli anni 70 potrebbe diventare irreversibile. Tutto indica che stiamo andando in questa direzione. Il movimento Occupy rappresenta la prima, vera reazione popolare contro questa offensiva. Potrebbe neutralizzarla. Bisogna però avere il coraggio di riconoscere che sarà una lotta lunga e difficile. Non si vince dall’oggi al domani. Bisogna formare strutture nuove, sostenibili, in grado di farci attraversare questi tempi duri e ottenere vittorie importanti. E sono molte le cose che possono avvenire.

**Verso l’autogestione delle fabbriche**

Come ho detto sopra, una delle azioni più efficaci, negli anni 30, fu lo sciopero con occupazione. E per un motivo molto semplice: è il passo che precede l’autogestione della fabbrica da parte degli operai.

Negli anni 70, mentre iniziava il nuovo clima da “controriforma”, avvennero alcuni fatti importanti. Nel 1977, per esempio, la U.S. Steel decise di chiudere uno dei suoi impianti più importanti a Youngstown, nell’Ohio. Invece di andarsene semplicemente via, però, dipendenti e comunità locale decisero di unirsi per acquistare la fabbrica, consegnarla ai lavoratori e farla diventare un’azienda auto-gestita dai lavoratori stessi. Non ci riuscirono. Ma se avessero avuto sufficiente sostegno popolare, avrebbero vinto. Gar Alperovitz and Staughton Lynd, i legali della comunità, hanno studiato a fondo questo problema.

Si è trattato comunque di una vittoria parziale, nonostante tutto, perché mise in movimento altri tentativi. Adesso, infatti, sia in Ohio, sia altrove, sono disseminate centinaia, forse migliaia di imprese in proprietà comunitaria che potrebbero diventare auto gestite. E non sono sempre piccole realtà. Questa è la base per una vera rivoluzione.

In uno dei sobborghi di Boston, circa un anno fa, è avvenuto qualcosa di simile. Una multinazionale decise di chiudere un impianto di produzione di alta tecnologia, peraltro attivo e redditizio. Evidentemente, non redditizio abbastanza per loro. I dipendenti e i sindacati si offrirono di acquistarlo, per gestirlo in proprio. La multinazionale preferì chiudere l’impianto, probabilmente per “coscienza di classe”. Credo che non abbiano interesse a veder succedere questo tipo di cose. Con un maggior supporto popolare, qualcosa tipo il movimento Occupy, chissà, forse la comunità avrebbe avuto successo.

Ma ci sono anche altri eventi simili. Persino di maggior portata. Poco tempo fa, il presidente Obama prese il controllo dell’industria automobilistica, le cui azioni erano in mano ad una miriade di azionisti. Aveva varie possibilità. Una, ed è quello che è stato fatto: ricostituirla per ridarla poi in mano alla proprietà precedente, o a qualcosa di molto simile, per continuare nel suo cammino tradizionale.

Un’altra possibilità poteva essere di consegnarla ai lavoratori, facendola diventare la base di un sistema industriale gestito direttamente dai lavoratori stessi per produrre ciò che serve davvero alla cittadinanza. E sono tante le cose che ci servono.

Sappiamo tutti, o almeno dovremmo saperlo, che gli Stati Uniti sono molto indietro nei trasporti ad alta velocità, ed è una faccenda seria, che ha conseguenze non solo sulla vita delle persone, ma anche sull’economia. A questo riguardo, ecco un aneddoto personale. Un paio di mesi fa, mi trovai a dover fare alcune conferenze in Francia, e dovetti prendere un treno da Avignone, nel sud della Francia, fino all’aereoporto Charles De Gaulle a Parigi. La stessa distanza che c’è, per esempio, tra Washington e Boston. Il viaggio durò due ore. Non so se avete mai preso il treno da Washington a Boston, ma va più o meno alla stessa velocità di 60 anni fa, quando lo presi per la prima volta con mia moglie. Uno scandalo.

Niente impedisce di fare qui quello che si fa in Europa. C’è la capacità, e c’è una forza lavoro specializzata. Ci vorrebbe un poco di supporto popolare, ma certo porterebbe a cambiamenti fondamentali nell’economia.

Per rendere il tutto più surreale, mentre tale opzione veniva scartata l’amministrazione di Obama mandava il ministro dei trasporti in Spagna a firmare dei contratti per lo sviluppo di linee ferroviarie ad alta velocità negli Stati Uniti, cosa che si sarebbe potuta realizzare benissimo qui, nella cintura industriale del nord. Ma era stata smantellata. Le ragioni che impediscono lo sviluppo di un sistema ferroviario solido non sono dunque economiche. Sono di classe, e rispecchiano la mancanza di una mobilitazione popolare.

**Cambiamenti Climatici e Armamenti nucleari**

Finora mi sono tenuto su questioni interne, ma ci sono due pericolosi sviluppi sull’arena internazionale, una specie di spada di Damocle che pende su tutto ciò di cui abbiamo parlato. Per la prima volta nella storia dell’umanità, esistono reali minacce ad una dignitosa sopravvivenza della nostra specie.

Una ci sta girando intorno sin dal 1945. Si può dire che è un po’ un miracolo se l’abbiamo evitata finora. Sto parlando della minaccia di una guerra nucleare e di armamenti nucleari. Benché non se ne parli molti, in realtà questa minaccia non è diminuita con questa amministrazione e i suoi alleati. Ma qualcosa va fatto, o saremo in grossi guai.

L’altro problema, ovviamente, è la catastrofe ambientale. Praticamente tutti i paesi, in un modo o nell’altro, stanno facendo passi, anche se a volte piuttosto incerti, a questo riguardo. Anche gli USA stanno prendendo misure, ma più che altro per aumentare la minaccia. Sono gli unici, tra i grandi paesi, che non solo non stanno facendo nulla di costruttivo per proteggere l’ambiente, non stanno neanche salendo sul treno. Anzi, in qualche modo lo sta tirando indietro.

E questo è collegato ad un gigantesco sistema di propaganda che il mondo del business dispiega apertamente e con orgoglio, per cercare di convincere la gente che il cambiamento climatico non è che una bufala dei progressisti. “Perchè dare importanza a questi scienziati?”

Stiamo vivendo un vera e propria regressione verso tempi bui. Non sto scherzando. Se tutto questo accade nella più potente e ricca nazione del mondo, allora questa catatrofe sembra inevitabile, e tra una o due generazioni, di qualunque altra cosa si parli non avrà più importanza. Bisogna fare qualcosa subito, con convinzione e dedizione.

Certo, non sarà facile. Ci saranno inevitabilmente barriere, difficoltà, fallimenti. Ma se lo spirito dello scorso anno, qui e ovunque nel mondo, non continua a crescere per acquistare peso e importanza nel mondo sociale e politico, le possibilità di un futuro dignitoso non saranno molte.

Traduzione dallo spagnolo di Giuseppina Vecchia

Categorie: Internazionale, Nord America, Opinioni, Politica

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