La privatizzazione del pianeta. Un mondo troppo grande per fallire?

25.04.2011 - Boston - Noam Chomsky

La rivoluzione democratica del mondo arabo è stata una dimostrazione incredibile di coraggio, dedizione e impegno delle forze popolari che fortuitamente ha coinciso con la ribellione di decine di migliaia di persone che hanno manifestato a favore del popolo lavoratore e della democrazia a Madison, cittadina del Wisconsin, e in altre città americane.
C’è da dire che se i due movimenti, quello de Il Cairo e quello di Madison, si sono in qualche modo incrociati, si muovevano però in direzioni diverse: mentre a Il Cairo ci si avviava verso la conquista di diritti fondamentali negati dalla dittatura, a Madison si puntava alla difesa di diritti che sono stati conquistati con lunghe e dure lotte e che adesso subiscono un pesante attacco.

L’uno e l’altro caso sono microcosmi di tendenze presenti nella società globale che seguono una varietà di percorsi. E non ci sono dubbi: la cosa avrà conseguenze a lungo termine. Sia ciò che sta accadendo oggi nel decadente cuore industriale del paese più ricco e potente della storia, sia ciò che succede in quello che il presidente Dwight Eisenhower definì come “la zona strategicamente più importante del mondo” – “un’immensa fonte di potere strategico” e “probabilmente il premio economico più grande del mondo nel settore degli investimenti stranieri” questo secondo le parole del Dipartimento di Stato degli anni ’40, un premio che gli USA cercarono di riservare in esclusiva, per se stessi e per gli alleati, nell’incipiente Nuovo Ordine Mondiale dell’epoca.

Nonostante tutti i cambiamenti che si sono susseguiti, si può ragionevolmente supporre che gli odierni decision makers politici mantengano sostanzialmente la stessa idea dell’influente assessore del Presidente Roosevelt, A.A. Berle, secondo il quale il controllo delle smisurate risorse energetiche del Medio Oriente avrebbe portato con sé “il controllo sostanziale del mondo”. E, di conseguenza, la perdita di questo controllo avrebbe minacciato il progetto di supremazia globale chiaramente articolato durante la II Guerra Mondiale e tenacemente mantenuto anche di fronte ai decisivi cambiamenti sperimentati da all’ora.
Dall’inizio della Guerra nel 1939, Washington dichiarò che essa sarebbe terminata con la posizione di supremazia degli Stati Uniti. Funzionari di alto rango del Dipartimento di Stato ed esperti di politica estera si riunirono a più riprese durante il conflitto con il fine di disegnare i piani globali del dopoguerra. Identificarono una “Grande Area” che gli USA dovevano dominare e che comprendeva l’Emisfero Occidentale, l’Estremo Oriente e l’ex Impero Britannico con le sue risorse energetiche in Medio Oriente.

Quando la Russia iniziò a smantellare gli eserciti nazi dopo la battaglia di Stalingrado, gli obiettivi riguardanti la Grande Area cominciarono ad estendersi fino ad abbracciare la maggior parte possibile dell’Eurasia, almeno il suo nucleo economico in Europa Occidentale. Nell’ambito di questa area, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un “potere indiscutibile” con “supremazia militare ed economica” assicurandosi allo stesso tempo di “limitare l’esercizio della sovranità” di quegli stati capaci di interferire con i propositi globali statunitensi. I piani del tempo di guerra furono presto messi in opera.

Sempre fu riconosciuto il ruolo indipendente che avrebbe potuto scegliere l’Europa; la NATO fu concepita proprio per arrestare la minaccia di questa indipendenza. Quando nel 1989 il pretesto officiale che aveva portato alla nascita della NATO svanì, l’organizzazione si espanse a est, in flagrante violazione delle promesse verbali fatte al presidente sovietico Gorbaciov. Da allora, la NATO si è convertita in una forza di intervento militare gestita dagli USA. Il vastissimo raggio di azione che si arroga è stato espresso chiaramente dal segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, che in una conferenza dell’organizzazione ha dichiarato che “le truppe della NATO debbono vigilare sugli oleodotti che trasportano petrolio e gas in Occidente” e più in generale proteggere le rotte navali utilizzate dai cargo e altre “infrastrutture strategiche” del sistema energetico.

Le dottrine sulla Grande Area offrono chiara licenza all’intervento militare arbitrario. Ciò è emerso palesemente durante l’amministrazione Clinton il quale proclamò il diritto degli USA a servirsi della forza militare per garantire “accesso illimitato ai mercati chiave e alle risorse energetiche e strategiche” e a mantenere “un forte dispiegamento di forze militari” fino a Europa e Asia “al fine di modellare ciò che l’opinione pubblica pensa di noi” e di “controllare gli eventi che possano danneggiare la nostra sicurezza”.

Principi identici hanno retto l’invasione dell’Iraq. Man mano che si è resa evidente l’incapacità degli Stati Uniti di imporre la loro volontà nel paese, non è più stato possibile nascondere dietro un’abbagliante retorica gli obiettivi reali dell’invasione. Nel novembre del 2007, la Casa Bianca redasse una Dichiarazione di Principi esigendo che le forze statunitensi rimanessero in Iraq e legando il destino di questo paese al privilegio degli investimenti nordamericani. Due mesi dopo, il Presidente Bush informava il Congresso che avrebbe messo un veto su una legislazione che avesse posto limiti al permanente stazionamento delle Forze Armate Usa in Iraq o “al controllo delle risorse petrolifere del Paese”. Pretese che gli Stati Uniti dovettero poi abbandonare in seguito alla resistenza dei cittadini iracheni.

In Tunisia e in Egitto, i recenti sollevamenti popolari hanno vinto imponenti battaglie, ma come informava in una relazione l’Istituto Carnegie Endowment, sebbene i nomi siano cambiati i regimi restano: “un cambio reale delle élites dominanti del sistema di potere è ancora una meta lontana”. Il rapporto analizza gli ostacoli interni sul cammino verso la democrazia ma ignora quelli esterni che, come sempre, sono significativi.
Gli Stati Uniti e gli alleati occidentali sono intenzionati a fare qualsiasi cosa per prevenire una reale democrazia nel mondo arabo. Per capirne i motivi, basta dare uno sguardo ai sondaggi realizzati nel mondo arabo dalle agenzie nordamericane. Nonostante siano stati poco divulgati, sono certamente conosciuti agli strateghi. I risultati di questi sondaggi rivelano come larghe maggioranze di cittadini vedono gli USA e Israele come la principale minaccia: così vedono gli Stati Uniti il 90% degli egiziani, e, nell’insieme dell’area geografica, il 75% degli intervistati. Alcuni si sentono minacciati dell’Iran, circa un 10%. L’opposizione alla politica statunitense è così forte che una maggioranza crede addirittura che la sicurezza migliorerebbe se l’Iran disponesse di armi nucleari (80% degli egiziani). Altri sondaggi rivelando tendenze simili. Se l’opinione pubblica potesse influire sulle decisioni, gli Stati Uniti non solo non potrebbero controllare la regione ma verrebbero addirittura espulsi insieme a tutti i loro alleati, minando così i principi fondamentali della dominazione globale.

La mano invisibile del potere

L’appoggio alla democrazia è argomento di ideologi e propagandisti del sistema. Nel mondo reale invece, l’elite sente una vera e propria repulsione nei confronti della democrazia. Sono scioccanti le prove che dimostrano che il processo democratico viene appoggiato unicamente se contribuisce a specifici obiettivi sociali o economici, conclusione condivisa dagli studiosi più seri.

Il disprezzo per la democrazia si è manifestato in modo eclatante con le reazioni alla fuga di informazioni di WikiLeaks. Quelle che hanno ricevuto più attenzioni, con commenti che hanno sfiorato l’euforia, sono state le agenzie nelle quali si informava dell’appoggio degli arabi alla posizione USA nei confronti dell’Iran. Il riferimento, chiaro, era rivolto ai dittatori in carica. L’atteggiamento dell’opinione pubblica però non è stato menzionato. Il principio guida era stato chiaramente indicato da Marwan Muasher, ex alto funzionario di stato giordano e studioso del Carnegie Endowment per il Medio Oriente: “va tutto bene, tutto sotto controllo.” In sostanza, se i dittatori ci appoggiano, di cosa dovremmo preoccuparci?

Questa dottrina è del tutto razionale. Per riportare un solo caso, oggi particolarmente pertinente, in un dibattito interno che risale al 1958 Eisenhower manifestò la sua preoccupazione per la “campagna d’odio” contro gli Stati Uniti nata nel mondo arabo, e non dai governi ma dalle popolazioni. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) spiegò che nel mondo arabo esisteva la percezione che gli Stati Uniti appoggiassero i dittatori arabi e bloccassero il processo democratico per garantirsi il controllo delle risorse. In generale, concludeva il NSC questa percezione è corretta, è questo che dobbiamo fare, assecondare la teoria Muasher. Studi realizzati dopo l’11 Settembre dal Pentagono confermano che lo stesso vale anche oggi.

E’ normale che i vincitori tendano a gettare la storia nell’immondizia; al contrario, le vittime la prendono molto sul serio. Alcune brevi osservazioni sul tema potrebbero risultare utili. Non è la prima volta che Egitto e Stati Uniti affrontano problemi simili e si muovono in direzioni opposte. Questo accadde già agli inizi del secolo XIX.

Gli storici economisti dell’epoca sostengono che l’Egitto era ben posizionato per intraprendere una rapida crescita economica allo stesso tempo degli USA. Entrambi i paesi infatti disponevano di una ricca agricoltura, di cotone e di combustibile per avviare la prima rivoluzione industriale; ma a differenza dell’Egitto, l’America doveva sviluppare la produzione di cotone e una forza lavoro mediante la conquista, lo sterminio e la schiavitù, con conseguenze che risultano evidenti ancora oggi nelle riserve per i sopravvissuti e nelle carceri che hanno proliferato dai tempi di Reagan per ospitare la popolazione che la deindustrializzazione neoliberale aveva reso superflua.

Una differenza fondamentale fu che gli USA ottennero l’indipendenza e così la libertà di ignorare i precetti della teoria economica impartiti da Adam Smith con alcuni concetti simili a quelli che oggi si predicano nelle società in via di sviluppo. Smith suggerì alle colonie emancipate di produrre materie prime per l’esportazione e di importare, in cambio, la superiore manifattura britannica, e certamente di non monopolizzare i prodotti fondamentali, nello specifico il cotone. Qualsiasi altro cammino, avvertì Smith, “non renderà più veloce la crescita del valore della produzione annuale, ma lo rallenterà e non promuoverà il progresso del paese verso una ricchezza e un benessere reali ma li ostacolerà”.

Conquistata l’indipendenza, le colonie furono libere di ignorare questo consiglio e intraprendere invece il cammino seguito dall’Inghilterra, ovvero quello di uno stato indipendente capace di promuovere il proprio sviluppo con dazi tributari elevati pensati per proteggere l’industria dalle esportazioni britanniche – prima l’industria tessile poi l’acciaio e altri prodotti – e per attivare altri meccanismi acceleratori dello sviluppo industriale. La Repubblica indipendente cercò di affermare anche un monopolio del cotone per “mettere tutte le altre nazioni ai nostri piedi”, primo fra tutti il nemico inglese, come dichiararono apertamente i presidenti di Jackson conquistando il Texas e la metà del Messico.

Il possibile percorso analogo dell’Egitto, si trovò ad affrontare l’ostacolo della potenza britannica. Lord Palmerston dichiarò che “nessuna idea di uguaglianza può rappresentare un ostacolo per interessi così grandi e supremi” come quelli britannici di preservare l’ egemonia economica e politica. Lo dichiarò tra l’altro esprimendo il suo odio per il barbaro ignorante Muhammed Ali che aveva osato proporre un cammino di indipendenza e dispiegando la flotta e il potere finanziario britannico per porre fine alla lotta dell’Egitto per lo sviluppo economico e l’indipendenza.

Dopo la II Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti sostituirono la Gran Bretagna nell’egemonia globale, Washington adottò la stessa posizione, mettendo in chiaro che non avrebbe offerto nessun aiuto all’Egitto a meno che non aderisse alle regole applicate al debole, regole che tra l’altro gli Stati Uniti stessi continuarono a violare, imponendo dazi elevati sul cotone egiziano e causando una scarsità debilitante di dollari. L’interpretazione abituale dei principi di mercato.

Difficilmente sorprenderà che la “campagna di odio” che preoccupava Eisenhower si basi sulla percezione che gli Stati Uniti appoggino dittatori che impediscono il processo democratico e lo sviluppo. Come i loro alleati.

C’è anche da dire, a difesa di Adam Smith che egli avvertì su ciò che sarebbe accaduto se la Gran Bretagna avesse seguito le regole della teoria economica che oggi chiamiamo “neoliberismo”. Disse che se le industrie, i commercianti e gli investitori inglesi si fossero aperti al mondo, avrebbero ottenuto dei profitti, ma l’Inghilterra ne avrebbe sofferto. Tuttavia sentì che si sarebbero lasciati guidare da un sentimento nazionale, come se grazie ad una mano invisibile all’Inghilterra non fossero riservati i danni della razionalità economica.

Il passaggio è difficile da dimenticare, è l’unico in cui appare la celebre frase della “mano invisibile” in tutto il libro “ Ricchezza delle Nazioni”. L’altro fondatore dell’economia classica, David Ricardo, trasse simili conclusioni, nella speranza che il sentimento nazionale portasse gli imprenditori ad “accontentarsi dei profitti nel loro paese invece di cercare un impiego più vantaggioso della loro ricchezza nelle nazioni straniere”, sentimenti aggiungeva che “sperava non fossero indeboliti”. Previsioni a parte, gli istinti degli economisti classici erano colmi di buon senso.

La “minaccia” iraniana e cinese

La rivoluzione democratica del mondo arabo si paragona spesso con quella europea del 1989, ma su piani piuttosto dubbi. Nel ’89 il sollevamento fu tollerato dai russi e appoggiato dalle potenze occidentali: si conciliava chiaramente con gli obiettivi economici e strategici, era quindi uno scopo nobile, da tutti riconosciuto, a differenza delle battaglie che avevano luogo parallelamente in Centro America per la “difesa dei diritti fondamentali del popolo” come espresso nelle parole dell’Arcivescovo di El Salvador, una delle centinaia di migliaia di vittime dei militari armati e addestrati a Washington. Non c’era nessun Gorbachiov in Occidente durante quegli orrendi anni e non ce n’è uno oggi. E le potenze occidentali continuano ad essere ostili alla democrazia nel mondo arabo per ovvie ragioni.

Le dottrine della Grande Area si applicano tutt’oggi alle crisi e ai conflitti del nostro tempo. Nei circoli occidentali di chi prende decisioni politiche, così come tra gli opinionisti politici, si ritiene che la minaccia iraniana rappresenti il maggiore pericolo per l’ordine mondiale, pertanto la politica estera degli Stati Uniti dovrebbe concentrarsi proprio su questo tema, con la politica europea educatamente a seguito.

Dunque vediamo, in che cosa consiste esattamente la minaccia iraniana? Il Pentagono e l’intelligence statunitensi ci forniscono la risposta autorizzata. Nei rapporti dello scorso anno sulla sicurezza mondiale, chiarirono che la minaccia non è di natura militare. La spesa militare iraniana è “relativamente bassa rispetto a quella della regione”, concludevano. La sua dottrina militare è fondamentalmente “difensiva, concepita per frenare una possibile invasione e forzare una soluzione diplomatica delle ostilità”. L’Iran possiede solamente “una capacità limitata di proiettare le forze militari oltre i propri confini”. Per ciò che riguarda la questione nucleare, “il programma iraniano e la sua intenzione di mantenere aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari, è una parte centrale della strategia deterrente”.

Il brutale regime clericale iraniano, rappresenta senza dubbi una minaccia per il popolo stesso, ma difficilmente si può dire che superi quello degli alleati degli USA. Ma la vera minaccia risiede altrove ed è quanto mai nefasta. Un elemento è rappresentato dalla potenziale capacità iraniana di dissuasione, un legittimo esercizio di sovranità che potrebbe interferire sulla libertà di azione nella regione degli Stati Uniti. Risulta chiaramente ovvia la ragione per cui l’Iran cerca di costruire questa capacità dissuasiva: per spiegarlo basta dare un’occhiata alla distribuzioni di basi militari e forze nucleari nell’area stessa.

Sette anni fa, lo storico militare israeliano Martin Van Creveld scrisse che “il mondo è stato testimone di come gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq, come si è visto poi, senza alcuna ragione. Se gli iraniani non avessero tentato di costruire un armamento nucleare, sarebbero stati pazzi” soprattutto trovandosi, come si trovano, sotto la costante minaccia di attacco, in violazione della Carta delle Nazioni Unite. Se termineranno di costruirlo o meno, resta un quesito senza risposta, ma forse accadrà.

La minaccia iraniana va poi oltre la capacità di dissuasione. L’Iran cerca anche di espandere la propria influenza ai paesi vicini, sottolineano Pentagono e servizi segreti e così “destabilizzano” la regione come si dice tecnicamente in politica estera; l’invasione e occupazione nordamericana dei vicini dell’Iran è invece “stabilizzazione”, gli sforzi dell’Iran di estendere la sua influenza, sono quindi illegittimi.
Questi termini sono divenuti routine. Così il prominente esperto di politica estera James Chace usava propriamente il termine “stabilità” in senso tecnico quando spiegava che per ottenere “stabilità” in Cile era necessario “destabilizzare” il paese, rovesciando il governo di Salvador Allende e instaurando la dittatura del generale Augusto Pinochet. L’Iran suscita anche altre preoccupazioni degne di essere considerate, ma potrebbe bastare quanto detto per illustrare i principi che reggono lo status di cui gode la cultura imperiale.

Come sottolineato dagli strateghi di Roosevelt all’alba del sistema globale contemporaneo, l’America non può tollerare “nessun esercizio di sovranità” che interferisca con i suoi propositi.
Stati Uniti e Europa insieme vogliono punire l’Iran per la sua minaccia alla stabilità ma è utile ricordare quanto siano isolati. I paesi non allineati hanno appoggiato con decisione il diritto dell’Iran a portare avanti l’arricchimento dell’uranio. Nella regione, anche l’opinione pubblica araba è favorevole allo sviluppo del programma nucleare. La maggior potenza dell’area, la Turchia, ha votato contro le ultime sanzioni proposte dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, tra l’altro insieme al Brasile, la nazione più stimata del Sud del mondo. La disobbedienza della Turchia è stata drasticamente censurata, e non per la prima volta: già nel 2003 fu condannata quando il suo governo assecondò la volontà del 95% dei cittadini e negò il suo appoggio all’invasione dell’Iraq, dimostrando così la sua debole nozione di “democrazia” stile occidentale.

Dopo l’affronto al Consiglio di Sicurezza dell’anno scorso, la Turchia fu ammonita dal capo della diplomazia di Obama per gli affari europei, Phlip Gordon, che intimò di “dimostrare il suo impegno come alleato dell’Occidente”. Uno studioso che lavorava alle Relazioni Estere si chiedeva: “come si tiene in riga la Turchia?” Obbedendo agli ordini, ovvio. Anche il Brasile di Lula fu ammonito in un editoriale del New York Times: i suoi sforzi, insieme a quelli della Turchia, per aprire altre strade alla risoluzione del problema delle armi nucleari al di fuori di quanto stabilito dalla potenza statunitense rappresentavano “una macchia nell’eredità di Lula”. In altre parole, o fai come ti diciamo oppure…

Una prospettiva interessante, efficacemente negata, risiede nel fatto che la negoziazione Iran-Turchia-Brasile, aveva goduto dell’approvazione di Obama, presumibilmente con l’idea che fallisse, fornendo in questo modo una nuova arma ideologica nei confronti dell’Iran. Quando si concluse con successo, l’accordo fu naturalmente censurato e Washington si affrettò a imporre una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che alla fine risultò debole ma che fu sottoscritta dalla Cina, ora punita per aver aderito alla lettera alla risoluzione stessa, invece di assecondare le direttive unilaterali di Washington.

Anche se gli Stati Uniti possono tollerare la disobbedienza turca, sebbene con riluttanza, la Cina risulta più difficile da ignorare. La stampa avverte che “gli investitori e i commercianti cinesi stanno riempiendo il vuoto in Iran lasciato dalle aziende di molte altre nazioni, soprattutto europee. Preoccupa in particolar modo la sua espansione dominante nelle industrie energetiche iraniane. Washington sta reagendo con una punta di disperazione. Il Dipartimento di Stato ha avvertito la Cina che se vuole essere accettata dalla comunità internazionale – termine tecnico con il quale si intende gli Stati Uniti – non può “tenersi ai margini ed evadere le responsabilità internazionali (che) sono ben chiare”. E’ poco probabile che ciò causi la benché minima impressione sulla Cina.

C’è crescente preoccupazione anche per la minaccia militare cinese. Studi recenti del Pentagono suggerivano che la spesa militare della Cina si avvicina a “un quinto della spesa del Pentagono per le operazioni belliche in Iraq e Afghanistan”, a loro volta una piccola parte della spesa militare statunitense. L’aumento delle forze cinesi potrebbe “ostacolare la capacità delle navi da guerra statunitensi di operare in acque internazionali”, ha aggiunto il New York Times.

Fuori delle coste cinesi, chiaro. Nessuno ha ancora proposto che gli Stati Uniti rimuovano le forze militari che sbarrano l’accesso alle navi da guerra della Cina nei Caraibi. L’incapacità cinese di comprendere le regole della civiltà internazionale sono ulteriormente illustrate nelle obiezioni che i Cinesi muovono riguardo al fatto che la portaerei nucleare Gorge Washington si aggiunga alle forze navali spiegate a poche miglia dalla costa cinesi, presumibilmente proprio per attaccare Pechino.

In cambio, l’Occidente capisce perfettamente che queste operazioni mirino tutte a difendere la stabilità e la sicurezza. Il giornale liberale di sinistra New Republic esprime la sua preoccupazione perché “la Cina invia dieci navi da guerra nelle acque internazionali, proprio di fronte all’isola giapponese di Okinawa”. E’ una provocazione, a differenza di quello che neanche si menziona, ovvero il fatto che Washington ha trasformato l’isola in una grande base militare, sfidando le proteste della popolazione: questa non è una provocazione, ma la dimostrazione del principio che siamo i proprietari del mondo.

A parte la radicata dottrina imperialista, ci sono buoni motivi perchè i vicini della Cina si preoccupino del suo crescente potere militare e commerciale. E, sebbene l’opinione pubblica araba appoggi un possibile programma nucleare iraniano, noi ovviamente non dovremmo farlo. La bibliografia specializzata in politica internazionale è piena di proposte per evitare tale minaccia. Una piuttosto ovvia sarebbe quella di lavorare affinché si istituisca una Nuclear Free Zone nella regione. (ZLAN). Tale proposta, è stata avanzata nuovamente durante la conferenza sul Trattato di Non Proliferazione (TNP) che ha avuto luogo lo scorso Maggio nel quartier generale delle Nazioni Unite. L’Egitto – in qualità di presidente delle 118 nazioni che compongono il Movimento dei Paesi non Allineati, ha richiesto di iniziare i negoziati per una Nuclear Free Zone in Medio Oriente, come era stato accordato anche dall’Occidente, inclusi gli Stati Uniti, durante la conferenza per la Non Proliferazione del Nucleare del 1995.

Il consenso internazionale è stato tanto ampio che Obama non ha avuto altra scelta che aderire alla proposta. Buona idea, ha dichiarato Washington durante la conferenza, ma non adesso. Gli Stati Uniti hanno anche chiarito che Israele dovrà restarne esclusa, giacché non sono ammissibili proposte che pretendano di porre il programma nucleare israeliano sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica o che si esigano informazioni sulle “installazioni e le attività nucleari di Israele”. E questo è il modo in cui si gestisce il problema della minaccia iraniana.

La privatizzazione del pianeta

Nonostante prevalga ancora la dottrina della Grande Area la capacità reale di realizzarla è decaduta. L’apice del potere statunitense fu raggiunto dopo la II Guerra Mondiale, quando l’America disponeva letteralmente della metà delle ricchezze del mondo. Ma, com’era naturale che accadesse, questo fenomeno diminuì man mano che le altre economie industriali si riprendevano dalla devastazione bellica e iniziava il processo tortuoso di decolonizzazione.
Agli inizi degli anni ’70 la quota nella ricchezza mondiale degli Stati Uniti era del 25% e il mondo industriale era divenuto tripolare: Nord America, Europa e Est Asiatico (all’ora Giappone).
In quegli anni ci fu anche un cambiamento drastico nell’economia statunitense, da finanziarizzazione ed esportazione della produzione. Un’ampia gamma di fattori contribuirono a creare un circolo vizioso di radicalizzazione della concentrazione della ricchezza, in particolar modo nella cuspide del 1% della popolazione, in maggioranza costituita da Amministratori Delegati, gestori di fondi speculativi e soggetti simili. Questo portò con sé la concentrazione del potere politico e a sua volta politiche pubbliche favorevoli all’incremento della concentrazione economica: politiche fiscali, norme di gestione imprenditoriale, deregulation ecc.

Allo stesso tempo, i costi delle campagne elettorali andarono alle stelle, legando i partiti politici ai capitali, sempre più di natura finanziaria, sia per i Repubblicani che per i Democratici, quelli che prima si chiamavano Repubblicani moderati.
Le elezioni sono diventate una farsa grottesca gestita dal mercato delle pubbliche relazioni. Dopo la vittoria nel 2008, Obama ricevette il premio da questa industria per la miglior campagna marketing dell’anno. I dirigenti del settore erano euforici. Sulla stampa specializzata spiegavano che dai tempi di Reagan il marketing elettorale veniva gestito come quello di un qualsiasi prodotto ma la campagna del 2008 era stato il loro successo più grande e aveva cambiato anche lo stile pubblicitario delle grandi aziende americane.

Si prevede che le elezioni del 2012 costeranno 2 miliardi di dollari, che arriveranno essenzialmente da aziende private. Non sorprende quindi che Obama stia scegliendo dirigenti del mondo del business per occupare alte cariche. L’opinione pubblica è arrabbiata e frustrata, ma fin quando i principi di Muasher resteranno vigenti questo avrà ben poca importanza.
Mentre la ricchezza e il potere si sono concentrati sempre di più intorno ad una piccola porzione di popolazione, le entrate reali della gente sono paralizzate e i cittadini sono sempre più oppressi da maggiori ore lavorative, debiti e inflazione, regolarmente distrutta dalla crisi finanziaria, iniziata da quando negli anni ’80 l’apparato regolatore fu smantellato.

Niente di tutto ciò crea problemi ai più ricchi che beneficiano di una polizza assicurativa pubblica chiamata “troppo grande per fallire”. Le banche e le grandi aziende di investimento possono effettuare transazioni rischiose con grandi introiti, e quando il sistema inevitabilmente collassa, possono correre dal papà-Stato perché il pubblico si incarichi del salvataggio, agguantando ben strette le loro copie di Friedrich Hayek e Milton Friedman.

Questo è stato il sistema più comune dai tempi di Reagan, con crisi che si susseguivano ogni volta peggiori delle precedenti, per la gente comune, chiaro. Oggi giorno la disoccupazione si aggira a livelli simili a quelli della Grande Depressione per buona parte della popolazione, mentre la Banca Goldman Sachs, uno dei principali responsabili della crisi odierna, è più ricca che mai e ha appena annunciato, senza batter ciglio, la cifra di 17.5 miliardi di dollari di compensi per i dirigenti dello scorso anno, mentre il presidente del suo consiglio di amministrazione, Lloyd Blankfein, riceverà, solo di premio, la cifra di 12,6 miliardi. Il suo salario base invece si triplicherà.

Ma non serve a niente concentrarsi su questi fatti. La propaganda deve trovare altri colpevoli: negli ultimi mesi i lavoratori del settore pubblico e i loro salari e pensioni esorbitanti. Tutto nella migliore tradizione dell’immaginario reaganiano con tanto di madri di colore portate in limousine a ritirare gli assegni del welfare e altri modelli che non vale neanche la pena menzionare. Tutti devono tirare la cinghia. Cioè, quasi tutti.
Maestri e professori rappresentano un ottimo target, nell’intento che deliberatamente mira a distruggere l’istruzione pubblica, dagli asili alle università, a favore della privatizzazione. Ancora una volta, una politica che favorisce i più ricchi ma disastrosa per i cittadini e per la salute a lungo termine dell’economia. Ma questa è un’altra esternalità che bisogna lasciar da parte, fin tanto che prevalgono i principi di mercato.
Un altro capro espiatorio fantastico: gli immigrati. E’ sempre stato così nella storia degli Stati Uniti, soprattutto in tempi di crisi economica e fenomeno oggi esasperato dalla sensazione di essere in qualche modo scippati del proprio paese. La popolazione bianca presto sarà una minoranza. E’ comprensibile che le persone abbiano timore ma la crudeltà della politica sull’immigrazione risulta scioccante.

E quali sono gli immigrati che vengono colpiti? Nell’est del Massachusetts, dove vivo io, la maggior parte sono maya fuggiti dal genocidio perpetrato in Guatemala dagli assassini preferiti di Reagan. Altri sono messicani, vittime dell’accordo di libero commercio NAFTA dell’amministrazione Clinton, uno di quegli accordi tra governi che riescono a danneggiare i popoli di tutti i paesi partecipanti, tre in questo caso: USA, Messico e Canada. Quando l’accordo fu approvato nel 1994, contro le obiezioni popolari, Clinton iniziò anche la militarizzazione della frontiera fra Messico e Stati Uniti, prima ragionevolmente aperta. E questo, sapendo che gli agricoltori messicani non potevano competere con la politica agricola statunitense, largamente sovvenzionata dallo stato ma solamente nella misura delle grandi corporazioni e negata ai singoli, e non avrebbero potuto quindi reggere alla concorrenza del delle multinazionali americane. Come si poteva immaginare, queste politiche portarono un flusso di rifugiati disperati e la conseguente isteria “anti-immigrati” tra le stesse vittime interne di quella stessa politica di stato e delle grandi aziende private.

Qualcosa di molto simile sta accadendo in Europa, dove il razzismo è anche più aggressivo che negli Stati Uniti. Non si può che restare sorpresi nel vedere che un paese come l’Italia si lamenta del flusso degli immigranti provenienti dalla Libia. O come la Francia, ancora oggi principale protettore delle più brutali dittature delle loro ex colonie, riesce a ignorare le odiose atrocità che ha perpetrato in Africa; il presidente Nicolas Sarkozy mette in guardia dall’ “onda di immigrati” e Marine Le Pen gli obietta di non fare niente per prevenirla. Non parliamo del Belgio che vincerebbe il premio per quello che Adam Smith definì “la selvaggia ingiustizia degli europei”.

L’ascesa dei partiti neofascisti in gran parte dell’Europa, sarebbe già di per sé un fenomeno che fa paura, anche senza bisogno di ricordare ciò che è già accaduto nel passato recente di questo continente. Immaginate la reazione, se gli ebrei fossero cacciati dalla Francia, condannati a miseria e oppressione, e paragonatelo con la mancanza di reazione quando questo accade con gli zingari, la popolazione più perseguitata d’Europa, essa stessa vittima dell’Olocausto.

In Ungheria, il partito neofascista Jobbik, ha ottenuto il 17% dei voti alle elezioni politiche, qualcosa che non sorprende dato che tre quarti della popolazione dichiara di stare peggio adesso che durante il dominio comunista. Potremmo sentirci sollevati dal fatto che in Austria il rappresentante di estrema destra Jörg Haider ha ottenuto solamente il 10% dei voti nel 2008, non fosse che il nuovo Partito della Libertà, ancora più a destra, ha raggiunto il 17%. Vengono i brividi a ricordare che nel 1928 i nazisti ottennero meno del 3% dei voti in Germania.
In Inghilterra, il Partito Nazionale Britannico e la Lega di Difesa Inglese, della destra ultrafascista, sono forze importanti. Ciò che sta accadendo qui in Olanda lo sapete meglio di me. In Germania (ex socialdemocratica) il libro di Thilo Sarrazin, nel quale si denuncia che gli immigrati stanno distruggendo il paese, è diventato un best seller e la Merkel, nonostante abbia condannato il libro, dichiara che il multiculturalismo “è fallito clamorosamente”. I turchi importati in Germania per svolgere i lavori sporchi, non sono diventati biondi, con gli occhi azzurri, insomma autentici ariani.
Coloro che conservano il senso dell’umorismo ricorderanno che Benjamin Franklin, una delle figure più importanti del Risorgimento, avvertì che le colonie nordamericane recentemente emancipate, dovevano guardarsi dagli immigrati tedeschi perché erano troppo scuri; e lo stesso gli svizzeri. Fino al XX secolo inoltrato, i miti sulla ridicola purezza anglosassone erano comuni negli Stati Uniti, anche tra presidenti e altri personaggi di spicco. Nella cultura letteraria, il razzismo ha rappresentato una vera e propria oscenità, ma peggio è stato nella vita reale, bisogna ammetterlo. E’ più facile sconfiggere una malattia come la poliomielite che eliminare il razzismo, una piaga atroce che riappare di continuo e con maggior virulenza in tempi di crisi economica.

Non voglio terminare senza ricordare un’altra esternalità, ripetutamente ignorata dalle leggi di mercato: il destino della specie. Ai rischi sistematici del sistema finanziario possono porre rimedio i contribuenti, ma nessuno potrà salvare il mondo quando l’ambiente sarà devastato. Che debba essere distrutto è quasi un imperativo istituzionale. I dirigenti che stanno portando avanti la loro propaganda per convincere i cittadini che il riscaldamento globale è una truffa inventata della sinistra, capiscono perfettamente l’entità della minaccia, tuttavia devono pensare a trarre massimi profitti e a ottenere quote di mercato a breve termine, perché se non lo fanno loro, lo farà qualcun altro.

Questo circolo vizioso finirà con essere letale. Per rendersi conto di quanto grave sia il pericolo, basta dare un’occhiata al nuovo Congresso statunitense, incoronato dai finanziamenti privati e dalla propaganda. Quasi tutti i membri fanno parte dei negatori delle teorie preoccupanti sul clima. E hanno già iniziato a tagliare fondi destinati a frenare le conseguenze della catastrofe ambientale. E ciò che è peggio è che alcuni di loro lo credono veramente. Per esempio, il nuovo capo del sotto-comitato all’ambiente, ha dichiarato che il riscaldamento globale non potrà costituire un problema perché Dio ha promesso a Noé che non ci sarebbe stato un altro diluvio universale.

Se queste cose accadessero in qualche paesello remoto, potremmo addirittura riderne. Ma stiamo parlando del paese più ricco e più potente del mondo. E prima che di metterci a ridere dobbiamo ricordare che la crisi economica odierna rimanda, in misura non poi così piccola, alla fede fanatica nei dogmi, come quello dell’efficienza dei mercati, e, in generale, a quello che il premio Nobel Joseph Stiglitz definì 15 anni fa come la “religione” della omniscienza dei mercati. Una religione che ha impedito alle banche centrali e agli economisti di accorgersi dell’enorme bolla immobiliare priva di qualsiasi base nelle fondamenta economiche e che, scoppiando, ha causato una vera e propria catastrofe nell’economia mondiale.

Tutto questo, e molto di più, accadrà fin tanto che prevalga la dottrina Muashar. Fin tanto che riescano a mantenere la maggior parte della popolazione passiva e apatica, devota al consumismo e all’odio nei confronti dei deboli, i potenti della terra continueranno a fare ciò che vogliono, e a coloro che sopravvivranno, non resterà altro che contemplare il catastrofico risultato.

Tradotto da Eleonora Albini

Categorie: Internazionale, Nord America, Opinioni, Politica

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